A chi giova una Resistenza senza "eroi"?Tribuno del Popolo
lunedì , 23 ottobre 2017
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A chi giova una Resistenza senza “eroi”?

Siamo al settantesimo della #Liberazione, un appuntamento importante soprattutto perchè mai come oggi spirano forte i venti del revisionismo storico. E a 70 anni dalla #Liberazione a titolo del tutto personale vorremmo porre una domanda o una provocazione: Siamo sicuri che sia stato utile evitare di mitizzare la #Resistenza? E soprattutto a cosa serve, come sta facendo qualcuno, cercare di demolire quei pochi miti che sono arrivati fino a noi?

La Resistenza è stato un movimento di popolo straordinario, genuino, popolare e antirazzista, per molti una sorta di “Secondo Risorgimento” per il nostro Paese. Per scelta, per modestia oppure per calcolo politico però qualcuno ha deciso di non creare dei miti tra i partigiani. Alla fine fu una rivolta di popolo, di cittadini che si ribellavano contro la dittatura, e quindi forse qualcuno sicuramente con un nobile intento ha preferito cercare di mitizzare la Resistenza nel suo complesso senza andare a comporre dei “miti”, degli “eroi” popolari. Un intento sicuramente molto nobile volto a mancare la differenza tra i partigiani e il nemico che combattevano, che invece si nutriva dei miti di guerra di uomini machi e spietati che affascinavano il popolo. Però non certo per colpa della Resistenza il “nuovo italiano” che si voleva costruire non è arrivato. Anzi il parafascismo è sopravvissuto nel corso dei decenni e oggi a lodare il “mito” della Resistenza sono in pochi, probabilmente la minoranza degli italiani. La maggioranza degli italiani, al contrario, si mostra indifferente nei confronti della #Resistenza, oppure del tutto ostile, basti vedere il successo di Pansa e di un revisionismo di casa nostra particolarmente pervicace perchè fatto proprio anche da quella sinistra moderata anticomunista che ha colto la palla al balzo per fare i propri interessi. Qualche mito per la verità ci è arrivato, a Torino ad esempio esiste quello di Dante Di Nanni, il ragazzo che ventenne diede filo da torcere ai fascisti e combattè fino alla fine con le armi in pugno. Attorno alla figura di Dante ogni anno molti ragazzi scoprono la bella storia della Resistenza e dei partigiani che hanno combattuto con il fascismo pagando con la propria pelle. Grazie a lui hanno potuto approfondire i luoghi della Resistenza nella città, affascinati dal mito di quel ventenne che ha offerto la sua vita in nome di un ideale. Insomma uno dei “pochi” miti che sono rimasti fino a noi, ed è per questo che chi vi scrive proprio non ha compreso come mai demolire anche il suo mito, come mai storici di professione, bravissimi e preparati, abbiano perso parte del loro tempo proprio per dimostrare che in realtà Dante Di Nanni non sarebbe morto da “eroe” ma solo come un partigiano tra tanti. Non ci voleva un genio a capire che Dante probabilmente non è morto come ci suggerisce la leggenda, ma troviamo a dir poco controproducente andare a demolire uno dei pochi miti della Resistenza, peraltro in un periodo nel quale è la Resistenza nel suo complesso a venire attaccata da ogni dove. E se invece l’errore sia stato proprio quello di pensare che non servissero dei miti per “educare” gli italiani? Troppi si fanno ancora ammaliare dalla figura del “Duce” mitizzata e tramandata al punto da sovrapporsi alla storia e al giudizio negativo che ha emesso su di lui. E dato che, ci piaccia o no, soprattutto i giovani vengono sedotti proprio dai miti non avendo abbastanza cultura ed esperienza per capire da soli, ecco che diventa importante cercare di sviluppare dei miti anche all’interno della Resistenza; uomini come Di Nanni, Pesce Visone, Il Comandante Diavolo, il Comandante Cino Moscatelli, Ilio Barontini e tanti altri forse meriterebbero più di altri di diventare dei “miti”, degli “eroi”, e invece al posto che mitizzare il loro eroismo, perchè tale fu, si preferisce demolire pezzo dopo pezzo ogni mito in nome della “verità storica”, e il fatto che tale operazione rafforzi i revisionisti non sembra interessare agli addetti ai lavori, che invece si fanno ingolosire dal facile ottenimento di prime pagine. Insomma se da un lato è sicuramente meritorio voler lottare per la verità storica, dall’altro occorrerebbe chiedersi come mai sempre più ragazzi sembrano non interessarsi minimamente alla Liberazione e invece ammiccare sempre di più al fascismo, al nazismo e così via. Evidentemente la “vulgata” della resistenza parla, secondo noi, a persone già preparate e molto colte, in grado di recepire il messaggio, e meno al proletariato e sottoproletariato. E questa, beninteso, non è certo un’accusa alla Resistenza, all’Anpi o a coloro che nella Liberazione si riconoscono, semmai una critica produttiva.

Gb

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