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giovedì , 30 marzo 2017
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A proposito di elezioni, Europa e vero voto utile

Come quasi sempre accade nelle competizioni elettorali nelle cosiddette democrazie avanzate, anche questa volta è l’inessenziale che tiene banco, tra sparate propagandistiche di Monti, Berlusconi e Grillo e il nulla espresso da Bersani

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Fonte: Marx21.it

1. Europa convitato di pietra 

Il grande assente e convitato di pietra di questa campagna elettorale è l’Europa. Il fiscal compact che impone il pareggio di bilancio, inserito addirittura in Costituzione, pone dei vincoli che costringeranno l’azione di qualsiasi governo. Ma non è tutto. L’Europa prevede la riduzione in venti anni del debito pubblico al 60% sul Pil. Ora, visto che il nostro debito equivale al 126% e che in valore assoluto ammonta a oltre 2mila miliardi di euro, si tratta di tagliare più di mille miliardi, ovvero circa 50 miliardi all’anno. Quindi, in realtà il pareggio di bilancio è il meno. Ogni anno bisognerà realizzare attivi di bilancio (maggiori entrate su spese) pari al 3-4% del Pil.

Considerando che quest’anno, con una politica di lacrime e sangue, siamo arrivati ad un saldo di bilancio primario (al netto degli interessi) del 2,6%, che il Pil bene che vada sarà stagnante per gran parte del prossimo decennio, che quest’anno abbiamo speso 80 miliardi per interessi sul debito e che il pericolo di nuove impennate dei tassi d’interessi è molto probabile, si deduce che i margini di manovra dei prossimi governi sono veramente inesistenti. Difatti, o si aumentano le imposte, e sono tutti concordi nel dire che si è raggiunto il livello massimo, o si taglia la spesa pubblica. Il che vuol dire tagliare dove c’è la “ciccia”, la sanità, le pensioni e l’istruzione. L’unica alternativa è far pagare chi si è arricchito negli ultimi anni (banche, finanza in genere, monopoli e multinazionali), e, soprattutto, rimettere in discussione l’”europeismo dei capitali” dominante, a partire dal fiscal compact. L’assurdo è oltrepassato da Monti, che nella sua “Agenda di governo” parla della riduzione di un ventesimo l’anno del debito, ovvero 100 miliardi annui, pari addirittura al 6-7% del Pil.

Se Bersani non dice nulla è perché non può dire nulla (l’unica cosa che ha detto è che il nuovo governo dovrà fare subito una nuova manovra), sapendo che dovrà gestire questa situazione. Avendo già fatto da tempo una chiara scelta di campo “europeista” (nel senso che abbiamo detto), la porta avanti con coerenza, dimostrando di preoccuparsi soprattutto della sua legittimazione come interlocutore affidabile davanti ai mercati finanziari, come dimostrano anche le interviste ai vari Wall Street Journal e Financial Times. Berlusconi non ha questo tipo di preoccupazione (ma ben altre e giudiziarie) e spara demagogia a tutto spiano, senza ricordare che fu il suo governo nel 2011 il primo ad applicare il rigore richiesto dall’Europa, che le sue manovre sono state anche pesanti almeno come quelle di Monti, e che la disoccupazione ha cominciato ad impennarsi con lui. La stessa polemica su Mps è esemplificativa di come si meni il can per l’aia. Qui il tema non è tanto l’ingerenza dei partiti, il solito e comodo capro espiatorio, quanto le scelte liberiste che sono state portate avanti negli ultimi quindici anni da tutti i principali partiti a partire dal PD. In primo luogo, la privatizzazione delle banche e, in secondo luogo, l’abolizione della legislazione che, dopo la crisi degli anni ’30, separava le attività retail da quelle di investimento. È da questa abolizione negli Usa e in Europa che derivano gli scandali che investono non solo l’Italia ma tutti i Paesi (pensiamo agli innumerevoli scandali negli Usa e recentemente allo scandalo Libor in Gran Bretagna). Mentre, però, in Gran Bretagna, patria del neoliberismo, in Francia e in Germania si sta reintroducendo la legislazione che separa le attività retail e di investimento, in Italia ci si limita a critiche moralistiche, dentro le quali trova fertile terreno Grillo. Negli ultimi giorni abbiamo avuto un’altra prova degli effetti nefasti dell’attuale ”europeismo”. Le politiche espansive e l’immissione di liquidità delle banche centrali di Usa e Giappone, oltre a sostenere le loro economie, hanno fatto impennare il valore dell’euro, che rende più difficile esportare all’Italia. Viceversa la Bce, non potendo operare vere immissioni di liquidità, non può incidere né sulla crescita, e quindi contro la disoccupazione, né sui cambi. Intanto la produzione industriale italiana è ai minimi dal 1990, i disoccupati a 3 milioni e si rischia la decadenza economica del Paese.

