24 maggio 1915-2015: non c'è niente da celebrareTribuno del Popolo
venerdì , 15 dicembre 2017
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24 maggio 1915-2015: non c’è niente da celebrare

Il 24 maggio di 100 anni fa l’Italia entrava nel primo grande conflitto mondiale. Una scelta che ci viene raccontata come ammantata di eroismo ma che era stata impregnata di nazionalismo e significò portare al macello centinaia di migliaia di giovani per una guerra insensata. Eppure in tanti guardano alla Grande Guerra quasi con nostalgia, vedi l’estrema destra italiana, che evidentemente ha dimenticato le sofferenze patite in tutta Europa in una guerra nella quale i proletari dei vari paesi vennero mandati nelle trincee a uccidersi come topi. 

Cento anni fa il nostro Paese entrava ufficialmente nel primo grande conflitto globale, un enorme massacro avvenuto nella polvere delle trincee che causò decine di milioni di morti in tutta Europa e che segnò inevitabilmente la vita e il destino di chi vi prese parte. Una guerra che venne dichiarata per inseguire i sogni di nazionalismo e che alla fine il nostro Paese vinse, ma a un prezzo di sangue talmente alto da rendere quasi grottesco, un secolo dopo, ricordare con entusiasmo quei momenti. Qualcuno, soprattutto l’estrema destra, guarda a quel periodo quasi con commozione, pensando alle trincee come un luogo nel quale gli italiani si sentirono “fratelli”, nostalgie romantiche completamente prive di fondamento cui semmai andrebbe contrapposta la tesi dell’insensatezza della guerra, che semmai si presenta come una grande menzogna preparata dalla narrazione dei media del tempo. Fu una guerra che segnò l’immaginario collettivo degli italiani, ma fu anche la guerra nella quale i proletari venivano mandati al macello contro altri proletari, un meccanismo mostruoso di morte che finì per soffocare nel sangue delle trincee le aspirazioni nobili che guidavano chi andava al fronte pensando di fare cosa nobile e giusta. Il fascismo si nutre della retorica bellica emersa nel contesto della Prima Guerra Mondiale, e non casualmente i neofascisti e l’estrema destra di oggi continuano a perpetrare il mito della Grande Guerra che viene vista un pò come una sorta di evento di “catarsi nazionale”, un momento critico insomma nel quale secondo la loro retorica gli italiani si sono stretti tra le trincee e si sono riconosciuti come popolo comune. Retorica appunto, banale retorica fatta peraltro sulle migliaia di persone uccise al fronte o decimate dalla follia dei generali, uomini strappati alle loro famiglie in nome di un astratto concetto di “nazionalismo”. Gian Maria Volontè in questo senso ha recitato in un film, “Uomini Contro“, che permette di cogliere con lucidità tutta l’insensatezza di quel conflitto e l’ingiustizia esercitata in modo arbitrario da parte dei generali, che disponevano della vita e della morte dei loro uomini. La realtà sembra essere andata diversamente dalla bella favola che racconta l’estrema destra, che invece preferisce tacere ad esempio sulla sorte dei feriti e dei prigionieri italiani, una sorte terribile dato che il governo italiano li abbandonò al loro destino considerandoli vili e traditori in nome di quella retorica patriottica che tanto piace ai fascisti di oggi. Come è possibile guardare con nostalgia a una guerra che causò 10 milioni di morti in cinque anni, 8 milioni di mutilati e invalidi e almeno 10 milioni di prigionieri su tutti i fronti? Come è possibile celebrare con felicità una guerra nella quale l’Italia perse quasi 700.000 uomini? Oltre mezzo milione di persone tornò poi a casa con gravi mutilazioni, mentre almeno 40.000 uomini a causa della guerra si causò delle gravi patologie psichiche. Chi davvero stappò lo Champagne durante la Grande Guerra furono gli industriali che alimentarono la “grande truffa” delle spese di guerra come evidenziato dallo storico Sergio Tanzarella intervistato sull’argomento da parte di Rai News: “Si trattò allora della prova generale della corruzione sistemica che avrebbe caratterizzato il nostro Stato. La Commissione parlamentare d’inchiesta sulle spese di guerra fortemente voluta da Giolitti raccolse, seppure a fatica, una documentazione imponente. Non ci fu un settore delle commesse di guerra che non fosse stato coinvolto dalla corruzione. Fatture pagate per materiali mai consegnati o solo in parte consegnati, fatture pagate due volte, forniture di materiali di pessima qualità e, finita la guerra, riacquisto a bassissimo costo di quanto non era stato nemmeno consegnato. La guerra costò in alcuni settori anche il 400% in più del dovuto, si può ben comprendere con che danno irreparabile per la casse dello Stato. Un debito enorme che l’Italia si sarebbe trascinata per decenni fin dentro la vita repubblicana. La cattiva qualità delle forniture provocò disagi gravissimi dagli armamenti fino alle stoffe delle divise che avide d’acqua ghiacciarono negli inverni di trincea o alle scarpe che duravano in media da 4 giorni a 2 mesi. La guerra si trasformò in una colossale truffa per lo Stato. Anche l’acquisto di quadrupedi negli Stati Uniti divenne occasione do corruzione, gli ufficiali addetti comprarono a caro prezzo migliaia di cavalli e di muli d età veneranda, pronti a morire ancora nel viaggio di consegna“. Insomma con la Grande Guerra non solo gli industriali ebbero migliaia di uomini pronti a morire per i loro interessi, ma riuscirono anche ad aumentare vertiginosamente i profitti. Se non altro proprio l’insensatezza della Grande Guerra, il dolore, la fame, la rabbia e la miseria, furono il propellente che in Russia servì a Vladimir Lenin per cacciare gli Zar e provare a inaugurare una nuova era.

Gb

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