Ad un anno dalla tragedia di Lampedusa. L'inutile pianto della politicaTribuno del Popolo
giovedì , 30 marzo 2017
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Ad un anno dalla tragedia di Lampedusa. L’inutile pianto della politica

Un anno fa la tragedia di Lampedusa mieteva 366 vittime a pochi metri dalle coste lampedusane. Oggi, accanto al dolore di migranti superstiti e dei lampedusani, il pianto dei politici presenti. Un cordoglio tardivo perché tante sono le domande insolute sul tema dell’immigrazione e miopi le risposte sin ora fornite

Fonte: Oltremedianews

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Un anno fa la tragedia di Lampedusa. Alle 7:00 ore locali del 3 Ottobre 2013 un peschereccio di 20 metri pieno di migranti africani e partito dal porto libico di Misurata prende fuoco capovolgendosi su se stesso dinanzi all’Isola dei Conigli. Immediato l’allarme per quella che sarebbe passata alle cronache come il più grave incidente marittimo avvenuto nel Mediterraneo nel XXI secolo. Sì perché in quell’incendio perdono la vita circa 366 persone con soli 155 superstiti.

Oggi, ad un anno da quella strage che sconvolse l’isola siciliana, migranti superstitisoccorritorilampedusani che ospitarono gli africani nelle loro case ed autorità politiche hanno ricordato quel giorno in cui ”i cadaveri nell’acqua si confondevano con gli scogli e le ombre del mattino”. Presenti anche Shulz (presidente del Parlamento Europeo), la presidente della Camera Boldrini ed il ministro degli esteri Federica Mogherini. Tanta commozione e qualche contestazione da parte di attivisti contrari alle passerelle dei politici in quella che è stata una cerimonia dedicata alla memoria di un giornonero della storia recente italiana ed europea.

Un giorno nero che continua ancora a far discutere, con le domande insolute che il fenomeno migratorio e la globalizzazione pongono al Vecchio Continente, ancora una volta incapace di adottare politiche comuni ed elaborare risposte condivise che affrontino la questione per i decenni a venire. Forse può essere spiegata così l’insofferenza per la presenza di un rappresentante delle istituzioni europee come Shulz. Ed ineffetti, se della pochezza del dibattito politico italiano molti ne fossero già convinti da parecchio, non da meno sono le risposte comunitarie. Non una vera collaborazione nella messa in sicurezza delle frontiere, non una politica estera comune nei confronti delle situazioni critiche del nordafrica. Né tantomeno investimenti ingenti in accordi multilaterali con i paesi di confine. L’incapacità europea di far quadrato sugli eventi che oggi sconvolgono le rive a noi opposte del mediterraneo, sta tutta in quel bombardamento francese ad un paese tendenzialmente alleato dell’Italia quale era la vecchia Libia di Gheddafi. Ora si parla dell’Italia del Mare Nostrum, ma tornando indietro di qualche anno ai tempi delle crisi balcaniche anche la Germania subì un’ondata di immigrazione pazzesca. Guerre per il cibo e l’acqua, conflitti per interessi geopolitici di singole nazioni, rivolte interne, estremismo islamico, malattie, questione palestinese, questione ucraina. Diciamola tutta: se il salto da Comunità Economica Europea a Unione Europea era stato compiuto proprio in ragione di una maggiore integrazione politica sulle grandi questioni del XXI, la pochezza della risposta al fenomeno migratorio basta a certificare il colossale fallimento di questa esperienza.

”L’Italia ha fatto tanto, l’Europa meno” ha ammesso Shulz. Il riferimento è all’operazione Mare Nostrum con la quale ilgoverno italiano, trasformando in missione nazionale speciale un’attività già svolta in precedenza dalla Guardia Costiera siciliana, ha investito nell’ultimo anno ingenti risorse per implementare il controllo dei mari sino ad operare a poche miglia dalle coste nord africane nel recupero di barconi stracolmi di migranti prima che gli stessi prendessero mare aperto con tutti i rischi del caso. Una sorta di missione umanitaria che verrà fatta propria dall’Unione Europea nell’ambito del progetto”Frontex Plus” come anticipato da Alfano. Una ricetta che però continua a dividere l’opinione pubblica italiana ed europea: c’è chi la ritiene giusta in quanto volta a ridurre al minimo ulteriori stragi del mare, c’è invece chi la ritiene un favore agli scafisti che continuano a fare affari d’oro sulla pelle dei migranti africani. Di sicuro non è una ricetta a lungo termine.

La vera e propria tratta dei braccianti africani ha come punti d’arrivo le campagne italiane dove mai come oggi è reale il fenomeno dello sfruttamento schiavista, quando non i famigerati CIE. I più fortunati scappano e finiscono a Parigi o Calais, il porto sulla Manica dove si ammassano migliaia di africani in fuga da guerra e fame col sogno di imbarcarsi per la Gran Bretagna. Non grandi prospettive nell’Europa malata e nell’Italia del declino economico industriale. E allora tornano le domande sulle cause dei fenomeni migratori di massa, con alcune sorprese che testimoniano la pochezza del dibattito italiano: convinti di essere il paese frontiera d’Europa che più subisce l’immigrazione, attualmente nel Belpaese ci sono circa 4milioni di immigrati (censimento ISTAT 2011), meno dei 7,4 ospitati dalla Germania, dei 5milioni in Spagna, dei 4,8 di Gran Bretagna e Francia; se si approfondisse un po’ la materia, poi, la sorpresa nel guardare l’entità delle comunità straniere in Italia sarebbe doppia: con rispettivamente 933mila e 466 mila presenze quella romena e albanese sono le comunità più numerose, seguite, in ordine di grandezza, da quella marocchina, cinese, ucraina, filippina, indiana, moldava, pakistana. La domanda sorge spontanea: dove sono gli africani e quali sono i canali d’arrivo dei popoli orientali? Insomma, mentre noi e i nostri politici guardiamo verso il nord africa, dall’oriente arrivano immigrati ammassati in Tir e container.

Con questo non si vuole dire che bisogna fregarsene dei morti africani, ma semplicemente che il fenomeno dell’immigrazione non può essere affrontato con respingimenti o salvataggi in extremis, né sbolognando il problema al paese vicino, non bastano le odiose passerelle dei politici italiani ed europei, né norme restrittive che perseguono l’idea claustrofobica ed irreale dell’Italia come isola felice mentre intorno il mondo affonda nella povertà e nella disuguaglianza.

Michele Trotta

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