2. Misure contro la crisi

La crisi attuale deriva da fattori strutturali, dovuti ad una economia basata sulla ricerca del massimo profitto privato, e non può essere definitivamente risolta nell’ambito del modo di produzione capitalistico. Detto questo, si possono e si devono individuare delle misure che permettano di raddrizzare la situazione ora. In primo luogo, la ripresa dell’intervento e degli investimenti pubblici nella produzione di merci, creando lavoro nei settori maturi ma strategici e in quelli tecnologicamente nuovi ed avanzati. La separazione delle attività retail da quelle di investimento e soprattutto la ripubblicizzazione della banche, che in tutta Europa dalla crisi dei subprime sono state sostenute con migliaia di miliardi pubblici e che in non pochi casi (di pochi giorni fa quello della olandese Sns) sono state nazionalizzate. Una vera riforma fiscale, che si basi sullo spostamento della pressione fiscale dai consumi popolari (con riduzione di Iva, accise, ecc.) e dalla prima casa, ai grandi patrimoni e ai redditi e quindi una rimodulazione dell’Irpef in senso veramente progressivo. Ad esempio, portando gli scaglioni Irpef da cinque a dieci e l’aliquota massima dal 43% al 65% (nel 1974 era al 72% con 32 scaglioni), si raccoglierebbero circa 4 miliardi in più. Ma è ovvio che il nodo principale da sciogliere è l’Europa. In primo luogo, soprattutto vanno rivisti il fiscal compact, il pareggio di bilancio obbligatorio e la riduzione del debito al 60%. In secondo luogo, bisogna modificare il modus operandi della Bce e della Banca d’Italia affinché abbiano come primo obiettivo – come le banche centrali Usa e Giapponese – la crescita. In terzo luogo, è a livello europeo che la questione dell’evasione fiscale può essere affrontata con maggiore efficacia. Infatti, il problema più che l’evasione, praticata dai più “piccoli”, è rappresentato dall’elusione fiscale, che viene svolta dai grandi patrimoni, dalle banche, dalle imprese grandi e multinazionali. Una azione da parte della Ue contro i paradisi fiscali è essenziale per colpire questa pratica.

3. Il vero voto utile è contro il fiscal compact

È evidente che a monte di tutto questo c’è la necessità di una volontà politica orientata a costruire le condizioni per portare avanti questo indirizzo. Tra le varie coalizioni che si affrontano ce ne è solo una che risponde a questo criterio, ponendo nel suo programma al primo posto la questione dell’Europa e del fiscal compact. È la coalizione di Rivoluzione Civile, guidata da Ingroia e appoggiata dai due partiti comunisti, PdCI e PRC. Significativo è stato l’atteggiamento del PD dinanzi a Rivoluzione Civile. Prima il PD ha rifiutato qualsiasi dialogo sui contenuti, evidentemente preoccupato di appannare la sua affidabilità. Poi, vedendo che i consensi di Ingroia crescevano, ha fatto ricorso alla classica argomentazione del “voto utile”. Sorge qualche dubbio, però, sulla utilità del voto a chi, oltre ad aderire al fiscal compact e al pareggio di bilancio in Costituzione, ha appoggiato il governo Monti ed ha votato l’Imu sulla prima casa, l’aumento di Iva e accise, l’aumento dell’età pensionabile al livello maggiore in Europa, l’abolizione dell’articolo 18 e la controriforma del mercato del lavoro, che riduce i salari in entrata ai giovani e la durata e l’importo dei sussidi di disoccupazione. Inoltre, il voto utile potrebbe funzionare solo in un contesto bipolare, che oggi non caratterizza più lo scenario politico, sia per ragioni politiche, come la presenza di Grillo e Monti, sia per ragioni sociali, come la crescita di povertà e disoccupazione. A questo proposito credo sia importante specificare un altro dato politico altrettanto fondamentale. L’affermazione di Rivoluzione Civile è importante non solo per i suoi contenuti alternativi al “senso comune” europeista, bensì anche perché dimostra che oggi in Italia c’è uno spazio politico a sinistra e al di fuori del centro-sinistra. Una tale dimostrazione aiuta sia la costruzione in Italia di una sinistra legata agli interessi dei lavoratori, sia la ricostruzione di un partito comunista unito. Per questa ragione, astenersi sarebbe una scelta ancora più sbagliata. Inoltre, proprio perché l’astensionismo continua ad essere diffusissimo nel nostro paese e ad essere praticato da disoccupati ed operai, bisogna rivolgere uno sforzo particolare a recuperare questi settori al voto. A questo scopo, Rivoluzione civile può certamente spingere, nel prosieguo della campagna elettorale, per legare ancora di più l’aspetto necessario e importante delle lotta per la legalità, ben rappresentato dalla figura di Ingroia, con quello della lotta per il lavoro, il salario e il welfare, e contro il fiscal compact e l’”europeismo” egemone.

Domenico Moro

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