'Affaire' Cancellieri. Se per veder tutelati i propri diritti bisogna conoscere un ministroTribuno del Popolo
domenica , 22 ottobre 2017
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‘Affaire’ Cancellieri. Se per veder tutelati i propri diritti bisogna conoscere un ministro

Il punto sul caso Ligresti. Il confine tra responsabilità penale e rigore morale, quali sono i poteri del Ministro di Grazia e Giustizia? E’ opportuno chiederne le dimissioni? Sullo sfondo del dibattito pubblico le gravi lacune del nostro sistema penitenziario e le enormi responsabilità politiche del Guardasigilli. 

Fonte: Oltremedianews

Photo Credit: http://www.flickr.com/photos/ukinitaly/7393016366/
In questi giorni impazzano le polemiche intorno al caso Ligresti che ha assunto le proporzioni di un vero e proprio affaire. Con al centro il Ministro di Grazia e Giustizia Anna Maria Cancellieri, alcuni funzionari del Dap - Dipartimento amministrazione penitenziaria – e la figlia dell’imprenditore di Paternò, Giulia Maria, scarcerata a fine agosto ed attualmente agli arresti domiciliari. Oggetto dello scandalo, che va coinvolgendo anche le relazioni familiari tra il Guardasigilli e la famiglia Ligresti, sarebbero le presunte pressioni che secondo molti organi di stampa sarebbero state effettuate dal Ministro per la conversione della misura cautelare della detenzione in carcere di Giulia Ligresti nel ben più sopportabile regime degli arresti domiciliari (accuse comunque smentite dalla titolare del dicastero).

Un affaire, questo, che va ben oltre il semplice ed insopportabile condizionamento che un nome come quelli dei Ligresti può ingenerare nel giudice di turno, trovando bensì le radici delle tesi dei maligni in quell’importante incarico dirigenziale in Fonsai rivestito in passato del figlio del ministro Pier Giorgio Peluso, e in quelle telefonate, oggi al centro dello scandalo, tra i Ligresti e Cancellieri, e poi tra la stessa e i funzionari del Dap, con al centro la situazione legata alle condizioni di Giulia Ligresti.

Insomma, siamo alle solite, verrebbe da dire. A prima vista la storia sembrerebbe essere delle più classiche: una famiglia ricchissima coinvolta in un crack della holding di proprietà con conseguenti inchieste, le misure cautelari per i principali responsabili, il killeraggio mediatico e soprattutto ci sono poi le vecchie amicizie potentissime. Quanti di noi hanno il numero del ministro della giustizia nella propria rubrica telefonica? La domanda se la stanno ponendo in molti. Così come nelle più classiche vicende all’italiana non possono mancare le arene televisive, la suddivisione in tifosi del cieco garantismo e dell’abietto giustizialismo, i toni usati dai giornali conditi di ruffiana veemenza. Il rischio, neanche a dirlo, è però quello che il tutto finisca in una bolla di isterismo sterile e fine a se stesso senza che ci si sia poste le dovute domande. Quali sono le funzioni ed i poteri di un ministro della giustizia? E nel caso Cancellieri, esistono delle responsabilità giuridiche e politiche della titolare del dicastero? Infine, soprattutto, è giusto che Giulia Ligresti sia agli arresti domiciliari?

Come al solito la realtà è un po’ più complessa di quella lineare che i media provano a farci passare per vera, ad alcune di queste domande hanno però subito provato a dare risposta alcuni giuristi. A cominciare dalle funzioni e dai poteri del Ministro della Giustizia, vera e propria cerniera tra politica e amministrazione giurisdizionale, con poteri ispettivi di tipo amministrativo ma limitate possibilità di intervento, in gran parte inerenti al piano politico. Tra le funzioni due su tutte: l’organizzazione dei servizi e la titolarità dell’azione disciplinare nei confronti del magistrato. E proprio in queste due importanti competenze sono racchiusi innegabili poteri di sovrintendenza del ministro che si estendono su tutta l’organizzazione giurisdizionale oltre che penitenziaria: dagli uffici giudiziari come i tribunali passando per i penitenziari di Stato, sino ad arrivare alla gestione dei carcerati e delle carceri tramite la Polizia Penitenziaria. Sovrintendenza e quindipossibilità di effettuare ispezioni, di acquisire informazioni, quindi. Ovviamente nel rispetto delle garanzie di indipendenza della magistratura di cui agli artt. 104-108 della Costituzione.

Scendendo nello specifico, poi, il Ministero si articola in quattro dipartimenti, tra i quali c’è appunto il Dap - Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, un organo alle strette dipendenze del guardasigilli avente le funzioni di garantire l’ordine e la sicurezza all’interno degli Istituti Penitenziari, con compiti generali di gestione e amministrazione, ma anche molto specifici inerenti all’esecuzione della misura cautelare della custodia in carcere, delle pene, delle misure di sicurezza e di quelle alternative alla detenzione. E’ mediante l’ausilio di questo dipartimento che il ministro viene a conoscenza delle principali situazioni di criticità sulle quali stimolare un intervento sul piano politico.

