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domenica , 26 marzo 2017
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Venezuela: una minaccia per Washington?

Fin dalla prima volta in cui Hugo Chavez fu eletto presidente del Venezuela nel 1998, Washington e i suoi alleati hanno cercato di minare il suo mandato. Quando Chavez era solo candidato alla presidenza, il governo degli Stati Uniti gli negò il visto per potere partecipare ad alcune interviste televisive nel paese nordamericano.

di Eva Golinger | da http://www.aporrea.org/tiburon/a146991.html  ; tratto da www.Marx21.it

In seguito, quando vinse le elezioni presidenziali, l’allora ambasciatore statunitense a Caracas, John Maisto, lo chiamò personalmente per felicitarsi e offrirgli il visto. I mesi seguenti furono pieni di tentativi di “comperare” il nuovo presidente del Venezuela. Imprenditori, politici e capi di stato da Washington alla Spagna esercitarono pressioni perché si subordinasse ai loro piani. “Vieni con noi”, insisteva l’allora primo ministro spagnolo, José Maria Aznar, cercando di sedurlo con le sue offerte di lusso e ricchezze, solo se avesse obbedito ai suoi ordini.

Dal momento che Chavez non si lasciò comperare, lo rimossero con un colpo di stato l’11 aprile 2002, finanziato e progettato da Washington. Quando il golpe fallì e il popolo riscattò la democrazia e il suo presidente in meno di 48 ore, si iniziò a destabilizzare il paese, cercando di rendere impossibile il suo governo. Riempirono il paese di sabotaggi economici, scioperi dei dirigenti nell’industria petrolifera, e una brutale guerra mediatica che travisava la realtà del paese a livello nazionale e internazionale. Il complotto per assassinarlo con paramilitari colombiani nel maggio 2004 venne impedito dalle forze di sicurezza del paese. Mesi dopo, cercarono di revocare il suo mandato attraverso un referendum revocatorio nell’agosto 2004, ma il popolo lo salvò con un voto 60-40.

Mentre aumentava la sua popolarità, sempre più milioni affluivano dalle agenzie di Washington ai gruppi anti-chavisti per destabilizzarlo, screditarlo, delegittimarlo, rovesciarlo, o rimuoverlo in qualsiasi modo. Nel dicembre 2006, Chavez fu rieletto con il 60% dei voti. Il suo prestigio cresceva all’interno del Venezuela in tutta l’America Latina. Nuovi governi in Argentina, Brasile, Bolivia, Ecuador, Honduras, Nicaragua, Uruguay e diversi paesi dei Caraibi si unirono alle iniziative di integrazione, sovranità e unione latinoamericana e dei Caraibi promosse da Caracas. Washington cominciò a perdere la sua influenza e il controllo del suo vecchio “cortile di casa”.

Vennero creati l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA), l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR), PetroCaribe, PetroSur, TeleSUR, Banco de ALBA, Banco del Sur e la Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC). In nessuna di queste organizzazioni c’è Washington, né l’élite che prima dominava la regione, anteponendo i suoi interessi a quelli dei popoli.

Nel gennaio 2005, la nuova Segretaria di Stato, Condoleeza Rice, dichiarò che Chavez era “una minaccia” per la regione”. Immediatamente dopo, La CIA collocava il Venezuela nella sua lista dei “Top 5 Hot Spots” (i 5 luoghi più instabili) del mondo. Alcuni mesi dopo, il reverendo statunitense Pat Robertson dichiarò pubblicamente che era meglio “assassinare” Chavez piuttosto che iniziare una guerra contro il Venezuela, che sarebbe costata milioni di dollari. In quello stesso anno, quando il Venezuela sospese la cooperazione con l’Agenzia Anti-Droga degli Stati Uniti (DEA), poiché stava ingerendosi nei suoi affari interni, spiando e sabotando il suo lavoro anti-droga, Washington definì il Venezuela come un paese che “non coopera nella lotta contro il narcotraffico. Non sono mai state presentate prove per dare fondamento alle gravi accuse.

Nel febbraio 2006, l’allora Direttore Nazionale dell’Intelligence, John Negroponte, fece riferimento al Venezuela come a un “pericolo” per gli Stati Uniti. Il Segretario della Difesa Donald Rumsfeld paragonò Chavez a Hitler. Nello stesso anno, Washington creò una Missione Speciale di Intelligence per il Venezuela e Cuba, orientando le sue risorse allo scopo di di aumentare le sue operazioni in questi luoghi, considerati “minacce” per gli Stati Uniti. Nel giugno 2006, la Casa Bianca collocò il Venezuela in una lista di paesi che “non appoggiano sufficientemente la lotta contro il terrorismo”, e la sanzionarono con la proibizione dell’acquisto di armi e equipaggiamento militare da imprese statunitensi o da quelle che utilizzano tecnologia statunitense. Non sono mai state mostrate prove dei presunti legami del Venezuela con il terrorismo.

Nel 2008, il Pentagono riattivava la Quarta Flotta, il comando militare statunitense incaricato dell’America Latina e dei Caraibi. Era stata disattivata nel 1950 e non era in funzione fino al momento in cui si è ritenuto necessario aumentare la presenza “e la forza” militare degli Stati Uniti nella regione. Nel 2010, Washington si accordava con la Colombia per collocare 7 basi militari sul suo territorio. Un documento ufficiale della Forza Aerea degli Stati Uniti giustificava queste basi in ragione della “minaccia dei governi anti-statunitensi nella regione”.

