Alcune considerazioni dopo la bocciatura del referendum sulle pensioniTribuno del Popolo
lunedì , 29 maggio 2017
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Alcune considerazioni dopo la bocciatura del referendum sulle pensioni

Una situazione disastrosa. La consulta ha dichiarato inammissibile il referendum per l’abrogazione della “riforma Fornero” sulle pensioni promosso dalla Lega. Bisognerà attendere le motivazioni e leggerle attentamente, ma, intanto, alcune considerazioni sembrano doverose. 

Fonte: Marx21.it

A fine 2013, l’ormai ex presidente della repubblica Giorgio Napolitano, aveva impedito altri referendum (quelli sulla “riforma Fornero” del mercato del lavoro e quelli sulle pensioni) sciogliendo le camere pochi giorni prima che si potessero presentare le centinaia di migliaia di firme (la stima fu di oltre un milione) raccolte. Sarebbero bastati pochi giorni, una settimana, per rendere valida la raccolta delle firme. Invece, preso da grande fretta, Napolitano sciolse le camere e, di fatto, impedì che si potessero svolgere il referendum. Una strana maniera di applicare il principio costituzionale (esplicitato nel primo articolo) secondo il quale “la sovranità appartiene al popolo”.

Lo sconcerto aumenta considerando che la riforma delle pensioni e quella del mercato del lavoro (come, del resto, il “jobs act” e le varie riforme istituzionali, elettorali, costituzionali così tanto care a Napolitano e Renzi) furono approvate da un parlamento delegittimato in quanto eletto con una legge elettorale (il “porcellum”) dichiarata incostituzionale in alcuni suoi articoli fondamentali (premio di maggioranza e preferenze negate). Di fatto, impedendo i referendum, si è stabilito che i cittadini italiani non possono dire la loro su quelle leggi e “riforme” approvate da un parlamento dichiarato illegittimo e che hanno sconvolto la vita di chi vive del proprio lavoro.

Dei mancati referendum, i rappresentanti dei partiti di maggioranza tacciono o tirano un sospiro di sollievo. La stessa Fornero ha dichiarato di essere soddisfatta della decisione della Consulta.

Intanto, se si leggono i dati sulla disoccupazione, appare evidente che quelle “riforme” su pensioni e lavoro non solo sono studiate per colpire i lavoratori, ma sono profondamente sbagliate. Se si sommano i disoccupati ufficiali (dati ISTAT di novembre) che sono stimati in 3.410.000 ai circa 3.600.000 cittadini ormai rassegnati che non compaiono nelle liste di disoccupazione perché non trovando lavoro da svariato tempo (dati Eurostat), si ottiene un numero impressionante di senza lavoro (oltre 7.000.000 di persone) e un tasso reale di disoccupazione che supera il 27,5%. In questo contesto drammatico, il tasso di disoccupazione giovanile è arrivato al 44%. Un fallimento totale delle cosiddette riforme “Fornero”. Il fatto di non potere andare in pensione dopo 40 anni di lavoro e di avere aumentato l’età pensionabile di svariati anni, fa si che l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani sia ostacolato dalla mancata uscita dei lavoratori più anziani. La mancanza di una politica di sviluppo del paese, poi, aggrava la situazione facendo si che il declino industriale e manifatturiero sia ormai arrivato a livelli insostenibili. Politiche mai attuate di contrasto alle delocalizzazioni, alla fuga delle industrie verso paesi dove si pagano meno tasse (il caso FIAT è emblematico), alla corruzione e al lavoro nero che penalizza gli imprenditori onesti, al trasferimento di investimenti dalla produzione alle speculazioni finanziarie, hanno certamente aggravato la situazione relegando il nostro paese a una posizione di assoluta marginalità tra i paesi considerati più industrializzati.

Nel frattempo, Renzi, Berlusconi, Alfano e soci vari cosa fanno? Discutono delle alchimie da applicare alla prossima legge elettorale per impedire a chi non si uniforma al pensiero unico di accedere alle istituzioni e si impegnano a fare accordi (più o meno sottobanco) sullo stravolgimento della Costituzione, sul prossimo presidente della repubblica. L’interesse di questi signorotti è diverso da quello del paese, ma a loro non interessa. Il fatto che sempre meno cittadini vadano a votare è visto, non come un problema fondamentale che mina le basi stesse della democrazia, ma come qualcosa di “secondario”. Anzi, meno persone si esprimeranno con il voto sarà più facile, per lorsignori, mantenere poltrone e potere.

Togliere la possibilità ai cittadini di esprimersi su temi importanti della loro vita quali sono lavoro e pensioni non fa altro che alimentare le paure e la rassegnazione di un popolo che si sente impotente. Siamo al tramonto della democrazia e qualsiasi soluzione è possibile. La storia ci insegna come, in situazioni simili, sia facile che la società diventi “più cattiva”, che vincano i sentimenti meno nobili, la xenofobia, il razzismo, che si scateni una “guerra tra poveri” foriera di una deviazione sempre più autoritaria e fascista.

Giorgio Langella

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