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sabato , 27 maggio 2017
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Aldo dice 26×1

Un resoconto dell’Insurrezione di Torino per ricordare e celebrare la Liberazione

Torino, 6 maggio 1945. Sfilata della liberazione in piazza Vittorio. Coll. archivistica: Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea ‘Giorgio Agosti’ (Torino)

A pochi giorni dall’insurrezione di Torino gli alleati avevano stilato un rapporto militare sulle forze partigiane presenti in città che era improntato a un pesante pessimismo. I partigiani, male armati ed eterogenei nelle loro strutture di comando, lasciavano perplessi inglesi e americani sulle loro possibilità di vittoria nell’insurrezione che era ormai considerata prossima. A Torino invece i tedeschi e le truppe repubblichine erano ben armate, basti pensare che le truppe di istanza nel capoluogo torinese agli ordini del Generale Schlemmer disponevano anche dei temibilissimi carri Tiger.

Gli alleati tentarono in tutti i modi di smorzare l’entusiasmo partigiano nella città di Torino, ma contrariamente alle loro indicazioni le fila dei patrioti si ingrossavano giorno dopo giorno, coerentemente alle indicazioni del CMRP e di Togliatti. Come se non bastasse a Torino era altissimo il rischio di rappresaglia massiva da parte delle formazioni partigiane contro quelle volontarie fasciste come la Muti o la Decima Mas dopo mesi di durissimi atti di sangue e di efferate violenza da essi perpetrate contro gli antifascisti.

Mentre a est e sud di Torino iniziavano a mobilitarsi le formazioni di Barbato e degli autonomi di Tonino, i fascisti si preparavano a vendere cara la pelle iniziando ad allestire gruppi chiamati di “Arditi della morte”, i quali dovevano essere composti da cecchini pronti a tutto pur di disgregare l’unità dei partigiani. A pochi giorni dall’insurrezione inoltre destò preoccupazione il fatto che le truppe naziste presenti in Piemonte avrebbero potuto ripiegare su Torino prima di cercare la fuga verso la Svizzera, e dunque avrebbero soverchiato le truppe partigiane per numero rischiando di creare una situazione senza uscita.

Il colonnello alleato Stevens, di stanza a Torino, temeva che l’insurrezione sarebbe potuta sfuggire di mano, e dunque fece di tutto per cercare di dividere e contenere i partigiani dato che era solo una questione di tempo prima che le forze americane e inglesi raggiungessero il Piemonte, anche se essendo diventata l’Italia un teatro di guerra secondario, nessuno poteva immaginare quanto presto questo sarebbe potuto accadere.

Nonostante Stevens esercitava tutta la sua influenza per cercare di rimandare o evitare l’insurrezione, alle ore 19 del 24 aprile il CMRP emanò l’ordine che prevedeva l’insurrezione e l’attacco a Torino da parte delle formazioni partigiane previsto per l’una del 26 aprile: il famoso comunicato”Aldo dice 26×1″ che recitava: “Aldo dice 26 x 1. Nemico in crisi finale. Applicate piano E27. Capi nemici et dirigenti fascisti in fuga. Fermate tutte le macchine et controllate rigorosamente passeggeri trattenendo persone sospette. Comandi Zona interessati abbiano massima cura assicurare viabilità forze alleate su strada Genova – Torino et Piacenza – Torino”.

Il 25 aprile, data eletta a simbolo della Liberazione, in realtà a Torino non fu il giorno più pregnante. Il Comando del CLN ordinò la mobilitazione di tutte le formazioni cittadine come i Gap e i Sap, incaricate di difendere gomito a gomito con gli operai le fabbriche della città, che si temeva non a torto i tedeschi avrebbero cercato di minare prima di abbandonare Torino. Mentre le fabbriche venivano occupate, alle 21 i partigiani della VIII zona iniziavano a penetrare in città dalla periferia orientale, ma furono arrestati da un comando del CMRP che imponeva di “non procedere verso gli obiettivi in città se non dietro specifico ordine del Comando Piazza”. Nonostante il divieto tuttavia parecchie centinaia di partigiani si unirono comunque ai difensori delle fabbriche mentre combattimenti iniziavano a infuriare nella notte un po’ dappertutto.

