A proposito di imperialismo e crisiTribuno del Popolo
venerdì , 24 marzo 2017
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A proposito di imperialismo e crisi

1. Questo articolo si basa sul nuovo libro di Ernesto Screpanti L’IMPERIALISMO GLOBALE E LA GRANDE CRISI: (LEGGI QUI).

Fonte: Marx 21

Tuttavia, non vuole essere una recensione in senso classico, ma una riflessione critica che in alcuni casi va al di la’ dei temi specifici trattati dal libro (soprattutto nel caso di alcune osservazioni di natura politica.).

I pregi maggiori del libro sono due, legati l’uno all’altro: grande chiarezza1
nell’analizzare problemi enormi e molto complessi, e notevole radicalita’ critica (intesa come coraggio intellettuale e morale,e non come estremismo parolaio). Tuttavia, non concordo personalmente con alcune delle tesi centrali del testo, che ritengo fuorvianti, e nella seconda parte di questo articolo cerchero’ di esporne con franchezza le ragioni.

2. Secondo Screpanti, l’imperialismo e’ connaturato alla natura del capitalismo ed e’ uno dei suoi
tratti fondamentali. La funzione principale dell’imperialismo e’ quella di assicurare le condizioni
non direttamente economiche (i.e., politiche, istituzionali, legali, ideologiche, militari) necessarie
per l’accumulazione capitalistica. E’ uno dei fattori chiave dell’evoluzione della globalizzazione e a
sua volta ne e’ influenzato. Quindi, come e’ ovvio, l’imperialismo del secolo XXI non e’ identico a
quello con cui aveva a che fare Lenin.
L’imperialismo contemporaneo non va inteso in senso economicistico e scolastico, come un
prodotto meccanico dell’interazione tra gli sforzi relativamente indipendenti di tutti i grandi
capitalisti del mondo per massimizzare i propri profitti. Ne’ va identificato con il militarismo e il
neocolonialismo degli USA2: “Il grande capitale può talvolta essere nazionalista, tatticamente; ma
strategicamente è cosmopolita…. ”(p.57).

E neppure e’ utile evocare fantasmi ancora piu’ mostruosi dell’imperialismo stesso, usando categorie come “super-imperialismo” o “ultra-imperialismo”. Non si e’ arrivati, ne’ si arrivera’, a un unico monopolio mondiale: la concorrenza oligopolistica, forma normale e necessaria del capitalismo, si mantiene nella sostanza anche nell’epoca contemporanea, in cui la tendenza presente alla globalizzazione e’ sempre piu’ accentuata.

Una conseguenza importante ( e potenzialmente positiva, tutto sommato!) della natura
dell’imperialismo contemporaneo e’ che non implica una tendenza inevitabile alla guerra tra
potenze capitalistiche: ” L’ordine economico mondiale che serve al capitale non è quello delle
grandi potenze, dei trattati, delle intese e delle guerre inter-imperiali, bensì quello della
sovereignless global governance, quello del governo assicurato dai mercati. È un “non-stato
mondiale…. le rivalità inter-imperiali non sono insanabili, non sono fondamentali, non sono
prodotte dall’accumulazione capitalistica… i conflitti geopolitici possono essere superati senza
inceppare l’accumulazione e anzi devono essere superati proprio per favorirla.” (p. 64).
3. Se l’imperialismo globale non e’ tutte queste cose, che cosa e’? E’ ” un sistema di relazioni
internazionali in cui le politiche statali sono spinte a rimuovere i vincoli che gli agglomerati
nazionali possono porre all’accumulazione su scala mondiale…l’imperialismo globale è la
globalizzazione del modo di produzione capitalistico.”(pp.68-69). Per ragioni che diverranno chiare
in seguito, concordo in gran parte con queste definizioni, ma secondo me l’imperialismo va visto
1 Un suggerimento pratico per il partito: questo libro potrebbe costituire un eccellente strumento di formazione quadri.
2 Questa identificazione puo’ essere invece sostanzialmente corretta in pratica in un contesto piu’ circoscritto come
quello latinoamericano..non come “la globalizzazione del modo di produzione capitalistico”, ma come uno sforzo sistemico
collettivo della borghesia mondiale per raggiungere questo fine. Il punto e’ che l’imperialismo non
e’ onnipotente, e non e’ privo di nemici.
