A quando il partito del 99%?Tribuno del Popolo
domenica , 26 marzo 2017
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A quando il partito del 99%?

Ultimamente si fa un gran parlare di percentuali. Non si parla più di possidenti e di sfruttatori ma dell’ 1%, mentre gli sfruttati diventano il 99%, col risultato che anche la parole vengono sostituite e rese inoffensive nei confronti della realtà. Ma se questo sistema premia l’1% e lo rende sempre più ricco, è così folle pensare alla necessità di realizzare un partito o un movimento politico in grado di rovesciare il paradigma.

Può essere così folle immaginare un mondo dove la ricchezza che l’1% del mondo possiede rispetto a tutto il resto del mondo venga ripartito equamente nel restante 99%? Evidentemente sì dato che quel famoso 99% non riesce nemmeno più a immaginarselo un mondo diverso da questo, avendo per certi versi introiettato la visione di quell’1%. Eppure un mondo diverso da questo si potrebbe perlomeno provare a teorizzarlo, non fosse che proprio come quando si parlava di colonialismo nel Terzo Mondo il problema attuale non è tanto l’ingiustizia di questo sistema economico quanto la colonizzazione della mente degli sfruttati. Al posto che usare il termine “sfruttati”, che poi è aderente alla realtà  in quanto la maggioranza di chi abita questo mondo vede effettivamente altri giovarsi dei profitti che lui contribuisce con il suo lavoro (o col suo semplice vivere ad esempio consumando) a creare, si preferisce utilizzare altre etichette che per certi versi diventano quasi depotenziate e inoffensive.

I partiti politici e i movimenti sociali rappresentano forse quel 99%? Se risponderete sinceramente non potrete che dire di no, e in effetti è proprio questo il dramma odierno, ovvero che quell’1% (ovvero quei gruppi sociali che si avvantaggiano di questo sistema economico e che quindi ne controllano i gangli pulsanti di irraggiamento della cultura) lavora per se stesso e decide quali sono le regole del gioco, quali cose possono essere messe in discussione con la “politica” e quali no. Per quanto molti marxisti autonomi e critici abbiano aspramente criticato l’esperimento comunista sovietico, o comunque l’esperienza dei partiti comunisti nel XX secolo, possiamo però affermare senza tema di essere smentiti che quello sia perlomeno stato l’unico reale tentativo nella storia dell’umanità di rovesciare il paradigma e di sostenere che bisognasse procedere scientificamente verso la costruzione di un mondo dove le scelte politiche ed economiche vengano prese per il benessere di quel 99% e non di quell’1%. Non casualmente da quando quell’esperimento si è sciolto come neve al sole quell’1% ha cominciato a erodere tutte le ricchezze che nel corso del XX secolo gli erano state sottratte per essere redistribuite.

Pensate che tutto questo sia casuale? Pensate davvero che sia casuale che siano proprio i rappresentanti di quell’1% quegli stessi che si sono scagliati con maggior forza contro l’esperimento socialista? Noi pensiamo di no. Pensiamo, al contrario, che chi controlli la ricchezza globale controlli anche i canali di diffusione dei modi di pensare, e che questo processo si sia tanto più ingigantito negli ultimi trent’anni per via della dissoluzione del blocco socialista e della diffusione della globalizzazione che ha permesso appunto di globalizzare ideali e modi di pensare appannaggio di quell’1%, o meglio quella weltaanshaung che crea quelle premesse sociali al mantenimento dello status quo che premia quell’1%. Da qui dunque si può partire per comprendere che l’ideologia comunista servì nel XX secolo a creare quel substrato di idee, quella ideologia, da utilizzare per combattere l’ideologia dominante, quella che utilizzando la distorsione della “libertà individuale” serve de facto a imporre un unico modo economico e sociale totalizzante. Senza una ideologia e senza una organizzazione gli sfruttati verranno quindi sempre sconfitti e umiliati da parte di quell’1% di “sfruttatori” che invece è tenacemente organizzato e pronto a qualsiasi cosa pur di mantenere la propria situazione di privilegio.

E dato che il 99% è per sua stessa natura eterogeneo rispetto all’1%, ecco che per superare le linee di faglia razziali, religiose, etniche, geografiche, l’unica cosa che può unire gli sfruttati in una lotta comune è una ideologia capace di edificare una nuova realtà contrapponendo nuovi valori a quelli irraggiati dalla classe dominante. A questo proposito perchè non cambiare il nome da Partito Comunista a Partito del 99% ? Si renderebbe forse palese il fine a cui si vuole arrivare che è molto più semplice e diretto di quanto si possa credere dato che negli ultimi trent’anni l’anticomunismo e l’antimarxismo sono stati irraggiati a piene mani da quel famoso 1% che vorrebbe che le cose restassero così. Anche perchè spesso la guerra ideologica è una guerra fatta di parole e la “scomunica” lanciata dall’autoproclamatesi bene del mondo nei confronti del comunismo potrà essere superata solo una volta che verrà ribaltato il paradigma. Da qui la necessità di trovare una nuova definizione per il comunismo che intercetti i bisogni del tempo innervandolo di modernità, ad esempio si potrebbe dire che per comunismo si intende quel movimento sociale e politico che lavori scientificamente e secondo giustizia per il progresso del 99% dell’umanità. E’ utopia pensare di costruire qualcosa del genere? Forse sì, ma citando qualcuno di molto famoso fin quando si sogna da soli è utopia, quando si iniziare a sognare insieme si sta già costruendo la realtà.

Gracchus Babeuf

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