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lunedì , 11 dicembre 2017
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A due anni dal massacro di Odessa

Il massacro nella Casa dei Sindacati di Odessa è emblematico del corso impresso all’Ucraina dopo il colpo di Stato del febbraio 2014 e l’ascesa delle forze nazifasciste con l’appoggio di USA e UE.

L’Ucraina sommersa dall’oscurità

I fatti avvenuti il 2 maggio 2014 contengono elementi emersi in conseguenza della presa del potere da parte dell’oligarchia alleata con l’imperialismo: il terrorismo come politica di Stato che ha lasciato uno strascico di vittime civili (circa 40, compresi anziani e donne); tratti di barbarie nell’attacco selvaggio diretto contro comunisti e antifascisti e le organizzazioni popolari; la compromissione della “comunità internazionale” nella traduzione materiale della profonda regressione antidemocratica osservata nel paese nei mesi precedenti e l’impunità delle bande criminali e nazifasciste.

Il responsabile delle operazioni che hanno portato al massacro a Odessa è stato il comandante delle cosiddette forze di difesa del Maidan, piazza del centro di Kiev dove tutto ha avuto inizio e, per questo, luogo a cui occorre ritornare per collocare il contesto in cui è avvenuto il massacro di Odessa, due anni fa.
Infatti il Maidan, facendo leva su fattori di malcontento e sulle reali aspirazioni a migliori condizioni di vita da parte di settori e classi popolari ucraine – come è stato sottolineato dal PCP fin dall’inizio della “crisi in Ucraina –, è stato il pretesto oggetto di manipolazione e rapidamente mutato di segno. Il rifiuto dell’allora governo di Kiev, guidato da Viktor Yanukovich, di concludere l’accordo di associazione con l’UE ha sancito la fase finale del lungo cammino di intromissione esterna e sovversione con l’obiettivo di far capitolare l’Ucraina.

Al partito che rivendica l’eredità del collaborazionista nazista Stepan Bandera, “Svoboda” (già allora legale e con una forte rappresentanza parlamentare), l’imperialismo ha aggiunto nel Maidan gruppi di marginali e delinquenti sotto la bandiera dell’ultra-nazionalismo, come nel caso del “Settore di Destra”, organizzazione paramilitare che avrebbe rappresentato la spina dorsale della futura Guardia Nazionale, che ha funzionato come corpo di spedizione repressivo dei democratici e antifascisti dell’Est dell’Ucraina, particolarmente con il famigerato “Battaglione Azov”, creato mediante uno sfacciato proselitismo nazifascista.

Ingerenza aperta

Figure politiche della “Rivoluzione Arancione” realizzata all’inizio del XXI secolo (2004-2005) in Ucraina e nuovi attori “politici”, gli uni affiliati a Berlino (un ex pugile e leader del partito nazionalista “Udar”), gli altri a Washington (il recentemente dimesso primo ministro dell’Ucraina, Arseni Yatsenyuk e i sostenitori dell’ex prima ministra “arancione” Julia Timoshenko), si sono uniti alla truppa di assalto che ha occupato il centro politico e amministrativo di Kiev, che ha dato l’assalto al potere, il 24 febbraio 2014.

Per il Maidan sono passati anche alti responsabili di USA e UE. Il senatore americano John McCain (che più tardi sarebbe stato nominato consigliere dell’attuale presidente ucraino, Petro Poroshenko,  come altri politici stranieri, come nel caso dell’ex presidente della Georgia Mikhail Saakashvili), che ha incontrato ed elogiato nazifascisti dichiarati. Lo stesso hanno fatto Victoria Nuland, sottosegretaria del Dipartimento di Stato degli USA, e la baronessa Catherine Ashton, allora responsabile della politica estera dell’UE. Nuland è diventata famosa per avere confessato che i nordamericani avevano già investito cinque miliardi di dollari per trasformare l’Ucraina in un territorio vassallo. Ashton, per parte sua, sarà ricordata dai posteri per l’indifferenza manifestata quando il ministro degli Affari Esteri dell’Estonia le ha riferito che la mattanza nella piazza Maidan, alcune ore prima della realizzazione del colpo di Stato e subito attribuita al disorientato ed esitante governo di Yanukovic, era stata, infine, perpetrata dai paramilitari golpisti. Presumibilmente diretta da quelli che avrebbero guidato il massacro nella Casa dei Sindacati ad Odessa, mesi dopo.

