A sostegno della battaglia dei sindaci per l'acqua pubblicaTribuno del Popolo
domenica , 28 maggio 2017
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A sostegno della battaglia dei sindaci per l’acqua pubblica

 Dedico questo pezzo ai coraggiosi Sindaci della provincia di Agrigento che stanno combattendo una dura lotta per la ri-pubblicizzazione dell’acqua. Tutti siamo chiamati a soastenere questa battaglia di progresso, di civiltà a difesa del diritto all’acqua e dei redditi dei cittadini, contro le pretese speculative, le tariffe esose e le molte disfunzioni che si registrano da quando l’Ato-idrico ha, frettolosamente, affidato la gestione a privati.

 

Fonte: http://ilmulinovento.blogspot.it/2015/02/se-lacqua-avesse-la-memoria.html?spref=tw

Il pezzo l’ho scritto per la presentazione del catalogo della mostra fotografica di Angelo Pitrone sul tema dell’acqua, inaugurata da Antonio Presti, presidente di “Fiumara d’Arte”, il 27 novembre 2004 a Modica, ma credo che conservi una certa attualità. Anzi le nefandezze cui abbiamo assistito negli ultimi anni non fanno che confermare le nostre (solo accennate) preoccupazioni.

Ancora l’acqua! Acqua desiderata e temuta, al tempo stesso. Una grande questione siciliana che ritorna, questa volta, trascritta in forma di foto.
Le foto, bellissime, di Angelo Pitrone, vestite coi colori miti della primavera.

L’azzurro di un lago artificiale spezzato dalla chioma fluente di una palma o dall’esile profilo di un cipresso o da una pietra che sembra caduta dal cielo; l’impeto di una sorgente che fende la montagna e ci conduce, per i suoi percorsi erratici, al mormorio di una fontana monumentale, altrimenti muta; uomini e pecore e capre girgentane che s’accalcano, sitibondi e mansueti, intorno alle magre fonti.
Visioni che nell’acqua si specchiano, intrecciandosi con una realtà abulica ed arcaica che evoca in noi immagini nitide di un’infanzia difficile, vissuta fra terre secche ed avare, popolate da uomini duri costretti ad abbeverarsi, insieme alle bestie, con l’acqua stantia dei pozzi a cupola di matrice berbera.

Se l’acqua avesse la memoria quante storie potrebbe raccontare! Potrebbe spiegare agli increduli e agli ignari, allevati con acqua minerale, il significato più autentico di queste immagini che ci riportano alla genesi stessa dell’acqua, al ticchettio della pioggia battente sopra i tetti d’argilla, all’acqua “giogia” che disseta la terra e talvolta l’inonda. 
Perché la pioggia, che a tanti da fastidio, a noi procura un’inebriante sensazione di frescura impregnata degli odori liberati dalle zolle spumate. Odori inconfondibili della terra natia che solo un olfatto aduso riesce a percepire e ad apprezzare.

Così nasce l’acqua cristallina che vediamo, ormai per lo più in cartolina, scendere gioiosa e gorgheggiante per le balze dei monti verso il mare.
E’ la dolce canzone dell’acqua, nelle sue mutevoli forme, che va a perdersi nei misteriosi meandri delle profonde cavità del sottosuolo.
La visione dell’acqua suscita in noi, abitanti di un’Isola semiarida, una vera emozione, un’intensa sensazione di benessere. Ancor più, credo, nelle genti che vivono nelle zone desertiche. Più volte, mi è capitato di notare nelle case arabe poster giganti raffiguranti paesaggi alpini e prati erbosi, irrorati da rivoli tortuosi, e laghetti che riflettono cime di montagne innevate.

Bramosia o nostalgia dell’acqua perduta? La forza del desiderio, in questo caso, si trasforma in visione onirica, in miraggio; alla ricerca delle più remote origini i cui segni, inconfondibili, si possono leggere sui letti essiccati dei wadi.
Desiderio che diventa “delirio idrico” come quello che si può ammirare nel Museo Civico di Centuripe, opera di un ignoto pittore il quale ha voluto “portare” il mare fin sul sagrato del duomo.
Si vedono i flutti lambire le case a strapiombo e gli antichi mercati augustali sporgere su cale e calette animate da barche variopinte e da marinai indaffarati.

Una costruzione fantastica, una seducente follia, partorita da una mente sopraffina che sommerge le “cento rupi” nelle acque del mare, forse nell’intento di rivitalizzare la “stella marina” (l’originale forma urbanistica di Centuripe) abbandonata sugli aridi precipizi, un tempo coltivati a terrazze, che rischia di essiccarsi e perire. Ad illustrare l’intricata metafora, c’è una ballata, attribuita ad un “vecchio marinaio”, nella quale si può leggere un urlo disperato: “Acqua, acqua dappertutto, neanche una goccia da bere”.