Chi invece svolge una vera e propria funzione di controllo sull’esecuzione delle pene, questa volta non politica bensì giurisdizionale, è la Magistratura di Sorveglianza: in particolare i tribunali a ciò preposti hanno il compito di affrontare le questioni attinenti ai diritti dei detenuti durante l’esecuzione della pena, e alla concessione e gestione delle pene alternative alla detenzione. Così il relativo tribunale si occupa di verificare l’applicazione della legge in tutto ciò che concerne la cd.individualizzazione del trattamento penitenziario con riferimento ad ogni singolo detenuto: dalla concessione dei permessi, alle misure di sicurezza, passando per i provvedimenti di ammissione al lavoro all’esterno, e per la conversione della detenzione in pene sostitutive anche in relazione alla specifica condizione dell’individuo.

Ebbene nel caso Ligresti sarebbe stata proprio la Magistratura di Sorveglianza a vagliare le condizioni di salute della figlia di Salvatore Ligresti, per la quale, secondo il Ministro, ci sarebbero stati seri rischi causati dalla deficitaria alimentazione e dall’anoressia da cui la donna sarebbe in passato stata affetta. Rischi che secondo il Gip che indaga sulle responsabilità della famiglia nel crack Fondiaria Sai, non erano valsi la scarcerazione, così come testimonia il suo rigetto dell’istanza presentata in precedenza dagli avvocati; salvo poi l’intervento della Magistratura di Sorveglianza nel disporre la misura dei domiciliari.

Nessuna pressione, ho solo chiesto al Dap di fare quanto fosse strettamente nelle loro competenze per tutelare la salute di una detenuta’ così si difende Anna Maria Cancellieri. Fin qui tutto bene, perché se la domanda è sulla compatibilità o meno della detenzione in carcere con una patologia come l’anoressia, la risposta è di certo no. Tuttavia il filone cronologico che lega rigetto dell’istanza-chiamata del ministro-scarcerazione non è piaciuto però proprio a nessuno. Nemmeno ai Pm che nei giorni scorsi hanno ascoltato la titolare del dicastero senza però ravvisare collegamenti tra l’interessamento in prima persona e l’effettivo provvedimento dei giudici. Se però anche il Procuratore Caselli nega una qualsiasi pressione del ministro, rimane un quesito da risolvere: può il Guardasigilli stimolare un intervento della amministrazione e quindi della magistratura di sorveglianza su un caso specifico?

A rigor di interpretazione normativa e di giurisprudenza recente, il ministro non ha alcun potere sulle decisioni del Tribunale di Sorveglianza. Né in senso positivo, né tantomeno può bloccarne i provvedimenti. Tale tribunale può agire d’ufficio o su reclamo dei detenuti: è previsto a tal fine un obbligo del magistrato di recarsi mensilmente in carcere e ravvisare le situazioni di criticità. Non ci sono dubbi, dunque, sulla possibilità del ministro di interloquire con il Dap e di stimolarne l’attività a tutela dei detenuti, né sulla legittimità della scarcerazione di una persona affetta da gravi patologie.

Rimane l’amaro in bocca piuttosto per un sistema penitenziario al collasso disciplinato sì da norme giuste e improntate sui principi più avanzati di civiltà, ma lacunoso sotto l’aspetto operativo tanto da dare luogo ad odiose corsie preferenziali. Rimane l’amaro in bocca per un sistema nel quale anche la riconosciuta tutela di un sacrosanto diritto diventa un privilegio per pochi. La domanda maligna allora acquista legittimità e scorre spontanea tra i 65mila detenuti italiani: quante centinaia di persone affette da gravissime patologie sono ancora oggi dietro le sbarre in attesa di un adeguamento del regime carcerario alla loro condizione? Quante di loro hanno il numero del ministro nella propria agenda?

Ed ecco quindi che se dal punto di vista giuridico non sono ipotizzabili responsabilità personali del ministro Cancellieri, è dal punto di vista politico che la titolare del dicastero della Giustizia ha gravissime colpe. In quanto la sollecitazione dell’amministrazione su un singolo caso, per di più col non trascurabile particolare dei rapporti amichevoli ma anche economici che legano la sua famiglia ai Ligresti, tradisce non solo una faciloneria dilettantistica con cui certe funzioni sono esercitate, ma anche la putrefazione culturale in cui versano quei valori che sono stati il fondamento della nostra democrazia. Valori che oggi sempre più regrediscono dinanzi alla vera struttura, per dirla in termini marxiani, fatta di relazioni economiche o anche sinceramente amicali, ma sempre e comunque ristrette in una oligarchia faziosa che non tollera critiche e che in un sistema lacunoso ed inefficiente sembra sguazzarci cavandosela sempre e comunque. ‘Rapporti umani’, come li definirebbe qualcuno non lesinando un perbenismo borghese di facciata, per nulla tollerabili in una situazione di emergenza-carceri come quella italiana, dove ci sono quasi 25mila detenuti in attesa di giudizio e 19mila unità in più della capienza massima consentita. Persone che vivono in 6 in celle da 3, spesso da mesi in attesa di una udienza per ottenere di essere quantomeno ascoltati; persone a cui non interessa che il Ministro si sia interessato a 110 casi piuttosto che ad uno solo: ‘o tutti o nessuno’ dicono a denti stretti i familiari fuori Rebibbia. Almeno a quelle persone, forse, il Ministro, dovrebbe delle scuse.

 Michele Trotta

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