Il capitalismo imperialista (come chiaramente previsto da Marx) ha completato l’opera globale di
estensione delle relazioni di mercato e di distruzione dei modi di produzione precapitalistici
praticamente a tutto il mondo, proletarizzando la gran parte dell’umanita’. Lungi dal limitarsi (come
quello ottocentesco) soprattutto a rapinare le risorse naturali e ad ampliare i mercati , ha creato
complesse catene di valore che in modo crescente diffondono forme di produzione e scambio
relativamente avanzati in molte zone del Sud (anche se non dappertutto). L’essenza della moderna
globalizzazione altamente tecnologizzata e iperfinaziarizzata consiste nell’enorme ampliamento
delle possibilita’ offerte alle multinazionali per sfruttare scientificamente le diverse dotazioni di
capitale umano e i differenziali salariali tra un paese e l’altro, favorendo cosi’ la generazione e
l’accaparramento di masse crescenti di plusvalore.
L’ imperialismo moderno non e’ schizzinoso. Usa indifferentemente i bombardamenti, i droni e i
fanatici religiosi, da una parte, e istituzioni apparentemente rispettabili come il FMI, la Banca
Mondiale e le agenzie di rating, dall’altra. Secondo Screpanti, la OMC e la ONU sono anch’esse
sostanzialmente strumenti dell’imperialismo. Io sono piu’ propenso a credere che l’imperialismo
tenti costantemente di manipolare anche queste istituzioni per i suoi fini, ma non ci riesca sempre
(perfino l’OMC, creata a suo tempo indubbiamente ad uso e consumo dell’imperialismo, ormai gli
e’ sfuggita in parte di mano).
Screpanti sottolinea inoltre in varie parti del suo libro che il capitalismo imperialista favorisce e
assicura il processo di accumulazione capitalistica, ma la sua natura non e’ puramente economica.
Si tratta piuttosto di un sistema in cui l’elemento di “sfruttamento e dominio” di una classe sulle
altre si allarga alla sfera ideologica, psicologica e morale. Cumannari è megghiu ca futtiri. Ed e’
importante rimarcare che se una relazione sessuale puo’ svolgersi consensualmente e con reciproca
soddisfazione, su un piano di parita’, il comando (nel senso del cumannari) implica necessariamente
disuguaglianza e oppressione.
Su questo punto Screpanti, a mio parere, ha pienamente ragione. E la natura non puramente
economica del capitalismo imperialista e’ anche (in modo solo apparentemente paradossale) alla
base della sua interpretazione della crisi economica e finanziaria mondiale, che condivido
ampiamente e che mi limitero’ a illustrare solo per sommi capi.
3. Il capitalismo e’ sempre stato soggetto a crisi, e gia’ Marx ne aveva individuato la principale
causa di fondo nella tensione tra gli sforzi del singolo capitalista per sfruttare al massimo i propri
operai e la necessita’ da parte della classe capitalistica nel suo insieme di avere una domanda
sufficiente per completare il ciclo D-M-D. Una delle caratteristiche dell’imperialismo ottocentesco
e del primo novecento, coerentemente, era la continua ricerca di nuovi mercati, compiuta spesso
attraverso l’aggressione colonialista. La guerra fredda, che ebbe come risultato (reso possibile,
evidentemente, anche da debolezze endogene dei sistemi socioeconomici di tipo sovietico) il
dissolvimento dell’URSS e l’apertura di nuovi amplissimi mercati allo sfruttamento capitalistico,
puo’ vedersi anche come un proseguimento e una modernizzazione delle tendenze classiche
dell’imperialismo ottocentesco.
Il crollo del “Muro” (inteso come metafora olistica) significo’ anche il crollo dell’equilibrio
keynesiano imposto alle classi dominanti dei paesi centrali dall’esistenza del campo socialista e
dalla forza del movimento operaio (soprattutto in Europa), e contribui’ fortemente a fare riemergere
la natura piu’ schietta e tradizionale del capitalismo. Venuta meno la forza contrattuale dei
lavoratori, i capitalisti non si peritarono di spingere lo sfruttamento al massimo, come si faceva ai
bei tempi antichi. Era importante non solo fare tanti soldi, ma insegnare finalmente di nuovo alla
razza inferiore dei proletari a stare al suo posto.