L’acqua e i suoi nuovi padroni 

Le foto di Angelo Pitrone penetrano questo universo immaginifico e svelano, magicamente, la mutazione che si svolge nell’occhio e, soprattutto, nell’intimo di ognuno, come insopprimibile desiderio di vita. L’acqua è vita recita un detto antico e la vita è acqua, perciò ne siamo attratti. In fondo, anche noi siamo acqua, al paridegli altri animali e dei vegetali.
Oltre le pulsioni emotive, l’acqua (soprattutto dove scarseggia) costituisce uno dei più assillanti problemi dell’uomo. E’ anche una ricchezza, un’importante materia prima dello sviluppo, fattore strategico per la crescita civile ed economica delle nazioni.
A causa di ciò, questo prezioso elemento ha subito una paradossale metamorfosi: da dono del cielo e della terra a merce pregiata nelle mani di grandi compagnie multinazionali che ne fanno lucroso commercio. A pensarci bene, si tratta di un assurdo economico che contrasta con le più elementari regole della domanda e dell’offerta: ieri era poca e gratuita, oggi è tanta e si paga a caro prezzo. 

Non solo l’acqua minerale o per gli usi irrigui, ma anche quella che scorre nei rubinetti delle nostre case. In questo mondo ingiusto, anche l’acqua sta diventando un lusso per pochi che ne fanno uso ed abuso.
Le risorse (così come i consumi) sono concentrate, in gran parte, nell’emisfero nord e su di loro grava un colossale disegno di privatizzazione.
E’ davvero difficile abituarsi all’idea di una privatizzazione dell’acqua. Scatta un rifiuto innato. Quasi che i nuovi padroni si stessero impossessando, oltre che d’importanti risorse strategiche, del 70% del nostro corpo.
Questo business si fa strada anche in Sicilia e fra non molto dovremo dire addio ai nostri vecchi enti consortili e confrontarci con le tariffe salatissime di società venute da fuori, anche dall’estero. 

Il profitto, irresistibile e satanico, travolgerà perfino gli insegnamenti evangelici “dare da bere agli assetati” o il cosiddetto “diritto del labbro” della tradizione mussulmana che impone ai proprietari dei pozzi di dar da bere al viandante e al suo cammello.

Acqua in Sicilia: maledizione profetica o malapolitica? 

Oggi, la qualità dello sviluppo di una nazione si misura anche in base alla dotazione idrica pro-capite.
Quella attribuita, sulla carta, ai siciliani è una fra le più basse d’Italia e d’Europa.
Per la gran parte della Sicilia l’acqua è divenuta una sorta di maledizione profetica: d’estate perché manca e d’inverno perché dilaga con una violenza inusitata. A lunghi periodi di siccità seguono disastrose alluvioni.
Che dire? La malasorte non c’entra nulla. E’ solo malapolitica. Fatto si è che dei quattro fondamentali elementi empedoclei l’acqua è certamente quello che più tormenta la Sicilia e, in genere, i paesi della sponda sud del Mediterraneo dove è un bene scarso e, per giunta, mal distribuito.
A Gaza, a Malta, in Libia la quantità (pro-capite) di risorse idriche naturali disponibili è di 100 metri cubi/anno, mentre in Bosnia, Slovenia, Serbia raggiunge il picco dei 10.000 metri cubi/anno, ossia un rapporto di 1 a 100. 

In Sicilia, nonostante i significativi progressi conseguiti nel campo delle infrastrutture primarie, la situazione idrica continua a costituire un dato allarmante, un’infinita emergenza dalla quale non si esce o non si vuole uscire.
La disponibilità delle risorse naturali siciliane è calcolata intorno ai 380 metri cubi/anno, di cui solo una minima parte effettivamente captata e distribuita.
Per altro, il 40% della già scarsa quantità che giunge nei serbatoi comunali si perde fra le falle delle reti cittadine.
Anche sotto questo profilo, la Sicilia resta legata alla realtà critica dell’area mediterranea segnata, oltre che dalla scarsità, da gravi fenomeni d’inquinamento, di salinizzazione e di desertificazione, da un progressivo impoverimento delle risorse e dall’aumento dei fabbisogni dovuto, in primo luogo, alla sostenuta crescita demografica dei paesi nordafricani e dei flussi turistici orientati verso le diverse rive.

