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lunedì , 11 dicembre 2017
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Naher el Bared 5 anni dopo

Sono passati 5 anni dalla distruzione del campo di Naher El Bared, in questi anni pochi si sono interessati al campo e alla sua gente. Pochi sanno infatti che, fino all’anno scorso, è stato ricostruito solo il 20% del campo. Ma quello che praticamente nessuno sa è che il vecchio cimitero è stato classificato zona militare, quindi ad oggi serve un permesso dell’esercito libanese per poter visitare i propri cari. E questo viene rilasciato solo nelle grandi occasioni.

E ancora, pochi sanno che il genio civile dell’esercito, che ha partecipato e messo all’opera il piano urbanistico del campo, si è battuto affinché le strade siano larghe abbastanza per poter far passare i mezzi militari. E forse sono pochissimi a sapere che sempre l’esercito ha chiesto che le tubature delle fogne fossero – al contrario – strette, per non essere utilizzate come tunnel o trincea.

In tutti è ancora ben vivo quello che è successo appena 5 anni fa e per molti il collegamento fra il campo e il terrorismo è automatico. Peccato però che mentre i rifugiati palestinesi che vivevano a Naher El Bared stanno pagando duramente il prezzo di quel terrorismo che si era infiltrato fra le loro case, i “i virtuali terroristi” escono dalle carceri libanesi uno dopo l’altro, con una piccola somma di denaro e forse grazie alla mai nascosta simpatia verso la famiglia Hariri.

Tutto questo, per gli abitanti del campo, pesa da una sola parte della bilancia, sull’altra parte giace una situazione insopportabile, cioè la politica delle autorizzazioni militari per entrare o uscire dal campo; ad ogni abitante è vietato entrare se non è in possesso del permesso. Se ad esempio viene dimenticato sul luogo di lavoro, si resta fuori. Così l’autorizzazione del esercito libanese è divenuta più importante della carta d’identità.

Sono queste le ragioni che hanno fatto esplodere il campo nei giorni scorsi. I rifugiati, hanno alzato la testa e la voce per chiedere la fine della militarizzazione e ghettizzazione del campo. Poi sono stati seguiti dalle organizzazione palestinesi. Gli altri campi profughi hanno manifestato solidarizzando con Naher El Bared e Ein El Helwe, proclamando il lutto per i palestinesi caduti durante queste manifestazioni. Fra i morti un uomo di Ein El Helwe, una pallottola gli ha attraversato la testa per uscire dalla nuca. L’esercito libanese però, nega l’utilizzo delle armi, il sospetto allora andrebbe verso una fantomatica terza parte, coinvolta ma ancora ignota. A Ein El Helwe è quindi scattato l’allarme tra le forze islamiste e le forze armate della polizia dell’Olp, ed hanno creato insieme un cuscinetto tra il loro popolo infuriato e l’esercito libanese. Ma malgrado tutto questo i partecipanti al funerale sono riusciti a tirare i sassi contro il posto di blocco dell’esercito libanese che presidiava il campo.Dal 1982 i palestinesi rifugiati nei campi del libano provano a tenersi lontani dai conflitti interni libanese, ma sempre qualcuno si ritrova a farne parte. Le stesse parti libanesi nel pieno delle loro divisioni, denunciano i coinvolgimenti palestinesi e nello stesso tempo sono i primi a cercare di coinvolgerli; tanto che alcuni vorrebbero che i palestinesi siano “l’esercito della Sunna in Libano” e per questo vicini alla corrente di al Mustaqbal , il partito di Hariri, mentre altri, come Hezboallah , cercano di tenerli fuori dalle dispute, in quanto “siamo tutti figli della stessa causa”.

Una situazione ancora più caotica con l’aggravarsi della crisi siriana. Infatti, nonostante le organizzazioni palestinesi hanno adottato il principio di non ingerenza negli affari libanesi, si sono trovati loro malgrado coinvolti proprio come nella storia di Naher El Bared. Questo rischio lo sottolinea Marwan Abdel Al, del ufficio politico del Fplp, nonché responsabile della ricostruzione di Naher El Bared, al giornale libanese Al Akhbar, “è necessario non coinvolgerci come palestinesi nei conflitti interni libanesi” e aggiunge “che noi, come organizzazioni palestinesi, dobbiamo lavorare per neutralizzare i campi profughi dagli avvenimenti libanese e siriani” e non nasconde la paura che “qualche parte pensi di far sgonfiare la pressione che oggi c’è in Libano utilizzando l’anello più debole, cioè i campi profughi palestinesi”.

Dello stesso tono anche il responsabile della Jihad in Libano, Abo Imad Al Rifai, il quale afferma “c’è una unanimità palestinese sulla necessità di tenere i campi palestinesi rigorosamente fuori dai conflitti che fioriscono intorno” e lascia intendere, che, “ci sono dei tentativi di creare un nuovo Naher El Bared”.

Per queste ragioni le forze patriottiche palestinesi e islamiche, stanno tentando di creare un comitato di coordinamento, come è successo il 7 maggio 2008, per evitare qualsiasi tipo di coinvolgimento palestinese in un eventuale scontro interno libanese. Sembra che l’estate libanese sarà molto calda, dice un’alta personalità islamica che racconta come nei recenti funerali, dopo le manifestazioni a Naher El Bared, gli organizzatore hanno vitato al Partito islamico di liberazione di portare la bandiera dell’opposizione siriana, per evitare di essere coinvolti anche nelle divisioni pro e contro la Siria di Bashar.Ad essere preoccupata di quello che succede in questi giorni nei campi di Naher El Bared e Ein El Helwe è anche la leadership palestinese, Abu Mazen oltre a telefonare al presidente libanese ha mandato un suo emissario Azam Al Ahmad, per cercare di calmare le anime, mantenendo i palestinesi fuori della mischia interna libanese. La presenza dei profughi palestinesi in Libano, conseguenza diretta dell’occupazione delle terre palestinesi da parte di Israele, rimane uno dei nodi più importante in qualsiasi futura trattativa, sia questa con gli israeliani, sia questa con i libanesi. Il nodo centrale è il diritto al ritorno, e allo stesso tempo, la necessità di garantire ai rifugiati palestinesi una vita dignitosa in Libano senza discriminazioni.

di Bassam Saleh, tratto da www.Marx21.it

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