Per un certo periodo la domanda effettiva si mantenne artificialmente, grazie anche ad innovazioni
finanziarie e “riforme” legali e istituzionali che (nell’interesse del capitale finanziario, ma anche della classe capitalistica globale nel suo complesso) resero possibile spingere l’indebitamento
privato a livelli stratosferici negli USA, che aloro volta trainavano le esportazioni del resto del
mondo. Secondariamente, aumentava la domanda proveniente da una parte del Sud ( soprattutto,
dalla Cina e da altri paesi “emergenti”).
Scoppiate le bolle e iniziata la crisi finanziaria e quelle che apparvero come le sue conseguenze
economiche, due strade sarebbero state teoricamente percorribili da parte delle classi capitalistiche
dei paesi centrali. La prima consisteva in una ripresa delle politiche keynesiane, ripristinando un
nuovo compromesso di classe di tipo socialdemocratico che avrebbe implicato tra l’altro una
inversione della tendenza all’aumento indefinito delle disuguaglianze sociali. Ma e’ difficile che i
capitalisti si facciano alfieri di un compromesso socialdemocratico se non ci sono piu’ i
socialdemocratici – e soprattutto, un po’ piu’ a sinistra, i comunisti. Cosi’, la borghesia3
ha scelto
una strada ben diversa: “la globalizzazione determina una tendenza depressiva nelle economie del
Nord del mondo.” (p.180). Nella sua forma attuale, l’accumulazione capitalistica “ Nei paesi a
capitalismo avanzato genera stagnazione economica, e quindi fa aumentare la disoccupazione, la
povertà, l’incertezza, aumenta il carico fiscale dei lavoratori e riduce le prestazioni dello stato
sociale”(p.136)4
.
Vi sono naturalmente una serie di fattori oggettivi che favoriscono questa tendenza depressiva, a
cominciare dalla facilita’ con cui si possono trasferire moderne tecnologie in paesi del Sud con
salari molto bassi. Ma vi sono anche fattori soggettivi, c’e’ anche una volonta’ politica della classe
capitalistica nei paesi piu’ avanzati. La tracotanza e l’odio di classe prevalgono facilmente sulla
meschina razionalita’ economicistica dei (pochi) economisti democratico-borghesi piu’ “illuminati”.
La soddisfazione di schiacciare impunemente la testa dei poveracci comporta dei rischi e dei
sacrifici economici da parte della classe capitalistica nel suo complesso, ma ne vale certamente la
pena.
In Germania, inoltre, ritorna anche il gusto antico di fregare e sottomettere i francesi e le cicale
mediterranee, e quindi dagli con l’iper-mercantilismo: “… la Germania sta riducendo le altre
economie europee a un mercato imperiale interno che può dominare con la propria produzione
industriale…. l’euro è un marco strutturalmente sottovalutato. Il che assegna alla Germania un
sistematico vantaggio competitivo sui mercati mondiali ed europei”(pp. 189-190).
Questa e’ la mia interpretazione, forse un po’ romanzata, della lettura che Screpanti fa della della
crisi nei paesi capitalistici piu’ avanzati. A me sembra che abbia perfettamente ragione. Se si
generalizzasse questo tipo di lettura della crisi, si potrebbe forse porre un freno ad alcuni
tradizionali esercizi di ingenuita’ e futilita’ molto diffusi nella sinistra italiana, come ad esempio:
fare finta che il nemico di classe creda veramente alla favoletta sparsa a piene mani dai suoi
propagandisti chicago-bocconiani e dai loro epigoni piu’ caserecci in forma di “pensiero
economico” a fumetti, a base di austerita’, sacrifici, riduzione del rapporto debito-Pil,
cessazione degli immorali eccessi consumistici del popolino, etc. etc.;
predicare incessantemente le supposte virtu’ interclassiste del keynesismo, sperando di
convincere finalmente i capitalisti che “e’ nel loro stesso interesse” attenuare l’austerita’ ed
espandere la domanda effettiva;
3 Questa generalizzazione non pretende di negare che ci siano state eci siano anche differenze importanti tra le politiche
economiche condotte nei vari paesi. La tendenza a perseguire “ la rovina comune delle classi in lotta” appare assai piu’
pronunciata in Europa che negli USA.
