Alemanno e il nostro dossier sulle municipalizzateTribuno del Popolo
lunedì , 27 marzo 2017
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Alemanno e il “dossier” sulle municipalizzate

In tempi non sospetti, quando Alemanno occupava ancora la poltrona di sindaco di Roma, noi di Oltremedia abbiamo più volte affrontato il problema dei rifiuti, quello della gestione dell’Ama, delle vicende che hanno coinvolto Franco Panzironi (arrestato nell‘inchiesta di oggi che vede indagato anche Alemanno) e Manlio Cerroni. Una questione, quella della gestione dei rifiuti, per la quale tra l’altro l’Italia ha proprio oggi ricevuto una condanna esemplare dalla UE, che si intreccia a doppio filo con le cronache odierne, e che all’epoca stimolò un nostro approfondimento, evidentemente premonitore, che fu pubblicato nella più ampia inchiesta “Dossier Alemanno. Roma distrutta in un giorno”.

Fonte: Oltremedianews

Riproponiamo qui il capitolo sui rifiuti, curato da Nicola Gesualdo.

Quadro generale

“La vita terminava in uno spiazzo dove si sarebbero visti cumuli d’immondizia, mucchi di terra infranti e rifiuti vegetali, se non fosse che a Roma simile mercanzia si getta dappertutto, senza accordare preferenze ad alcun sito particolare.” Potrebbero sembrare le parole per descrivere la Roma di oggi, invece sono le parole usate da Charles Dickens, in “Versioni d’Italia”, un secolo e mezzo fa. La gestione dei rifiuti a Roma non sembra sia cambiata più di tanto nel corso degli anni, anzi la cattiva amministrazione ha portato al malaffare.Quello fra uomo e rifiuto è un rapporto ancestrale. Scriveva Freud che il rapporto dell’uomo con le proprie deiezioni è assai istruttivo nell’illuminare i meandri nascosti della nostra psiche; così possiamo dire che il modo con cui produciamo e gestiamo i rifiuti ha moltissimo da raccontare circa il nostro modello di societ
à.

Calvino, ne “La poubelle agrée”, scorgeva nel rito serale dello svuotamento del pattume quella necessità dell’uomo di separarsi da una parte di ciò che è suo perché egli possa identificarsi per completo (senza residui) in ciò che è ed ha: “maledizione dello stitico e dell’avaro, che temendo di perdere qualcosa di sé accumula deiezioni e finisce per identificare se stesso con la propria deiezione e per perdervisi” scriveva ancora il grandeautore. La metafora calviniana serve per comprendere quanto sia cambiata la percezione del rifiuto da ieri sino ad oggi: un tempo l’esistenza della spazzatura, il gesto quotidiano di separarsene, era sinonimo di benessere materiale e di tranquillità economica; oggi il rifiuto è sinonimo di inquinamento, veleno, distruzione dell’ambiente, povertà.

Per capire come il rifiuto sia diventato un problema basta guardare l’evoluzione che le società contemporanee hanno conosciuto in pochissimi anni, sia dal punto di vistademografico, sia da quello relativo ai rapporti sociali ed economici. L’avvento del consumismo e la trasformazione dei processi industriali ha fatto sì che le attività manuali diventassero sempre più costose a vantaggio della produzione industriale che grazie alle economie di scala ha presentato sempre maggiori vantaggi. Insomma costa di meno acquistare qualcosa di nuovo piuttosto che riparare o risparmiare. E questo comporta inevitabili ripercussioni nella produzione del rifiuto e sull’impatto ambientale che l’accumularsi degli scarti al giorno d’oggi causa. Spreco delle materie prime, inquinamento dei mezzi di smaltimento, esternalità dei processi volti al riciclo. Queste le principali criticità che la questione dei rifiuti presenta. Così è emersa la necessità di una regolamentazione organica della materia che consentisse di sviluppare delle politiche integrate con i processi produttivi. Dalla semplice igiene urbana, insomma, si è passati alle politiche ambientali; il rifiuto è diventato un problema e i costi per la sua gestione si sono moltiplicati. Basta pensare che trent’anni fa il 36 costo dei rifiuti era di 5€/tonnellata, mentre oggi siamo sui 150€ a tonnellata. Inutile dire che si tratta di un mercato a tutti gli effetti in cui la malavita ha piantato le sue radici.

Ma cosa è il rifiuto per l’esattezza? Rifiuto è anzitutto quel qualcosa per cui ciascuno è disposto a pagar per disfarsene. Il rifiuto, per dirla in termini più economici, è un concetto legato al valore ed alla utilità potenziale di un bene: quando un bene viene usato, la sua utilità potenziale diminuisce e con essa anche il suo valore; finché tale valore diventa negativo. A questo punto il bene diventa uno scarto ed un costo da sopportare.

Questa definizione è molto importante per diversi motivi. Prima di tutto il bene avente valore negativo, cioè il rifiuto, ha uno “status giuridico” suo proprio. Ciò significa che il regime giuridico degli scambi dei beni negativi è sottoposto a disciplina differente rispetto ad una qualsiasi compravendita fra privati avente ad oggetto beni materiali della vita. È la legge quindi che stabilisce i criteri per definire qualcosa come rifiuto, per classificarlo nelle diverse tipologie, e per identificare le diverse attività di gestione e di trattamento cui questo deve essere soggetto. La principale fonte normativa in materia è di matrice europea ed i principi generali cui gli Stati devono attenersi nell’ambito delle rispettive competenze sono racchiusi nella direttiva 2008/98 introdotta poi dal legislatore italiano nel nostro ordinamento con il d.lgs 152/06.
Nella normativa sono specificate modalità di trattamento del rifiuto e distribuzione delle competenze.

