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venerdì , 26 maggio 2017
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Afghanistan. Si muore come sempre, ma a chi interessa?

 

Non vogliamo continuare ad annoiare i lettori con la storia: morti di “serie A”, e di “serie B”, tuttavia crediamo che la situazione dell’Afghanistan meriti un approfondimento. I media da tempo ormai dell’Afghanistan semplicemente non parlano più, ma a Kabul si continua a morire tutti i giorni, anche nelle fila della Nato. E i talebani, a dieci anni dall’invasione, esistono ancora?

Di quello che succede in Afghanistan ormai non interessa più a nessuno. Dopo oltre dieci anni di invasione e di combattimenti, ormai gli appetiti della macchina Nato si sono spostati verso altri lidi, verso la Libia, la Siria, l’Iran. Così l’Afghanistan torna a essere l’oscuro paese di cui, prima dell’invasione dell’Urss, non interessava niente a nessuno. Intanto però nel Paese si continua a morire quasi quotidianamente. Ne sanno qualcosa sia i civili afghani, ormai quasi abituati ad attentati, bombardamenti e massacri, sia le forze militari dell’Alleanza ancora presenti sul posto. Solo due giorni fa due attentati terroristici hanno investito  le province afghane di Nimroz e Kunduz nei giorni che precedono la fine del Ramadan con un bilancio di almeno una cinquantina di morti ed oltre 100 feriti. primo attacco è stato sferrato da undici kamikaze nella citta’ di Zaranj ed e’ costato la vita a 36 persone. Il bilancio ufficiale fornito all’Afp dal governatore Abdul Karim Brahawi sarebbe di 21 vittime civili e 15 militari aghani. Brahawi ha fatto sapere che ”le forze di sicurezza hanno ucciso due degli attentatori suicidi ieri e ne hanno arrestati tre stamani. Altri tre poi sono riusciti a farsi esplodere mentre gli ultimi tre sono stati uccisi”. Come se non bastasse nel pomeriggio un’ altra bomba, questa volta nascosta su una moto, ha sventrato la città di Kunduz uccidendo altre 10 persone e ferendone altre 36. Si tratta dell’ennesimo massacro di civili, l’ennesima bomba al mercato che semina morte, disperazione e incredulità in un popolo fiero, che non si rassegna a rinunciare alla propria normalità quotidiana. Ma i civili non sono gli unici a soffrire, anche i soldati della Forza Internazionale ancora presenti in Afghanistan sono alle prese con lutti e tragedie quotidiane. Il 16 agosto infatti, un elicottero della cosiddetta Forza internazionale di assistenza alla sicurezza si è schiantato al suolo nell’Afghanistan meridionale con un bilancio di undici morti. Lo ha reso noto la stessa Isaf a Kabul. Le vittime sono sette soldati dell’Isaf, di cui tre americani, tre soldati afghani ed un interprete civile. Nessuna informazione sulle cause dello schianto al suolo, ovvero se si tratti di un guasto tecnico o di abbattimento da parte dei talebani. Si tratta del più grave incidente di questo tipo da quello avvenuto il 6 agosto dello scorso anno nella provincia centrale di Maidan Wardak in cui morirono 31 soldati americani e sette afghani. E così mentre negli Stati Uniti la tensione è alta soprattutto per gli attacchi contro i propri soldati, che spesso e volentieri avvengono per mano di soldati afghani, Kabul cerca invece di trovare un accordo con i talebani. A questo scopo i talebani avrebbero inviato alcuni diplomatici a trovare il numero due della loro organizzazione, tale Mullah Abdul Ghani Baradar, al momento in carcere in Pakistan. In Afghanistan si ha la sensazione che la sua liberazione potrebbe portare finalmente alla pace.  Secondo gli esperti però, queste azioni avrebbero un obiettivo molto diverso, cioè giocare la “carta talebana” secondo gli interessi dei vari giocatori  della regione. Mullah Baradar, uno dei fondatori del movimento “Talebano” nel 1994 e l’assistente principale del suo leader Mullah Mohammed Omar, è stato arrestato nel 2010 a Karaci durante un’operazione congiunta, condotta dai servizi segreti americani e da quelli pakistani. Inizialmente gli Stati Uniti erano raggianti per il successo conseguito, ma subito dopo si è scoperto che Baradar negoziava in segreto con gli inviati del presidente afghano Karzai. Sarebbe stata Islamabad quindi a decidere di interrompere ogni contatto tra Baradar e i Talebani, salvo poi accorgersi in questi mesi quanto potrebbe essere prezioso per trattare con loro. La grande verità inoltre sarebbe un’altra, e cioè che i talebani ormai non sarebbero più un vero problema e sarebbero manovrabili proprio dal Pakistan, che li userebbe a proprio piacimento alimentandone il mito con il placet degli Stati Uniti. Ma vediamo come il sito Irib ha trattato l’argomento: “Così la “talebanizzazione” artificiale della problematica afghana per i motivi diversi fa comodo sia a Istambul, sia a Kabul. Perché anche il Pentagon ne ha bisogno? Le sue forze subiscono le perdite non dai talebani stessi, ma dai gruppi che non ne fanno parte. Dai partigiani, cioè dalla popolazione locale. Accettare questo fatto significherebbe cambiare tutta la base ideologica della loro presenza nell’Afghanistan che non potrebbe essere più chiamata la lotta col terrorismo“. In sostanza dunque i talebani sarebbero già stati abbondantemente sconfitti, ma si continuerebbe ad alimentare il loro mito per motivi tattici che convengono sia a Washington, sia a Kabul, sia ad Islamabad. Tutto il mondo “odia” i talebani ed è disposto a tollerare la guerra al terrore contro di loro, anche se combattuta con droni e bombardamenti indiscriminati. E se si sapesse che in realtà a combattere sono afghani stanchi di essere schiavi in casa propria? Per evitare questa evenienza le parti in causa lavorano per far sembrare ancora importanti i talebani, e i talebani stessi ovviamente sono solo contenti di questa situazione e mirano ad ottenere un riconoscimento internazionale che al momento è solo artefatto.

La prova che a combattere contro gli americani e la Nato non siano ormai più i talebani, o almeno non solo loro, è arrivata nientemeno che da parte di Leon Panetta, segretario americano alla Difesa, che si è detto molto preoccupato per il notevole aumento del numero dei militari della coalizione internazionale uccisi da uomini che indossano le uniformi dell’esercito o della polizia afgana. Non si tratta quindi di talebani, bensì di membri dell’esercito afghano, e quindi dei veri e propri “partigiani” che hanno deciso di portare la lotta per la liberazione del loro Paese a un grado successivo.”Sono molto preoccupato da questi incidenti perché delle vite sono state perse” ha dichiarato Panetta, affermando che gli autori di questi attacchi cercano di “minare la fiducia” tra la Nato e le forze afgane. In sostanza quindi che siano i talebani ad attaccare va bene, che siano altri afghani no. Ed è per questo che il mito dei talebani va alimentato.

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