4 Screpanti ne deduce che “tutte queste trasformazioni portano a un inasprimento del conflitto di classe.” (p.136). In
realta’, non sempre e’ cosi’- basta guardare a cosa succede in Italia. A volte, il progressivo indebolimento economico dei
lavoratori contribuisce allo sfacelo ideologico e morale e favorisce la perdita di coscienza di classe.continuare a gingillarsi con l’illusione che attraverso “la piu’ ampia unita’ di tutte le forze
democratiche5
” sia possibile ritornare ai fasti socialdemocratico-democristiani di un tempo,
lasciando le banche,la grande industria, la televisione, la polizia, i servizi segreti e l’esercito
nelle mani dei capitalisti.6 Secondo Screpanti, “Gli spazi per il riformismo si stanno
azzerando e i partiti laburisti e socialdemocratici, mentre vanno incontro a una sconfitta
dopo l’altra quando provano ad attuare politiche sociali se vogliono mantenersi al potere
sono indotti a diventare liberisti e porsi al servizio del grande capitale” (p.236).
Limitatamente ai paesi capitalistici avanzati, questa conclusione mi pare del tutto corretta.
4.Quanto alle divergenze rispetto al pensiero di Screpanti, esse riguardano essenzialmente, a
un livello di analisi relativamente immediato e basato in gran parte sulla lettura dell’ampia
base di dati statistici ormai disponibile, la natura e i ruolo dei cosiddetti paesi emergenti
(termine con cui ci si riferisce generalmente alla Cina, agli altri BRICS, e in generale a tutti i
paesi del Sud nei quali ha effettivamente luogo uno sviluppo, o almeno una crescita
economica sostenuta). A un livello di analisi piu’ profondo, invece, mi trovo in disaccordo
con Screpanti sulla stessa interpretazione di categorie fondamentali come “ legge del
valore”, “capitalismo”, e “mercato”. Mi limito quindi ad esporre sinteticamente la mia
critica a e il mio modo di vedere, senza pretendere di dimostrare compiutamente
l’argomento.
Il libro contiene un unico errore fattuale, che tuttavia (ovviamente, in piena buona fede intellettuale)
risulta anche in un certo senso necessario per sostenerne alcune conclusioni. Secondo Screpanti, in
Cina “ Dal 1997 al 2010 i salari nominali sono cresciuti a tassi elevati, ma anche l’inflazione è stata
forte, cosicché i salari reali sono aumentati di poco”. In realta’, invece, i salari reali in Cina sono
aumentati moltissimo (Figura 1).
Secondo Screpanti i bassi salari sarebbero decisivi per richiamare “flussi crescenti d’investimenti
diretti esteri delle multinazionali, le quali con i loro capitali portano macchine e conoscenze
tecnologiche e organizzative che contribuiscono a loro volta alla crescita della produttività “
(p.182). Al contrario, i progressi compiuti dal sistema di ricerca e innovazione cinese avrebbero un
ruolo marginale: ” … nell’ultimo decennio gli investimenti in R&D cinesi sono aumentati
rapidamente, ma, a parte alcuni settori di punta (che tuttavia stanno crescendo), si tratta per lo più di
attività d’imitazione e miglioramento di tecnologie importate. La Cina, pur essendo oggi il terzo
produttore mondiale di brevetti (dopo USA e Giappone), è ancora lungi dall’assumere un ruolo di
guida nella ricerca scientifica e tecnologica” (nota 99 p. 182). A mio parere, invece, le
multinazionali investono in Cina non perche’ i salari siano particolarmente bassi7
(ci sono molti altri
paesi dove sono molto piu’ bassi), ma perche’ il costo di lavoro per unita’ di prodotto e’ basso,
grazie alla crescente produttivita’. Questa crescita, a sua volta, e’ determinata soprattutto da una
serie di economie esterne di sistema legate all’alto tasso di investimento alimentato in misura
preponderante dal capitale pubblico nazionale. Inoltre, un contributo ancora secondario ma sempre
piu’ significativo proviene dallo sviluppo del sistema nazionale di innovazione cinese, che
probabilmente – al contrario di quanto pensa Screpanti – sara’ tra non molto in grado di rivaleggiare
con quello americano.8
5 Questo tipo di unita’, come al tempo della lotta contro il nazifascismo, e’ invece necessaria per perseguire obbiettivi di
sopravvivenza politica limitati ma importantissimi, come la difesa della costituzione.
