7 Novembre, queI giorno che sconvolse la storia, queI giorno che sconvolse la storiaTribuno del Popolo
mercoledì , 18 gennaio 2017
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7 Novembre, queI giorno che sconvolse la storia

7 Novembre, queI giorno che sconvolse la storia

Nel 96° anniversario della Rivoluzione bolscevica questioni di grande interesse sono quelle su bilancio storico dell’esperienza del “socialismo realizzato” e su eredità dell’evento rivoluzionario che ha segnato un secolo intero.

Fonte: Oltremedianews

I dieci giorni che sconvolsero il mondo”. Così, Jhon Reed, comunista americano, intitolò la sua “cronaca” degli eventi della Rivoluzione bolscevica d’Ottobre, in un libro che è diventato ormai storia. Il 7 novembre 1917 (24 ottobre, secondo il calendario giuliano), il movimento rivoluzionario bolscevico, con a capo Vladimir Ilic Ulianov, più noto come Lenin,  abbatte il potere del governo provvisorio guidato dal menscevico Kerenskij, con l’atto cui la storia ha dato un livello simbolico molto alto, la presa del Palazzo d’Inverno, la sede in cui i ministri del governo si erano rifugiati, atterriti per i moti in corso. Gramsci ne parlerà con ammirazione, in Italia, in una serie di articoli in cui narrerà ai suoi compagni italiani, esaltando la determinazione che spinge e permette ad alcune decine di migliaia di quadri rivoluzionari di scrivere una delle pagine di storia più importanti.Si tratta della prima pietra posta per l’edificazione della più importante esperienza di socialismo “realizzato”, quella dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Molto si sono affannate le spinte revisioniste, in quest’ultimo ventennio soprattutto, per riscrivere quelle pagine di storia, al fine di accreditare la tesi del putsch piuttosto che quella sull’ “oro di Berlino”, cioè sul finanziamento tedesco a Lenin (tesi che ha visto il sostegno, più che spinto, tra i confini patri diCorriere della Sera e Tg nazionali). Ma una operazione d’ igiene storica non può che basarsi sull’oggettività delle cause: uno stato di agitazione prolungata negli anni, le condizioni di vita feudali in cu lo zarismo aveva costretto masse sterminate di popolo, una guerra mondiale che aveva dilaniato, nonché decimato, la popolazione, sono parte del substrato materiale su cui gli eventi dell’Ottobre russo hanno poggiato. Ad esso, va comunque affiancato un capacità soggettiva non secondaria delle avanguardie rivoluzionarie guidate, ancora una volta, dallo stesso Lenin. Quest’ultimo riconoscimento non è nota d’appendice alla storia: lo stesso realizzarsi della Rivoluzione d’Ottobre rompe un tabù esistente nel marxismo della Seconda Internazionale, il quale vuole che la “rivoluzione” possa scoppiare solo dove lo sviluppo delle forze produttive sia maggiore e la ricchezza sia più copiosa. Lenin, con gli eventi alla cui testa si porrà, dimostrerà invece la validità del concetto di “anello debole” della catena, sancendo che il moto rivoluzionario può essere vittorioso e che il socialismo può instaurarsi nelle contraddizione più acute della società, siano esse più prossime a un sistema feudale o ad uno capitalistico.

Si tratta di un evento che ha marchiato a ferro tutto la successiva parte di secolo. Tuttavia, anche tra gli eredi del marxismo-leninismo, non sfugge una verità inconfutabile: il primo “esperimento profano”, come l’ha definito in un suo recente volume Rita Di Leo, l’esperienza sovietica, è uscito sconfitto dalla sfida con il capitalismo. Le ragione di un tale collasso sono tutt’ora al centro di studio e le cause enumerate in questo tentativo d’ analisi sono molteplici: dal “deficit di democrazia”, particolarmente evidenziato nei decenni staliniani, all’atteggiamento arrendevole dell’ultimo Gorbaciov, passando per l’inefficienza della pianificazione  economica dagli anni settante in poi e per  il crollo del mito rivoluzionario originario.

Sarebbe assai complesso, in questo spazio, soffermarsi su ognuna di queste possibili cause. E’ certo che un intreccio tra ragioni teoriche e pratiche, tra struttura e sovrastruttura, per dirla con termini marxiani, esista: la caduta del mito della Rivoluzione è stata accompagnata dal venir meno di un controllo sulla produzione,  sull’economia, non solo da parte dei produttori (esso, in realtà, comincia molto prima), ma da parte dello stesso Stato. Il fallimento della “perestrojka” gorbacioviana segna l’epilogo della vicenda storica dell’Urss.

Ma la fine dell’Urss rappresenta il definitivo venir meno dello slancio di quell’Ottobre? Palesa l’impossibilità di realizzare un diverso modello di società non innestato sul dogma della proprietà privata?

A guardare ai nostri giorni viene difficile rispondere positivamente a questi interrogativi. Proprio in questo frangete di crisi sistemica del capitalismo verrebbe quasi illogico definire questo modello di società e questi rapporti di produzione come naturali e immutabili. Le cronache quasi quotidiane ci riferiscono delle macerie sotto cui molti tra diritti, rivendicazioni, parole d’ordine che hanno portato alle più avanzate conquiste sociali, nel corso del Novecento, sono sotterrati. Ma altrettanto quotidianamente apprendiamo di quanto il corso della storia si compia e scorra velocemente, talvolta quasi impercettibile per quanto rapido: l’atlantismo come perno della civiltà e centro focale della politica internazionale e dei rapporti di forza nel globo è fortemente messo in discussione. La stessa vicenda siriana di pochi mesi fa lo dimostra. Siamo in presenza di un mondo non unipolare, come invece il crollo dell’Unione sovietica lasciava prefigurare. Vasti schieramenti di potenze emergenti, ma oramai completamente emerse, controbilanciano monopoli che appaiono solo un vecchio ricordo. Tra di esse, ormai note sotto l’acronimo di BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), ve ne è, addirittura, una governata da un Patito comunista, governata da un nuovo presidente, Xi Jiping, il cui primo proposito, espresso davanti ai vertici più importanti della Repubblica, è stato quello di prodigarsi per “evitare di fare la fine dell’Urss” con l’abbandono dell’ancoraggio all’ideologia marxista-leninista. Certo, un minimo di conoscenza dei fatti storici non lascia spazio a fraintendimenti di sorta: Cina e Urss non sono certo considerabili su un comune piano d’analisi (mai, in verità, è stato così). E, tuttavia, proprio le differenze, la ricerca di vie nuove ad una transizione tra modelli di società, più che spingere all’epitaffio, dovrebbe indirizzare ad uno studio più attento delle dinamiche geopolitiche. Se dall’Asia esempi di questi tentativi non mancano, il Sud America appare ricco di nuove sperimentazioni di quello che gli stessi latini americani definiscono “socialismo del XXI secolo”. Ed a conclusioni non molto distinte porta riflettere su esperienze socialiste, oramai di lunga durata, come quelle cubana, vietnamita, coreana, ciascuno nella sua particolare e storicamente determinata forma, ma tutte accomunata da una tensione verso una società diversa, socialista.

Non è oggi il tempo dei giudizi definitivi, è solo la storia titolata a darne. A chi non vuol essere passivo spettatore l’onere di sfogliare le pagine della Storia. Se proprio una riflessione conclusiva è da trarre, a chi dopo 1989 parlava di fine della storia, i nostri giorni insegnano che la storia è sensibile di progresso, sempre.

Francesco Valerio della Croce

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