Nel frattempo gli alleati erano in fibrillazione perché si temeva che la 34° divisione tedesca stesse ripiegando su Torino durante la sua ritirata, e il suo arrivo era stato previsto per il 26 aprile.

Alle ore 18 del 25 aprile i tedeschi attaccavano Mirafiori con carri armati e autoblinde, ma venivano ricacciati dagli operai in armi asserragliati nello stabilimento e pronti a fare fuoco di sbarramento.

Alle 21 la SPA veniva attaccata da Corso Ferrucci ma anche qui gli operai a prezzo di gravissime perdite riescono a ricacciare le truppe fasciste della X Mas.

Si combatteva anche alla Lancia, ai Grandi Motori, alla Nebiolo e alle Ferriere Piemontesi.

Si combatteva a Porta Nuova dove il SAP dei ferrovieri a prezzo di gravi perdite ricacciava però i nazifascisti tenendo il controllo della stazione ferroviaria.

Al mattino del 26 aprile le staffette in bicicletta facevano sue giù per la città rischiando di essere spazzati dalle mitragliatrici per consegnare gli ordini alle formazioni, si combatteva in Corso Principe Oddone, nella zona di Via Peyron, e alla stazione Dora.

Alle 12 del 26 aprile il CMRP riceveva una prima proposta dai fascisti che volevano trattare per il “trapasso dei poteri” purchè si consentisse a chi lo volesse di poter seguire i tedeschi in ritirata dalla città e di far passare senza attacchi la 34° divisione di Schlemmer, diretta verso Milano. Il CLN rifiutò ogni tipo di accordo annunciando di aver assunto il controllo della città.
La lotta tra le due parti non era intanto finita, anzi dopo il rifiuto di trattare si fece più aspra, i nazifascisti si battevano disperatamente confortati dal possesso di molti carri armati. I lavoratori torinesi invece potevano contare soltanto sulle loro forze perché le unità partigiane erano sempre trattenute fuori della città dall’equivoco ordine della sera del 25, ritenuto del col. Stevens.

Alle 14 le milizie fasciste riconquistavano la questura e il municipio e iniziano a combattere presso l’Aeritalia ma l’intervento dei sappisti evitava il peggio e allontanava momentaneamente i nazifascisti.

I partigiani intanto stavano per arrivare, era solo una questione di tempo, e le prime formazioni guidate da Oscar e Trumlin (il distaccamento Lupo) già alle 12 avevano attaccato Superga sbaragliando il nemico e avevano passato lo Stura liberando il quartiere della Barca.

Nonostante piovesse a dirotto i primi reparti di partigiani iniziavano a dirigersi verso Corso Regina Margherita e alle 14 e 30 unità garibaldine e autonomi della”Monferrato” avanzavano da Corso Casale verso il centro ingaggiando conflitti a fuoco con i fascisti trincerati nelle caserme. Una colonna di GL occupava Porta Susa e alcuni reparti garibaldini sfidavano la morte facendo capolino sino in Piazza Castello.

Alle ore 18 la svolta: il Comando della VIIIa zona riceveva il seguente messaggio: “L’ordine da voi ricevuto ieri sera è falso. Arrestate chiunque lo abbia portato, chiunque esso sia. Non può essere altro che una provocazione. Il CMRP ordinò a tutte le formazioni dell’VIIIa Zona di entrare immediatamente in città con tutte le forze disponibili”. Era l’inizio dell’attacco vero e proprio dei partigiani ma nella notte del 26 si consumava il dramma di un gruppo di partigiani garibaldini che sacrificavano la loro vita contro i carri Tigre delle SS per evitare che la brigata partigiana venisse presa di sorpresa.