6 Queste osservazioni polemiche, naturalmente, sono mie, e non cerco di metterle in bocca a Screpanti.
7 Si veda, ad esempio, il mio articolo « Salari cinesi ? »,in Marx XXI, 11 Ottobre 2011,
in http://www.marx21.it/internazionale/cina/129-salari-cinesi.html.5. Non sono d’accordo nemmeno con altre argomentazioni dell’autore, a cui sembrano sfuggire
alcune caratteristiche della novita’ rappresentata dal ruolo crescente dei paesi emergenti (o almeno
di alcuni di essi) rispetto alla situazione che prevaleva in quasi tutti i paesi capitalisti periferici fino
a qualche decennio fa. Questo errore di prospettiva implica specularmente una sopravvalutazione
della forza dell’imperialismo, e porta l’autore molto vicino a cadere in una trappola che pure lui
stesso critica, consistente nel teorizzare l’esistenza di un quasi onnipotente Impero alla Negri e
Hardt.
Secondo Screpanti, ”nei paesi in via di sviluppo l’accumulazione getta nella miseria intere
popolazioni, espelle dalle campagne i contadini che lavoravano con metodi produttivi non
capitalistici e li spinge alla disoccupazione e all’emigrazione, impiega i lavoratori nelle fabbriche
capitalistiche con salari di fame e condizioni di lavoro disumane.” (p.136). Nei paesi emergenti “lo
stato svolge ancora abbastanza bene la funzione di capitalista collettivo nazionale poiché riesce a
guidare lo sviluppo industriale e garantire la pace sociale attraendo risorse esterne. Ma si noti che lo
stato è un buon capitalista collettivo del capitale nazionale solo in quanto si piega al servizio di
quello multinazionale. I governi di questi paesi godono di una certa autonomia politica interna
perché si trovano in sintonia con gli interessi del capitale globale” (p. 140). In un altro passo,
Screpanti sostiene che nei paesi emergenti “ l’intensificazione del processo di accumulazione è resa
possibile da una sistematica compressione del costo del lavoro e da un forte aumento dello
sfruttamento dei lavoratori nella fabbrica capitalistica. Generando una rapida penetrazione del
capitale in tutta l’economia, questo processo fa crescere di numero i membri della classe operaia
mentre ne fa aumentare la povertà relativa e la rabbia sociale. L’altro lato della medaglia è che il
rapporto di dominio globale del capitale multinazionale porta a una crescita dei trasferimenti di
plusvalore dal Sud al Nord del mondo…” (p. 236).
I tradizionali fenomeni negativi legati allo sfruttamento imperialista continuano a verificarsi in
moltissimi paesi del Sud, e anche in certe zone dei paesi emergenti. Ma in quasi tutti questi ultimi
paesi9
( e anche in alcuni paesi latinoamericani che proprio emergenti non sono, ma dove governano
forze socialiste e antiimperialiste) le condizioni di vita della maggior parte dei lavoratori sono
migliorate parecchio in termini assoluti, e in molti casi anche in termini relativi. I paesi emergenti
hanno inoltre acquisito maggiore autonomia (come peraltro Screpanti riconosce in un altro passo
del libro), e in molti casi sono riusciti a formare alleanze commerciali10 e geopolitiche che gli hanno
permesso di diminuire la quota di reddito loro sottratta dalle multinazionali.
6. Come avevo accennato precedentemente, tuttavia, al fondo delle mie divergenze con la visione di
Screpanti vi sono importanti questioni teoriche, che in questo articolo possono essere appena
accennate.
8 Un altro fattore che spinge gli investimenti esteri in Cina, inoltre, e’ l’ampiezza e la rapida
espansione del mercato interno.
9 L’India potrebbe costituire l’eccezione piu’ rilevante. Questo grande paese ha avuto una forte crescita economica ed e’
considerato comunemente come “emergente”, ma tenendo conto delle enormi differenze di classe e di casta che lo
caratterizzano non si puo’ dire con certezza che le condizioni di vita reali delle masse siano migliorate, neppure in
termini assoluti. I dati su poverta’ e malnutrizione sono a volte contraddittori.
