2012: è arrivato "L'89" del capitalismo? | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
lunedì , 27 marzo 2017
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2012: è arrivato “L’89″ del capitalismo?

Crisi mondiale e di identità europea, capitalismo che arranca, guerre all’orizzonte. Che la profezia marxista del collasso imminente del capitalismo sia in procinto di trasformarsi in realtà? Mosca nel 1989 prese atto del disfacimento dell’Urss e non ordinò di “sparare sulla folla”, il capitalismo in disfacimento invece con le sue rigide manovre di austerity, prova a modificare il corso della storia.

A volte nella storia del’umanità si innestano dei cambiamenti tali per cui è impossibile cercare di opporre resistenza, se non a prezzo di conseguenze potenzialmente catastrofiche. Nel 1989, una data evocativa che però è ormai lontana ventitrè anni, l’Unione Sovietica si disgregò per diversi motivi, ma  principalmente a causa dell’impossibilità di riformare un sistema che ci hanno raccontato essere insostenibile. Nessuno sparò sulla folla cercando di impedire il corso degli eventi, e ora a distanza da due decenni ci rendiamo conto che l’avvento del capitalismo nelle sue ricette più estremistiche non ha di certo migliorato le condizioni di vita dei paesi dell’ex galassia sovietica, anzi. Il welfare di questi paesi è stato completamente distrutto, e anche la coesione sociale spesso e volentieri è venuta meno, lasciando che gli interessi del capitale e dei privati travolgessero tutto con il neoliberismo più smaccato. Dal 1989 sono passati ventitrè anni, più di due decenni nei quali si è fatta largo la vulgata del politologo americano Francis Fukuyama, uno dei primi a sostenere che con la fine del bipolarismo Usa-Urss si sarebbe arrivati finalmente alla “fine della storia”. Senza più nessun modello alternativo a insidiare il capitalismo infatti, chi mai avrebbe potuto frapporsi al predominio imperante dell’Occidente e del suo sistema economico?

Quanto si sbagliasse il politologo statunitense si è potuto verificarlo solo pochi anni dopo, ad esempio nel settembre 2001, quando due aerei di linea sventrarono il World Trade Center di New York facendo crollare su se stesse le Twin Towers e ferendo a morte gli Stati Uniti. Fermo restando che noi personalmente non crediamo alla versione ufficiale dell’attentato, che ne addossa la colpa interamente ad Al Qaeda e a Osama Bin Laden, è stato comunque un avvenimento che ha dimostrato, se ancora ce ne fosse bisogno, che la storia non era ancora finita, che nuove insidie avrebbero atteso nel secolo XXI l’avanzata dell’Occidente e del sistema economico capitalistico. Da quel momento in avanti si sono avute nuove guerre, prima quella dell’Afghanistan, e poi quella dell’Iraq, ed entrambe sono servite a svelare il volto di questo capitalismo maturo mondiale, per certi versi dannatamente simile all’imperialismo di fine Ottocento e inizio Novecento. Abbiamo assistito alla vittoria culturale dell ‘american way of life, dell’individualismo più spietato, capace di sfilacciare i legami sociali di solidarietà seminati pazientemente nei decenni precedenti dai movimenti operai internazionali in ciascun Paese.  Un edonismo intriso di materialismo, un individualismo all’ennesima potenza che ha portato a società atomizzate, schiave del consumismo e ormai interessate da preoccupanti processi di standardizzazione anche in settori come la cultura, l’arte, e persino la vita privata di ciascuno.