Guerra calda

Se esiste un precedente dell’assalto alla Casa dei Sindacati di Odessa, c’è anche un seguito. Subito dopo il colpo di Stato, in Crimea si è manifestata una sollevazione democratica e patriottica. In un referendum, la popolazione della penisola decide la reintegrazione nella Federazione Russa, concretizzando un’aspirazione già affermata in precedenza. Scoppiano insurrezioni antifasciste nell’Est (specialmente nel bacino del fiume Don) con la costituzione di poteri locali propri che ancora oggi reclamano la traduzione costituzionale dell’autonomia. Bruxelles impone sanzioni economiche alla Russia che non hanno avuto nefaste conseguenze unicamente per gli USA.

Per la prima volta dal tempo delle guerre di divisione della Jugoslavia e dell’aggressione “umanitaria” della NATO all’ex Jugoslavia, i combattimenti ritornano in Europa. Kiev, finanziata dagli USA, che approvano successivi pacchetti finanziari per il sostegno militare non letale e letale, soprattutto, ma con l’uso anche di armi della NATO, lancia un’offensiva fratricida nel Donbass nel contesto di una campagna xenofoba russofobica. Il direttore della CIA e il vicepresidente degli USA, Joe Biden, si sono schierati con il governo golpista prima dell’attacco, dandogli luce verde.

Città e villaggi sono bombardati con armi pesanti e proibite (bombe a frammentazione) per mesi. Si registrano avanzate e ritirate e i contro-golpisti resistono. Numerose fonti ufficiali indicano che più di novemila ucraini sono morti nell’Est. Circa un milione e mezzo si rifugia in territorio russo. Oligarchi assoldano mercenari e formano eserciti privati.

Un aereo della compagnia aerea malese è abbattuto nel luglio2014 e l’attentato è attribuito agli antifascisti appoggiati da Mosca, che nega e dimostra la falsità delle accuse. La Russia è dipinta come invasore e aggressore, sostenitrice del terrorismo. Quanto ai recenti sospetti sul transito di estremisti islamici (del Fronte Al Nusra, in azione in Siria, per esempio) e l’armamento di costoro da parte dell’Ucraina, si è preferito tacere.

Il clima da guerra fredda era al massimo e l’Alleanza Atlantica ha fatto passi in avanti per quanto riguarda un altro dei propositi della “ribellione del Maidan”: giustificare il rafforzamento della presenza militare a ridosso delle frontiere della Federazione Russa, acquisendo posizioni e accrescendo i mezzi (contingenti umani, apparati di combattimento terrestri e aerei, offensivi e logistici) e realizzando poderose esercitazioni militari.

Il conflitto nel Donbass non si è risolto con le armi e dal febbraio 2015 persiste una fragile tregua (negoziata a Minsk, in Bielorussia) che è permanentemente violata.

Fascistizzazione

In Ucraina, la guerra contro le popolazioni dell’Est del paese è accompagnata da una campagna antidemocratica di ingombranti proporzioni. Antifascisti sono assassinati e centinaia di democratici sono incarcerati. Manifestazioni e proteste sono represse con la violenza dalle orde nazifasciste, ufficiali e parallele. L’esercizio del potere (locale, regionale, giudiziario) e la libertà di espressione sono condizionati. Le elezioni, quelle della designazione del “re del cioccolato”, Petro Poroshenko, alla presidenza dell’Ucraina e le legislative, sono una caricatura che l’Occidente definisce “trasparenti”.