10 Screpanti esagera nell’attribuire agli accordi commerciali conclusi nell’ambito della OMC la valenza di una totale e
definitiva vittoria del capitale multinazionale, che avrebbe azzerato qualsiasi spazio di autonomia per le politiche
economiche dei singoli Stati, soprattutto quelli del Sud. In realta’, l’OMC e’ per certi versi una tigre di carta, e non ha il
potere reale di costringere a una completa liberalizzazione economica e finanziaria un paese abbastanza grande, forte e
autonomo, specie se appoggiato da altri paesi del Sud. Inoltre l’OMC non e’ piu’ una marionetta nelle mani dei paesi
capitalistici avanzati. Altrimenti non si spiegherebbe perche i negoziati della ronda di Doha siano di fatto bloccati, ne’
perche’ alle dispute (spesso bizantine) che hanno continuamente luogo nell’ambito dei negoziati commerciali
partecipino attivamente paesi in via di sviluppo tanto diversi tra loro come Cuba, la Cina, l’India, il Brasile, e l’Ecuador.Screpanti ricorda giustamente che Marx “non aveva solo colto la spinta del capitale a globalizzarsi,
aveva anche capito l’essenza della globalizzazione contemporanea: la tendenza del capitale a
governare il mondo attraverso il mercato. Globalizzazione è innanzitutto espansione del mercato
mondiale. E il mercato opera attraverso la “legge del valore”. Questa è una legge della
competizione tra capitali che imprime ai prezzi di mercato una tendenza verso i prezzi di
produzione e ai
rendimenti una tendenza all’uniformità. È una legge fondamentale del capitalismo. È essa che
determina il suo “equilibrio sociale.”(p.79). La concorrenza “assicura che la produzione sia
organizzata in modo efficiente e il lavoro sia sfruttato al meglio: massima produttività del lavoro
significa massimo di prodotto con minimo input di lavoro. Il mercato genera l’unico “equilibrio
sociale” adeguato al sistema capitalistico. La sua “legge di natura” s’impone ciecamente, cioè senza
bisogno di costituzioni, di parlamenti, di piani centrali, senza bisogno di un sovrano imperiale. Per
funzionare gli bastano le miriadi di piccoli “sovrani” che governano le imprese alla ricerca del
massimo profitto. Questi spingono all’espansione globale, tra l’altro, per avvantaggiarsi delle
economie di scala (p. 84).
Screpanti riporta fedelmente il pensiero di Marx, che dedico’ la quasi totalita’ della sua opera ad una
analisi critica del capitalismo. Tuttavia, dimentica di aggiungere11 che – nei pochi passi dedicati alla
“cucina dell’avvenire”- Marx sostenne che la legge del valore e’ destinata necessariamente ad
operare anche nel socialismo.12 Io credo che Marx avesse ragione, anche se tendeva a ritenere che il
socialismo avrebbe costituito una fase transitoria relativamente breve, peccando in questo caso di
eccesso di ottimismo. A mio parere, infatti, l’esperienza storica ha dimostrato che (in una economia
globale governata essenzialmente da rapporti di mercato a livello internazionale) possono formarsi
in alcuni paesi sistemi socioeconomici diversi caratterizzati da maggiori o minori elementi di
socialismo e da diversi gradi di efficienza, funzionalita’ e capacita’ di raggiungere obbiettivi di
sviluppo sociale e umano. Alcuni di questi sistemi hanno caratteristiche interne che li rendono piu’
sostenibili di altri, ma non vi sono ragioni di ritenere che siano intrinsecamente di natura
transitoria.13
Mentre, come afferma giustamente Screpanti, “La forma ideale di regolazione capitalistica è la
sovereignless global governance” (p.85), nei piu’ avanzati tra questi paesi e’ lo stato che governa il
processo di accumulazione e sviluppo, attraverso una forma moderna di pianificazione compatibile
con i vincoli (interni ed esteri) imposti dalla legge del valore, ma non supinamente subalterna alle
tendenze “spontanee” del mercato.14
Screpanti, nel suo libro, non sembra condividere questa prospettiva. Al contrario di socialismo, nel
mondo reale contemporaneo, non sembra vederne ne’ tanto ne’ poco. Questo lo porta a una
11 Naturalmente, non lo fa certo per ignoranza (e nememno per scorrettezza intellettuale). Screpanti e’ uno dei maggiori
conoscitori di Marx a livello mondiale.
12 E’ probabile che non tutti i marxisti siano d’accordo con questa affermazione, che a mio parere e’ invece
incontrovertibile (si veda soprattutto la Critica del Programma di Gotha). Comunque, al di la’ dell’esegesi dei testi di
Marx, la persistenza della legge del valore nel socialismo mi sembra chiaramente dimostrata dall’esperienza storica (a
meno che non si voglia affermare che in realta’ nessuna forma di socialismo esista o sia mai esistita, nel presente o nel
nel passato). .Nel socialismo, tuttavia, la legge del valore opera in modo in parte diverso: se la gran parte del capitale e’
socializzata e i lavoratori detengono il potere politico, la concorrenza non puo’ funzionare esattamente come nel
capitalismo, e deve coesistere con forme di pianificazione e di distribuzione diretta secondo i bisogni. Sono anche
ipotizzabili, sono esistite storicamente, e in qualche paese esistono ancora forme di socialismo centralmente pianificato
in cui la concorrenza non svolge quasi alcun ruolo, ma la legge del valore rimane pur sempre vigente.