Una vittoria su tutta la linea del modello capitalistico che è arrivato a permeare la società stessa. Nel XXI secolo però le cose hanno cominciato a cambiare velocemente, e le sicurezze su cui si basava il capitalismo avanzato dell’Occidente si sono sgretolate come un castello di carte colpito dal vento. Nel giro di pochi anni gli Stati Uniti e l’Europa hanno capito che nel XXI secolo il centro del mondo si sposterà in Asia, in Cina, e che per quanto riguarda il potere economico anche i BRICS potrebbero scalzarli nel giro di pochi anni. Una perdita di centralità che, combinata con una crisi culturale e di identità e soprattutto con l’aggravarsi delle contraddizioni insite nel sistema capitalistico in sè, ha portato all’inevitabile crisi sistemica e valoriale del mondo Occidentale. Con il fallimento delle banche per lo scoppio della bolla immobiliare del 2009 gli Stati Uniti hanno toccato con mano la possibilità del tracollo, e  ben presto la crisi si è propagata in Europa, dove ormai la stessa sopravvivenza dell’Ue viene messa in discussione. Di fronte a un fallimento talmente palese, con la forbice tra ricchi e poveri che aumenta ogni giorno di più, ci si sarebbe attesi che i pasdaran del neoliberismo riconoscessero il fallimento senza sparare sulla folla, un pò come fecero in un contesto completamente diverso i comunisti russi nel 1989. Nulla di tutto ciò, gli stessi responsabili della crisi economica non solo non si sono assunti le responsabilità degli errori commessi (vedi in Grecia), ma hanno persino rilanciato, indicando cioè come cura per le malate economie nazionali, una dose ancora più massiccia di quel veleno che ha causato il tracollo.

Non ci troviamo di fronte a una crisi episodica, passeggera, casuale del sistema capitalistico. Ci troviamo di fronte a un momento di svolta nel quale si è disvelata finalmente in modo palese la insostenibilità del sistema economico e finanziario vigente. Milioni di persone nel mondo si stanno rendendo conto dopo anni nello stesso momento che la strada intrapresa dal capitalismo porta in un burrone senza uscita, dove la solidarietà tra stati è sostituita dalla conflittualità per risorse che si fanno ogni anno sempre più esigue. Non volendo riconoscere il fallimento, i pasdaran neoliberisti scelgono invece di sparare metaforicamente (mica tanto) sulla folla, dove la folla è rappresentata da masse popolari inerti, priva di qualsivoglia possibilità di incidere nelle scelte che vengono prese ormai a monte, da strutture di potere autoreferenti e che non devono di certo rendere conto alla cittadinanza del proprio operato. E così in un mondo in disfacimento dove tutte le alternative sono state ritenute “insostenibili” dalla propaganda di un sistema di potere in difficoltà, ecco l’importanza di picconare lungo le faglie che si stanno aprendo ai bordi del capitalismo morente. Il rischio è quello che, modificando il corso della storia, un pugno di persone senza scrupoli e con tante disponibilità finanziarie decida di far pagare alle masse popolari le conseguenze dei loro esperimenti, e difenda il potere raggiunto utilizzando ogni messo  a disposizione; cosa che sta purtroppo accadendo un pò ovunque nel mondo.

La storia, come sempre, sarà  in grado di fare giustizia, mettendo in riga in modo freddo e asettico tutti i disastri che verranno provocati dal capitalismo per impedire la propria implosione. E allora il confronto con i modelli alternativi che sono stati troppo frettolosamente scartati, ogni riferimento a socialismo e comunismo sono puramente causali, potrebbe rivelare sorprese inaspettate. A rompere le uova nel paniere di questo capitalismo senescente ma che vuole rinnovare se stesso a spese delle masse popolari, potrebbe essere proprio il risveglio dei popoli, specie quelli europei, da troppo tempo appiattiti in una frustrante lotta per la gestione del presente, ormai dimentichi di cosa voglia dire lavorare per una rivoluzione intesa come un cambiamento dello stato di cose presenti. Ma se le “rivoluzioni” sono ormai uscite di scena nei paesi “democratici” del capitalismo mondiale, se non altro il disfacimento culturale ed economico dell’Occidente sta nuovamente ricreando le condizioni affinchè un domani, che potrebbe anche non essere lontano, queste possano tornare.

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D.C.

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