L’ideologia comunista, il periodo sovietico e i rispettivi simboli, il passato eroico della resistenza all’invasore tedesco sono stati criminalizzati dal parlamento al momento della celebrazione dei 70 anni dalla sconfitta del nazifascismo. Il Partito Comunista di Ucraina insieme ad  altre forze democratiche è stato messo fuori legge, le sue sedi sono assaltate e i dirigenti del partito sono perseguitati. Statue e monumenti ai fondatori dell’URSS, agli antifascisti e alla democrazia sono oggetto di vandalismo, nello stesso momento in cui le organizzazioni e i militi nazifascisti ridanno vita alle sfilate in lode dell’olocausto e del nazifascismo e i suoi fondatori e ispiratori ucraini sono glorificati come eroi nazionali dalle autorità.

La situazione economica e sociale subisce un permanente degrado e vasti strati popolari oggi maledicono il Maidan, vedendo e sentendo che la fascistizzazione ha sempre come obiettivo costringere i lavoratori a maggiore sottomissione di classe e nazionale.

Il PCP sempre solidale

Ingiustamente accusato di non difendere la democrazia e i diritti umani, il PCP ha nell’Ucraina uno dei tanti esempi di come non risparmi sforzi, con verità e coerenza, nella difesa di quei valori. Il Partito mette in guardia da sempre sui pericoli contenuti nei moti del Maidan e non ha mai fatto circolare apprezzamenti fantasiosi sul corso degli avvenimenti e sui suoi propositi. Per il Partito, i concentramenti e il conseguente rovesciamento del governo ucraino attraverso un colpo di Stato e la sottomissione dell’Ucraina agli USA e all’UE, non sono mai stati la “primavera araba” che è arrivata in Europa o una “rivoluzione popolare” per rovesciare il “regime di Yanukovich”; la campagna punitiva nell’Est del paese è avvenuta nel quadro dell’istigazione di un conflitto con la Russia e della promozione della xenofobia russofobica; l’ondata antidemocratica di matrice nazifascista caratterizzata dall’anticomunismo più primitivo e aggressivo non è mai stata in dubbio nella misura in cui la realtà l’ha confermata drammaticamente.

Per il PCP, il colpo di Stato, nei suoi contorni e appoggi, ha dimostrato che gli avvenimenti erano sempre controllati nel ritmo e nei contenuti, e avevano in vista l’instaurazione del potere degli oligarchi associati all’imperialismo; che la giunta nazifascista era la testa di ferro per lo scatenamento di un’offensiva destinata a sottomettere l’Ucraina, provocare danno economico alla Russia e rafforzare l’accerchiamento militare della Federazione Russa; che l’anticomunismo latente è sempre antidemocratico e che l’imbiancatura e la revisione della storia conseguenti rappresentano una profonda minaccia per i popoli, come, in tal senso, ha espresso il PCP in comunicati a proposito dell’aggravamento della situazione in Ucraina.

Nell’Assemblea della Repubblica, nel luglio 2014, il PCP ha presentato una mozione di condanna della situazione in Ucraina e di solidarietà con il popolo ucraino. In precedenza, al momento della presa del potere da parte dei golpisti nazifascisti, alla fine di febbraio 2014, il Partito aveva presentato al Parlamento una mozione di condanna respinta da PSD, CDS e Partito Socialista, e votata favorevolmente da PCP e PEV. Il “Blocco di Sinistra” (BE, membro della “Sinistra Europea”, ndt) si era astenuto.

Nel Parlamento Europeo, i parlamentari del PCP si sono distinti nella denuncia della situazione in Ucraina presentando alle istanze europee varie interrogazioni, ad esempio sugli appoggi concessi a quel paese e sull’accordo di libero commercio tra Kiev e Bruxelles, in considerazione dei crimini e della deriva nazifascista.

Quanto al massacro di Odessa, al compimento di un anno dall’accaduto, il PCP, il 1° maggio 2015, ha partecipato alla commemorazione promossa dal Partito Comunista di Ucraina e dall’Associazione dei Veterani della Grande Guerra Patriottica, con il suo deputato al Parlamento Europeo João Ferreira.

Tratto da Avante!”, settimanale del Partito Comunista Portoghese (PCP)

Traduzione di Marx21.it

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