La scarsità produce conflitti e profitti scandalosi

Nel 2025, la popolazione costiera potrebbe attestarsi intorno ai 220 milioni d’ abitanti ai quali bisognerebbe aggiungere 300 milioni di turisti che, si prevede, affluiranno sulle coste del Mediterraneo.
Si avrà, dunque, una pressione antropica davvero esorbitante, pari cioè a 12.000 persone per chilometro di costa, più che doppia rispetto all’attuale.
Ovviamente, con tali, grame risorse si dovrà far fronte anche ai fabbisogni per gli usi irrigui e per i consumi industriali destinati a incrementarsi con l’avvio, nel 2010, della zona di libero scambio euro-mediterranea.
Siamo, dunque, in presenza di uno scenario fortemente idrovoro nel quale l’acqua sarà sempre più una risorsa scarsa e difficilmente reperibile e potrà divenire oggetto di estenuanti contenziosi fra comunità e perfino di sanguinosi conflitti fra gli Stati.

Esattamente quello che sta accadendo in varie parti del mondo, soprattutto in diverse regioni del vicino Oriente dove l’acqua è divenuta un pericoloso fattore d’instabilità politica e di tensioni militari. Non è un mistero che il conflitto israelo-palestinese è, in gran parte, mirato all’accaparramento delle risorse idriche insistenti nei Territori palestinesi occupati e che le turbolente relazioni politiche fra Turchia, Siria e Iraq erano (e probabilmente saranno) fortemente influenzate da un annoso contenzioso per lo sfruttamento delle acque dell’Eufrate.

La Sicilia, specialmente nella sua parte centro-occidentale, è collocata all’interno del contesto geo-climatico mediterraneo. Perciò, la sua crisi non può essere affrontata come un’infinita “emergenza”, ma come una condizione strutturale, quantomeno ciclica, molto simile a quella di altre regioni rivierasche del Mediterraneo.
Ovviamente, nessuno ha la ricetta per risolvere un problema così grande e complesso.
Tuttavia, non si parte da zero. Negli ultimi tempi, sono stati avviati studi e ricerche di un certo valore che cominciano a dare risultati apprezzabili, mentre si delinea un nuovo contesto operativo e finanziario, soprattutto a livello dei programmi UE, che i nostri governanti farebbero bene a considerare, invece d’inseguire le chimere della privatizzazione e della speculazione.

Il grande scambio: acqua contro idrocarburi 

Anche per la questione-acqua si aprono, infatti, spazi nuovi di cooperazione scientifica e tecnologica fra Europa e Paesi terzi del Mediterraneo.
A tal proposito, desidero qui riproporre un’idea, da tempo maturata e condivisa con alcuni amici studiosi, che potrebbe configurarsi come un’ipotesi inedita di feconda collaborazione euromediterranea.
Parto da un dato di fatto. Nel Mediterraneo si verifica una sorta di “bizzarria compensativa” della natura secondo la quale nei paesi più poveri d’ acqua (rive sud ed est e penisola arabica) abbondano petrolio e gas, mentre in quelli ricchissimi di acqua (riva nord e centro Europa) scarseggiano gli idrocarburi.
La Sicilia, forse perché si trova nel mezzo, scarseggia sia d’ acqua sia di petrolio. 

La nostra idea è di avviare una prospettiva nuova di cooperazione fra Europa e paesi produttori basata sullo scambio fra acqua e idrocarburi che, oltre a risolvere enormi problemi dall’una e dall’altra parte, verrebbe a creare un vincolo d’interdipendenza fra le due realtà, a garanzia della pace e della stabilità nel Mediterraneo. 
Saremmo “condannati” alla pace, poiché nessun governo avrebbe interesse al conflitto: non quelli del nord che dipenderebbero dal sud per l’approvvigionamento energetico, né quelli del sud che dipenderebbero dal nord per il loro approvvigionamento idrico. 

Scambio ineguale? A ben guardare, un litro d’ acqua minerale costa quanto un litro di benzina (al netto delle tasse), dunque, anche come valore reale, lo scambio è proponibile. Anche il problema del trasporto è risolvibile mediante la realizzazione, accanto ai grandi gasdotti e oleodotti già operativi o programmati, d’ acquedotti altrettanto capienti e potenti che, seguendo un percorso inverso, trasportino enormi quantitativi d’acqua verso i paesi aridi e desertici.
In questa prospettiva, la Sicilia, sul cui territorio approdano e transitano imponenti gasdotti transmediterranei, potrebbe candidarsi a sede di attraversamento di una parte importante di tali flussi idrici e quindi usufruire di una percentuale dei volumi trasportati che renderebbe superflua la costruzione di nuove dighe e di costosissimi dissalatori.
Utopia? Certamente, una bella utopia. Un’utopia possibile che, a volerlo, può divenire realtà. (http://www.infomedi.it/acqua-mediterraneo.htm)

Agostino Spataro 

Joppolo Giancaxio, novembre 2004

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