13 In presenza di circostanze economiche favorevoli e di una chiara volonta’ politica, questi paesi possono introdurre
progressivamente forme di distribuzione di beni e servizi secondo i bisogni, avanzando cosi’ nella direzione del’ideale
comunista.
14A mio parere, questo rapporto tra stato e mercato costituisce una condizione necessaria ma non sufficiente perche’ si
possa parlare di socialismo nel secolo XXI. Un’altra condizione necessaria e’ legata ai rapporti di proprieta’: come e’
ovvio, non puo’ darsi socialismo se esiste una classe dominante che fonda il suo potere e il suo status socioeconomico
sulla proprieta’ privata.conclusione che io ritengo eccessivamente pessimistica: “…la stessa distinzione tra Centro e
Periferia dell’impero tende
a essere sempre più incerta. Una cosa comunque sembra chiara: nel prossimo futuro la Cina e altri
grandi paesi emergenti entreranno a far parte del Centro imperiale. Di conseguenza le rivalità interstatali potrebbero tendere a inasprirsi ma, nello stesso tempo, il capitale multinazionale diventerà
sempre più potente e la sua capacità di condizionare le politiche statali aumenterà.” (p.234).
Se le cose stanno cosi’, le speranze di liberazione non possono che essere affidate a un futuro
“rovesciamento della prassi” : “Il capitale si propaga oltre i confini nazionali riproducendosi come
propulsore dello sviluppo globale. In tal modo crea un proletariato mondiale che tende a essere
sempre più omogeneo in termini di povertà economica e destituzione politica, una sempre più “rude
razza pagana” che crescerà di numero e di esasperazione. Ecco qual è la contraddizione
fondamentale del capitalismo globale. Non potendo essere risolta o attenuata né con le politiche
liberiste né con quelle mercantiliste messe in atto dagli attuali ceti dominati, è probabile che questa
contraddizione s’inasprisca progressivamente fino a sboccare in una grande esplosione sociale
internazionale. La crisi del 2007-2013 ne sta accelerando l’avvento….Se lo sfacelo dei vecchi
movimenti operai organizzati priva gli operai di armi di difesa politica e ideologica, li dispone però
ad assumere posizioni sempre più radicali e potenzialmente rivoluzionarie. .. viene meno
l’opposizione d’interessi immediati tra il proletariato del Nord del mondo e quello del Sud. Il che
può portare all’emergere della coscienza di un interesse fondamentale comune a tutto il proletariato
mondiale, l’interesse al rovesciamento del capitalismo”(pp. 235-237).
Ma non siamo piu’ all’epoca di Marx! E nemmeno a quella di Lenin. Abbiamo dietro quasi un
secolo di storia di tentativi, spesso eroici, compiuti da rivoluzionari e anche da sinceri riformisti in
tutti i continenti per superare il capitalismo e per costruire una qualche forma di socialismo. E’
legittimo e anche doveroso criticare gli aspetti negativi del “socialismo di mercato” in Cina e in
Vietnam, la lentezza del processo di “perfezionamento” del socialismo cubano, gli eccessi
populistici e misticheggianti del chavismo, l’involuzione progressiva delle socialdemocrazie
scandinave, ma non siamo all’anno zero. Abbiamo moltissimo da imparare da tutte queste
esperienze, e da quelle di tanti altri paesi. I rapporti di forza nel mondo non sono quelli del secolo
XIX, e nemmeno quelli del 1989 (nessuno si sogna piu’ di parlare di fine della storia).
Anche se, questo non possiamo negarlo, in Italia ora come ora stiamo veramente ai piedi di Cristo.
Figura 1, Crescita dei salari reali in Cina,1985-2011

Fonte: nakedkeynesianism e Economics
Intelligence Unit , in http://nakedkeynesianism.blogspot.ch/2011/12/krugman-is-wrong-aboutchina.html

di Alberto Gabriele

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