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venerdì , 28 luglio 2017
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AAA Italia s.p.a. vendesi

Oggi il Consiglio dei Ministri discute il decreto “Investment compact”, una misura volta a favorire gli investimenti stranieri nel nostro paese. In particolare la norma sul “tax ruling”, istituto mutuato dall’ordinamento lussemburghese, prevede un regime di trattamento fiscale privilegiato per tutti coloro che presenteranno un progetto d’investimento pluriennale superiore ai 500 milioni di euro.  La ratio della norma è dunque quella di mantenere inalterate le condizioni stabilite inizialmente durante l’intero periodo di durata dei lavori.

Dopo aver tirato un grande respiro (o sospiro), cerchiamo di capire quali saranno le conseguenze di tutto ciò. Il governo ha dichiarato che tale misura mira a creare le condizioni di certezza e di stabilità necessarie per attrarre in Italia quei grandi investimenti  di cui oggi siamo piuttosto carenti. Visti i vincoli sulla monetizzazione del debito che i paesi dell’eurozona si sono imposti con la moneta unica, con la conseguenza che oggi gli stati europei si possono finanziare solo sui mercati  e con le tasse dei contribuenti, sono infatti in molti a ritenere che gli investimenti diretti esteri siano l’unico possibile motore per la ripresa dell’economia italiana.

So far, so good? Nient’affatto. Innanzitutto le leggi tributarie italiane, fatta eccezione per casi particolarissimi, sono irretroattive e pertanto chiunque inizi a fare ciò che desidera fare sotto un certo regime contributivo difficilmente vedrà cambiare le carte in tavola in maniera sostanziale. Oltretutto le grandi opere pubbliche, a differenza di una s.r.l. qualsiasi, sono ampiamente sotto il controllo delle amministrazioni pubbliche che ne controllano l’andamento e ne tutelano, nei limiti del legale, il prosieguo. Di fatto il tax ruling è una versione anglofona rivista e corretta di un istituto già previsto volto a favorire le grandi multinazionali. Ma quanti sono ad oggi gli investitori pronti a sborsare più di 500 milioni nel nostro paese? Pochi, pochissimi. Il Sole 24 Ore parla di investitori mediorientali nei settori del lusso, di investitori cinesi interessati al “know how” nei comparti industriali (vi ricordate la storia dei lanifici di Prato?) e di qualche colosso a stelle e strisce.

Si tratta dunque dell’ennesima trovata esteriore priva di innovazioni sostanziali compiuta dal nuovo governo? A nostro avviso, questa volta purtroppo, non è così. Il connubio tra norme che aprono le porte agli investimenti esteri sotto il lume della deregolamentazione fiscale (non sempre forieri di benessere e prosperità: si vedano i casi Carbosulcis o Thyssenkrupp) e il Jobs Act minano alla base gli istituti fondamentali del welfare europeo. Se è vero, come probabilmente è vero, che il Jobs Act ha il solo effetto di rendere più semplici i licenziamenti, allora non pare assurdo prefigurare una situazione del genere: i grandi fondi sovrani investiranno nel nostro paese a condizioni economiche privilegiate rispetto alle piccole e medie imprese, che dunque saranno schiacciate dall’insostenibile concorrenza, potendo oltretutto attingere ad un esercito industriale di riserva, per definizione mal pagato e poco tutelato, praticamente inesauribile. Questo, unito ad un progressivo smantellamento delle tutele sociali di base, segna il depauperamento del già magro apparato industriale italiano e il progressivo peggioramento del benessere dei cittadini.

L’Investment compact è l’ennesima apertura politica al modello economico turboliberista lontano dalla Costituzione e inefficace per la ripresa dell’economia italiana ed europea. Se l’Europa non vuole ridursi a fare concorrenza fiscale alle Cayman o cucire il proprio ordinamento sul calco del Principato di Monaco, della Svizzera o del Lussemburgo, è assolutamente urgente ripensare le scelte compiute negli ultimi anni. L’economia interamente basata sulle logiche di mercato, quelle che volgarmente vengono definite la “mano invisibile” della razionalità economica degli agenti privati, non funziona e il suo fallimento è sotto gli occhi di chiunque abbia un briciolo di onestà intellettuale. Ditelo al Partito Democratico, il più grande partito di destra che l’Italia abbia mai avuto.

Fabrizio Leone

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