All’alba del 27 la brigata GL “Giaime Pintor” avanzava fino al ponte Umberto I, e insieme alla brigata Garibaldi “Gardoncini” attaccavano il palazzo della Propaganda Staffel.

Alle 10 e 30 i repubblichini venivano ricacciati nelle Carceri Nuove le quali caddero in mano partigiana solo poche ore dopo. Intanto carri tedeschi continuano a girare per la città sparando a vista e seminando lutti e panico tra la popolazione.

Alle 11 don Garneri si presentava al CLN latore di una terza richiesta dei tedeschi che insistevano per ottenere che le loro due divisioni potessero attraversare una parte della città, non chiedevano più 48, ma soltanto alcune ore di tempo; in caso di rifiuto minacciavano di fare di Torino una seconda Varsavia.

Il generale Schlemmer alla testa della 34a Panzerdivisionen e della Va Alpenjager “Gambus”, 35 mila uomini e 60 carri armati “Tigre”, che aveva posto la sede del suo Comando nel Castello di Stupinigi, dopo aver tentato invano di riprendere in mano la situazione, facendo fare delle puntate in città a reparti corazzati, comunicò di essere disposto a capitolare purché gli fosse lasciata via libera per Milano. Cosciente del grave pericolo che una concessione del genere avrebbe potuto rappresentare per le altre città insorte che si sarebbero viste piombare alle spalle le divisioni tedesche, il CMRP ancora una volta respinse senza esitazione la richiesta.

Alle 13 i tedeschi attaccavano in forze le fabbriche torinesi tra cui la Siomat in Corso Peschiera e i Grandi Motori, ma la reazione partigiana fu aspra e in molti trovarono la morte nella battaglia.

Alle 15 le forze nazifasciste tenevano ancora la linea piazza Statuto, corso Principe Eugenio, corso Regina Margherita (piazza Emanuele Filiberto esclusa), Giardini Reali, piazza Cavour, piazza Carlo Felice, corso Oporto, corso Mediterraneo.

Resisteva ancora la caserma di Via Asti che i fascisti utilizzavano come luogo di tortura, nonostante i sappisti l’avessero attaccata sin dal primo pomeriggio del 26 aprile.

Nella notte i fascisti si vedevano perduti e tentarono una sortita all’esterno, respinti dopo aver ucciso alcuni prigionieri cercarono di fuggire a gruppi con abiti civili da un cunicolo sotto la caserma.

Nella notte del 27 i tedeschi riuscivano a sfondare alcuni posti di blocco per fuggire dalla città in direzione Chivasso.

La mattina seguente la resistenza fascista e tedesca a Torino era quasi cessata, rimanevano i cecchini a seminare morte spesso tra poveri innocenti scesi in strada traboccanti di gioia, e qualche fortilizio dove si sparava ancora.

Il pericolo era ormai solo più rappresentato dalle forze tedesche a occidente della città con Schlemmer che raccoglieva le sue forze residue tra Rivoli e Pinerolo “nella folle illusione di raggiungere per la sinistra del Po il Veneto prima degli Alleati e di qui la sua patria”. Si arrivò alla situazione paradossale che Torino era libera ma minacciata dalle truppe tedesche asserragliate nella cintura, che minacciavano perdipiù di bombardarla.

La sera del 29 aprile si consumò l’ultima atrocità dei nazisti. I sappisti di Grugliasco concessero il passaggio nella città ai nazisti in cambio della garanzia che non venissero commesse rappresaglie sulla popolazione, ma i tedeschi non appena entrati nella città li attaccarono a tradimento e fucilarono 58 sappisti e 7 civili per la strada. Presto però Schlemmer capì che dal Piemonte ogni via per lasciare l’Italia era chiusa dai partigiani, quindi ripiegò verso Venaria per poi firmare la resa alle 17 del 3 maggio nelle mani di un colonnello americano dopo che due giorni prima gli alleati erano arrivati a Torino trovandola ormai liberata.

Torino e il Piemonte erano liberi, e la guerra finita.

DC

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