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mercoledì , 18 gennaio 2017
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18 gennaio 2014. Un patto scellerato

18 gennaio 2014. Un patto scellerato

Susanna Camusso ha firmato, con i segretari di CISL e UIL e il presidente di Confindustria, il “Testo Unico sulla Rappresentanza”. Un patto, questo, che dovrebbe fissare i diritti e i doveri delle rappresentanze sindacali.

È, in pratica, un regolamento vincolante che fa seguito all’accordo del 31 maggio scorso siglato sempre dagli stessi soggetti e ne modifica, peggiorandoli, i contenuti.

Ebbene, se era criticabile quello di maggio, questo accordo è disastroso.

Non si capisce perché il segretario della CGIL abbia firmato qualcosa che è in contrasto, oltre che con il diritto dei lavoratori di eleggere liberamente i propri rappresentanti, anche con il normale buon senso. Non si capisce perché la CGIL firmi oggi un documento del tutto simile a quanto si era rifiutata di sottoscrivere nel 2009.

Il “Testo Unico sulla Rappresentanza” ha un impianto che penalizza fortemente i lavoratori e i loro rappresentanti e stabilisce vincoli che comprimono i loro diritti. Soprattutto alcuni punti risultano devastanti. Intanto, secondo quanto si percepisce dall’accordo siglato, le elezioni delle Rappresentanze sindacali unitarie (RSU) possono essere indette dalle organizzazioni sindacali che hanno firmato il “Testo Unico” e che, inoltre, hanno il potere, di fatto, di decidere la composizione delle RSU stesse e, anche, di indire le assemblee dei lavoratori. Queste norme (che si possono leggere alle pagine 8 e 9 del “Testo Unico”) appaiono in palese contrasto con quella che dovrebbe essere una normale regola democratica che prevede la piena autonomia dei lavoratori di eleggere i propri rappresentanti a prescindere dall’appartenenza a questa o quella organizzazione sindacale e al fatto se questo o quel sindacato abbia firmato o meno patti con confindustria.

Nel “Testo Unico”, poi, si può leggere la parte relativa alle sanzioni in caso si contestassero (o non si accettassero) le decisioni della maggioranza (50% + 1) che firma i contratti di lavoro e che è firmataria dell’accordo confindustria-sindacati. Queste sanzioni possono avere “effetti pecuniari”, ma anche comportare “la temporanea sospensione di diritti sindacali”. Cose, queste, che sono la negazione del diritto fondamentale al dissenso e sono, di fatto, una forma di ricatto preventivo per evitare qualsiasi tipo di protesta. La definizione delle “sanzioni” sarà parte integrante dei contratti nazionale di categoria. Nel frattempo (e quindi fino a quanto le sanzioni non saranno definite nei nuovi contratti) viene creato un collegio arbitrale costituito da un rappresentante per ogni organizzazione sindacale firmataria del “Testo Unico”, da altrettanti rappresentanti di confindustria e da un “presidente” individuato di comune accordo o sorteggiato tra “esperti” inseriti in una lista definita sempre e solo dai firmatari del patto. Così i sindacati firmatari del “Testo Unico sulla Rappresentanza” accettano che le decisioni vengano prese dalla controparte (confindustria) che potrà avere facilmente la maggioranza del collegio arbitrale e quindi determinare a proprio piacimento sanzioni e quant’altro.

Sinceramente non si capisce il senso di tali decisioni da parte dei sindacati firmatari del “Testo Unico” e, in particolar modo perché tra i firmatari ci sia la CGIL. I segretari dei tre maggiori sindacati italiani hanno firmato norme e regole vincolanti (non solo per loro ma per tutti i lavoratori) che contrastano (ed è solo un esempio) con le lotte fatte recentemente dalla FIOM per rientrare a pieno diritto negli stabilimenti della FIAT. Lotte culminate con la sentenza n. 231-anno 2013(1) della Corte Costituzionale che dava ragione alla FIOM. A queste norme “incomprensibili” si aggiunge la decisione (dei quattro firmatari) che impedisce a sindacati “minori” che non raggiungono il 5% di rappresentanza a livello nazionale e che non hanno sottoscritto l’accordo con confindustria, anche di partecipare alla “contrattazione collettiva nazionale di categoria e aziendale”. Un vincolo che limita, di fatto, l’esistenza stessa delle organizzazioni sindacali minori o “meno organiche” alle regole imposte dall’accordo confindustria-sindacati e che contrasta palesemente con la libertà di associazione sindacale.

Il dubbio ragionevole che nasce leggendo questo accordo tra sindacati maggiori e confindustria è che si sia cercata una maniera per congelare e impedire qualsiasi conflitto nel mondo del lavoro. Lo si fa, però, con accordi tra “privati” e non perché i conflitti vengono risolti. Lo si fa perché si vuole comandare (con regole e sanzioni) una sorta di “torpore sindacale” che va a tutto favore dei più forti, della confindustria, dei padroni.

Il “Testo Unico sulla Rappresentanza” è un documento pessimo firmato quasi di nascosto, senza discussione, senza dibattito tra i lavoratori, senza che questi venissero neppure minimamente informati. È un “Testo” che vede, oggi, la ferma opposizione della FIOM e dei sindacati di base (a queste organizzazioni va tutta la nostra solidarietà). È un accordo sbagliato nel metodo e nel merito. Un accordo che è indice della progressiva rinuncia delle maggiori organizzazioni sindacali a mantenere una propria autonomia rispetto alle volontà governative e imprenditoriali.

Il “Testo Unico sulla Rappresentanza” è un patto che deve essere rifiutato pena la definitiva cancellazione di sacrosanti diritti conquistati dai lavoratori con decenni di lotte.

Si cancellino le firme sindacali poste alla fine del documento e, per il bene della democrazia, si inizi una ampia e approfondita consultazione tra i lavoratori. Tra tutti i lavoratori. Anche tra chi non ha la tessera dei tre sindacati firmatari, anche tra chi è iscritto a quei sindacati considerati “minori” che non raggiungono la soglia del 5% di consenso a livello nazionale, anche tra chi non è iscritto a nessun sindacato. Non si sta decidendo la sorte di qualche privilegiata oligarchia. Si sta decidendo della dignità dei lavoratori e del loro diritto inalienabile di essere rappresentati da chi essi stessi decidono. Senza vincoli preventivi.

È una questione di democrazia.

(1) Questa la sentenza: “LA CORTE COSTITUZIONALE, riuniti i giudizi, dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 19, primo comma, lettera b), della legge 20 maggio 1970, n. 300 (Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento), nella parte in cui non prevede che la rappresentanza sindacale aziendale possa essere costituita anche nell’ambito di associazioni sindacali che, pur non firmatarie dei contratti collettivi applicati nell’unità produttiva, abbiano comunque partecipato alla negoziazione relativa agli stessi contratti quali rappresentanti dei lavoratori dell’azienda.”

Giorgio Langella, segretario regionale PdCI Veneto 

Fonte: Marx21.it

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