#1Maggio. Un cambio di paradigma sul #Lavoro è necessarioTribuno del Popolo
sabato , 25 marzo 2017
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#1Maggio. Un cambio di paradigma sul #Lavoro è necessario

Come ogni 1 maggio che si rispetti è arrivato il momento della retorica con tutti che si accorgono per un giorno della drammatica situazione del lavoro italiano. In un momento in cui il lavoro somiglia sempre di più alla schiavitù occorrerebbe cominciare a porsi una domanda fondamentale: cos’è il lavoro? Forse è giunto il tempo di cambiare paradigma e pensare a una società dove il lavoro sia pensato al servizio dell’uomo e non in cui è l’uomo a doversi adeguare al lavoro.

E’ il #PrimoMaggio ma, dicendo forse qualcosa di molto scontato, non c’è molto da festeggiare. Una intera generazione, quella degli anni Ottanta, non vedrà mai la pensione e i disoccupati in Italia continuano a rappresentare un problema atavico per non parlare di milioni di ragazzi e ragazze condannati a decenni di precariato senza uscita e nell’impossibilità di costruirsi una vita. In questo contesto una classe imprenditoriale rapace e provinciale pensa a lucrare sullo stipendio dei poveracci piuttosto che avere coraggio e investire in ricerca, tecnologia e cultura. I lavoratori poi sono privi di un partito in grado di rappresentarne le istanze e anche i sindacati non sono mai stati così deboli e frammentati. Inutile dire che in questo contesto difficile sembra quasi grottesco dover festeggiare la Festa del Lavoro, lo si fa quasi per dovere, come se scendere in piazza il 1 maggio fosse una sorta di “rituale di resistenza” da portare avanti comunque, indipendentemente da tutto.

Forse avrebbe un senso maggiore sfruttare questa giornata per parlare di cosa sia il #Lavoro nel XXI secolo. Per decenni, per tutto il XX secolo, il lavoro è stato il fine della lotta politica in quanto il lavoro era ciò che materialmente permetteva al popolo di prendere coscienza di sè come classe lavoratrice e di intraprendere un primo processo di liberazione dalle catene del servaggio morale e non solo. Il lavoro era il fine della lotta politica in quanto senza lavoro le masse popolari venivano escluse dalla società e il lavoro era il fine in quanto premessa al miglioramento dell’essere umano. Ma un tempo la condizione media dei cittadini era quella di una totale miseria, di conseguenza trovare un lavoro era un fine in sè in quanto consentiva di sopravvivere. Oggi è ovviamente ancora così nonostante nel corso dei decenni a causa dei miglioramenti tecnologici il lavoro è mutato in profondità e la lotta delle organizzazioni dei lavoratori hanno permesso di ottenere nel corso del XX secolo investimenti statali, diritti e welfare.

Una volta caduta l’Urss che bene o male dava corpo a quelle organizzazioni dalla parte dei lavoratori, ogni diritto conquistato è diventato sacrificabile in quanto l’unico obiettivo del capitalismo trionfante è quello del profitto. Di conseguenza anche le conquiste tecnologiche al posto che servire a migliorare il “lavoro” o a superarlo vengono viste solo nell’ottica di massimizzare i profitti, diventando vettori di oppressione umana e non di liberazione in quanto a causa dell’automazione milioni di persone perdono il loro mezzo di sostentamento per la sopravvivenza derivante dai frutti del lavoro. Ma se per lavoro intendiamo la valorizzazione economica adeguata dell’opera umana sottopagare i lavoratori significa trasformare il lavoro in altro, in servaggio, in quanto gli esseri umani non possono essere certi della sopravvivenza nemmeno prestando la propria manodopera per altri. In questo modo il lavoratore non ha alcun potere negoziale ed è costretto, letteralmente, a sottostare a tutti i ricatti dei datori dei lavori in quanto è messo de facto con le spalle al muro in quanto si troverà sempre qualcuno pronto a fare quello stesso lavoro a meno.

Eppure se la tecnologia venisse messa al servizio del lavoro si potrebbe per la prima volta nella storia immaginare un futuro di progresso in cui l’uomo, liberato dalla fatica fisica, possa pensare realmente al miglioramento dell’umanità sotto ogni punto di vista, emendato finalmente dall’affanno della sopravvivenza che il capitalismo non solo che non è in grado di eliminarlo, ma nemmeno lo vuole in quanto è proprio dalla schiavitù di molti che il capitalismo basa la propria supremazia globale. Ecco perchè solo il socialismo può porre le premesse di questa “liberazione” dal lavoro intesa come liberazione dal servaggio mediante lo sviluppo di tutti i processi produttivi, e quindi la valorizzazione del fattore più importante: il benessere dell’essere umano. E’ invece altrettanto chiaro come con il perdurare del capitalismo ogni eventuale progresso tecnologico riguarderà solo quegli ambiti che consentiranno di ingenerare profitto.

E’ questo il motivo per il quale milioni di persone sono soggiogate dalla cultura del consumo che impone canoni di comportamento e modelli sociali che sono a portata di mano con il semplice acquisto di beni status-symbol. Ma appunto le nuove tecnologie che arrivano nelle nostre case sono state pensate per accrescere il profitto delle aziende e non certo per un atto di bontà nei nostri confronti da parte delle multinazionali. Solo uno Stato, inteso come organo rappresentativo degli interessi della società nel suo complesso, può operare per il progresso fattivo della cittadinanza, e quindi può mettere le tecnologie e il progresso al servizio dell’uomo. Al contrario il capitalismo pone come obiettivo primario il lavoro (profitto), con l’uomo che diviene un elemento sacrificabile, una cifra, un dato. Forse per rilanciare un serio movimento comunista nel XXI secolo bisognerebbe ripartire proprio da qui.

Dc

Tribuno del Popolo

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