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venerdì , 9 dicembre 2016
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Al via il processo alla Tangentopoli brasiliana, un test per la democrazia verdeoro

Sette anni dopo la prima denuncia prende finalmente il via il processo al Mensalão, un gigantesco schema di corruzione realizzato dai vertici del Partito dei Lavoratori durante il primo governo Lula. L´esito del processo sarà soprattutto un banco di prova per testare la maturità della democrazia brasiliana. 

Quando si parla di giustizia, il Brasile gode di una pessima fama. Se la giustizia poi si intreccia alla politica, è l´impunità a farla da padrone. Basti pensare a Paulo Maluf, ex governatore e sindaco di San Paolo, che nonostante i numerosi scandali che l´hanno travolto e portato pure in carcere, siede tutt´oggi alla Camera dei Deputati. Un nome famigerato in Brasile, che non a caso figura da due anni anche sulla lista rossa dell´Interpol a causa di alcuni suoi processi in corso negli Stati Uniti.

Poi c´è Fernando Collor de Mello, il presidente messo sotto impeachment nel ´92 per corruzione, tutt´oggi senatore. Ma fu senza dubbio il caso di Arnon de Mello, padre di Fernando, il più eclatante della storia brasiliana. Nel 1963, durante una seduta al Senato, sparò cinque colpi di pistola contro un avversario politico: mancò il bersaglio, ma uccise un altro senatore. Non venne mai giudicato per quel gesto e continuò a fare politica per altri 20 anni.

Adesso che il processo sul Mensalão sta per arrivare a sentenza, il Brasile ha finalmente la possibilità di voltare pagina rispetto al passato. Da oggi infatti, il Supremo Tribunale Federale (lo stesso che si è occupato del caso di Cesare Battisti) comincerà a riunirsi per giudicare il più grande scandalo di corruzione della storia verdeoro.

Sul banco siedono 38 imputati, tra cui nomi eccellenti del Partito dei Lavoratori, il partito della presidente Dilma. E anche se la Rousseff e Lula (lo scandalo scoppiò nel 2005 durante il primo governo dell´ex presidente) non sono stati toccati direttamente dalle inchieste, le accuse coinvolgono praticamente l´intero vertice del partito: da José Dirceu, ex primo ministro, a José Genoino, ex presidente del partito, a Delúbio Soares, ex tesoriere, fino a Silvio Pereira, ex segretario.

Le ipotesi di reato sono pesantissime: associazione a delinquere, riciclaggio, corruzione attiva e passiva, peculato ed evasione. Secondo la Procura generale, a tirare le fila c´era Marcos Valerio, imprenditore legato a filo doppio alla politica e al primo governo Lula. Attraverso vari contratti stipulati tra la pubblica amministrazione e le sue società, Valerio avrebbe creato fondi neri, per un totale di 55 milioni di euro, da girare ogni mese (da qui la parola Mensalão) ai partiti e nelle tasche di deputati e senatori per garantire all´esecutivo guidato da Lula l´appoggio all´interno del Congresso.

La fase finale del processo, che dovrebbe durare un paio di mesi, entra nel vivo proprio nel bel mezzo della campagna elettorale per le amministrative di ottobre e sta sollevando un polverone. In queste settimane non sono stati esenti da critiche e insinuazioni, più o meno legittime, nemmeno i magistrati del Supremo Tribunale Federale: su tutti spicca il caso di José Toffoli che in passato è stato avvocato del Partito dei Lavoratori e di Lula, e oggi ha una compagna che difende proprio uno degli imputati chiave.

Molte ombre ed incognite avvolgono dunque il processo che prova a far luce sul più grande scandalo di corruzione della storia brasiliana. Per la prima volta però le istituzioni brasiliane, processando sé stesse, avranno la possibilità di dare un segnale forte contro la storica impunità del potere e dimostrare, con i fatti, che il Brasile è ormai una una democrazia matura.

  Andrea Torrente, corrispondente da San Paolo

 

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