Nella stampa internazionale si è detto che Chavez è un dittatore, tiranno, autoritario, narco, anti-americano, terrorista, ma si sono mai presentate prove per tanti pericolosi appellativi. Hanno trasformato l’immagine del Venezuela in violenza, insicurezza, crimine, corruzione e caos, senza menzionare le grandi conquiste e i progressi sociali dell’ultimo decennio, né le cause delle disuguaglianze sociali lasciate dai governi precedenti.

Per anni, un gruppo di congressisti statunitensi ha cercato di collocare il Venezuela nella sua lista di “stati terroristi”. Si mettono in evidenza le relazioni tra il Venezuela e l’Iran, il Venezuela e Cuba e persino il Venezuela e Cina, come prova della “grave minaccia” che il paese sudamericano rappresenterebbe per Washington. Hanno cercato di distruggere ALBA con il colpo di stato contro Manuel Zelaya in Honduras nel 2009. Hanno cercato di indebolire UNASUR con il golpe contro Fernando Lugo in Praguay nel giugno 2012. Non ha funzionato.

Dicono in continuazione che il Venezuela e Chavez sono minacce per gli Stati Uniti. “Occorre fermarlo”, dicono, prima che “lanci le sue bombe iraniane contro di noi”.

Il presidente Barack Obama ha dichiarato in questi giorni che Chavez non è una minaccia per gli Stati Uniti. Il candidato Mitt Romney ha detto che lo è. La furia degli estremisti di Miami si è abbattuta su Obama. Ma non dovrebbero preoccuparsi, perché Obama ha aumentato il finanziamento multimilionario agli anti-chavisti quest’anno. Sono più di 20 milioni di dollari canalizzati dalle agenzie statunitensi per la campagna degli oppositori in Venezuela.

E’ il Venezuela una minaccia per Washington? In Venezuela, l’unico terrorismo che c’è è quello dei gruppi che cercano di destabilizzare il paese, la maggior parte con l’appoggio politico e finanziario degli Stati Uniti. I narcotrafficanti sono della Colombia, dove la produzione e il transito delle droghe è aumentato durante l’invasione statunitense attraverso il Plan Colombia. La relazione con l’Iran, con Cuba, con la Cina, con la Russia e con gli altri paesi del mondo è cooperazione bilaterale – o multilaterale – normale tra paesi. Non ci sono bombe, non ci sono piani di attacco, non ci sono sinistri segreti.

No, il Venezuela non rappresenta questo tipo di minaccia per Washington. Ma un’altra.

La povertà è stata ridotta di più del 50% da quando Chavez è arrivato al potere nel 1998. Le politiche di inclusione del suo governo hanno creato una società ad alta partecipazione nelle decisioni economiche, politiche e sociali. I suoi programmi sociali – le missioni – hanno garantito assistenza medica gratuita, educazione gratis e accessibile – dai livelli di base a quelli più avanzati: alimentazione a prezzi accettabili, e strumenti per creare e mantenere cooperative, piccole imprese, consigli comunali e comuni, per tutto il popolo. La cultura venezuelana è stata riscattata e valorizzata, recuperando l’orgoglio e l’identità nazionale, creando un sentimento di dignità invece che di inferiorità. Mezzi di comunicazione e informazione sono proliferati durante l’ultimo decennio, assicurando spazi per l’espressione di tutti.

L’industria petrolifera del Venezuela, nazionalizzata nel 1976 ma che funzionava come un’impresa privata, è stata recuperata a beneficio del paese e non delle multinazionali e di una minoranza oligarchica. Circa il 60% del bilancio annuale è destinato ai programmi sociali del paese, con un’attenzione particolare allo sradicamento della povertà.

Caracas, la capitale, è stata abbellita. I parchi e le piazze si sono trasformati in spazi di riunione, ricreazione e sicurezza per i visitatori. C’è musica nelle strade, arte sui muri, e un ricco confronto di idee tra gli abitanti. La nuova polizia comunale lavora insieme alle comunità per lottare contro i terribili problemi della violenza, dell’insicurezza e della delinquenza, problemi che non vanno attaccati solo in superficie, ma alla radice.

Il risveglio del Venezuela si è allargato in tutto il continente e fino al nord per il Mar dei Caraibi. Il sentimento di sovranità, indipendenza e unione nella regione ha seppellito l’ombra del sottosviluppo e della subordinazione imposta dai poteri colonizzatori durante i secoli passati.

No, il Venezuela non è una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti. Il Venezuela è l’esempio di come un popolo che si è sollevato, davanti agli ostacoli più difficili e alla forza brutale delle grandi potenze, può costruire un modello dove regna la giustizia sociale e la prosperità umana viene prima della prosperità economica. Il Venezuela è il paesi dove milioni prima invisibili, oggi sono visibili, oggi hanno voce e il potere di decidere sul futuro della loro patria senza essere soffocati dalle morse imperiali. Oggi grazie alla rivoluzione guidata dal presidente Chavez, il Venezuela è uno dei paesi più felici del mondo.

Questa è la minaccia che rappresentano il Presidente Hugo Chavez e il Venezuela Rivoluzionario per Washington. E’ la minaccia del buon esempio.

evagolinger@hotmail.com

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