Quanto al destino del bene dopo il suo uso, le soluzioni adottate dalle amministrazioni sotto l’impulso della produzione normativa sono andate di pari passo con lo sviluppo delle tecnologie in materia che nel tempo hanno avuto il merito di mostrare prospettive un tempo inimmaginabili. In parole semplici, una volta utilizzato, il bene deve essere raccolto ed infine andare incontro a due diversi possibili processi: lo smaltimento e il riuso. Diversissime tra loro dal punto di vista concettuale e procedurale, le due soluzioni hanno mostrato nel tempo di essere più complementari di quanto non sembrasse ad un primo sguardo. Ma andiamo con ordine. La raccolta può essere differenziata o indifferenziata. L’esigenza di una differenziazione a monte dei rifiuti è emersa pian piano nel tempo con lo sviluppo delle diverse tecnologie per il corretto smaltimento e un più efficace riuso dei materiali. Contrariamente a quanto si pensa, quindi, la raccolta differenziata non serve solamente per il riciclo, bensì consente di differenziare quanto più possibile i rifiuti in modo da ideare per ciascuna tipologia il trattamento più idoneo e meno dispendioso sia dal punto di vista economico che ambientale. Emblematico è l’esempio, a riguardo, degli inceneritori: i rifiuti meno sono puri e meno potere calorifero hanno; ciò comporta che per bruciare e produrre energia essi necessitano dell’aggiunta di combustibili con la conseguenza che il processo è più inquinante e
maggiormente costoso.

La raccolta dei rifiuti può avvenire con tre diverse modalità: quella collettiva, basata su contenitori stradali liberamente accessibili, quella individuale porta a porta e quella basata sul conferimento diretto da parte del cittadino a punti prefissati e gestiti dall’operatore. Ciascuna modalità presenta pro e contro. La prima ha dalla sua il fatto che non comporta particolari costi per i cittadini, ma d’altra parte non consente una ottimale raccolta differenziata; la seconda è difficile da praticare nei grandi centri urbani, inoltre bisogna tener presente che costi ed esternalità delle modalità di raccolta non possono essere maggiori dei benefici scaturiti dalla differenziazione dei rifiuti, e quindi una raccolta porta a porta ha dei costi difficilmente sostenibili in certi contesti; infine la terza ipotesi, che potrebbe comportare però un eccessivo aggravio per i cittadini i quali sarebbero costretti a trattenere il pattume in casa. Insomma, efficienza, economicità ed incentivo: il progresso della raccolta differenziata passa da questi fattori oltre che, soprattutto, dalla sensibilizzazione sul tema da parte dei cittadini e dei produttori.

In Italia, l’obiettivo per il 2012, era di raggiungere il 65% a livello nazionale di raccolta differenziata.
Obiettivo grandemente fallito visto che oggi siamo solo al 25%; e se teniamo conto che nel bel paese il recupero diretto dei rifiuti è solo al 16% contro i parametri Ue che impongono il raggiungimento del 50% entro il 2020, già risulta evidente il fortissimo ritardo che in Italia oggi registriamo rispetto al contesto europeo. Quest’ultimo dato però, fa emergere un altro aspetto della gestione del rifiuto che aiuta ad introdurre la trattazione sul suo destino: le modalità di raccolta sono cosa diversa rispetto alla destinazione finale del bene dopo il suo uso. In particolare il riciclo consiste nel far rientrare il rifiuto nel circuito produttivo in modo che, dopo diversi trattamenti, il bene riacquisti valore positivo; in questo caso si può parlare di recupero diretto. La seconda strada invece consiste nel restituire all’ambiente il rifiuto usato tramite lo smaltimento. In mezzo c’è tutta una zona grigia che è rappresentata da quei casi in cui il bene riacquista utilità in seguito ad una nuova destinazione (es. ricavare combustibili dai rifiuti); questo processo si chiama downcycling. Il principale esempio di smaltimento del rifiuto è rappresentato dalla discarica. Essa consiste in un’area confinata, realizzata in un sito idoneo a distanza da centri abitati e su un suolo impermeabile che eviti il rischio di contatto con la falda acquifera. La discarica comporta due tipologie di inquinamento: inquinamento dell’aria mediante la produzione di gas generati dalla decomposizione dei materiali organici, contaminazione del suolo tramite la produzione di un liquame che trascina con sé in soluzione molti composti (spesso chimici) presenti nei rifiuti e che è chiamato percolato.
Il rischio di contaminazione è alto qualora in discarica finiscano rifiuti putrescibili, cioè i cosiddetti rifiuti tal quali. La discarica, se gestita correttamente, potrebbe rappresentare un ottimo sistema di produzione del gas e di produzione di materiali organici destinati a concime. Anche qui però la purezza del rifiuto è il requisito minimo per far sì che il prodotto da immettere sul mercato abbia richiesta. Dal 2000 in Italia è in vigore una norma che, distinguendo i rifiuti in pericolosi, non pericolosi ed inerti, vieta il conferimento in discarica di ogni forma di rifiuti diversa dai rifiuti inerti ossia non passibili di altre forme di valorizzazione. Il divieto è stato più volte derogato a causa delle inadempienze di numerose amministrazioni, tra cui, lo vedremo dopo, anche e soprattutto il Lazio, dove a Malagrotta viene ancora gettato di tutto. Il secondo metodo di smaltimento dei rifiuti è sicuramente l’incenerimento. I rifiuti contengono infatti molte frazioni combustibili e questa loro caratteristica ha da sempre spinto verso l’opzione di bruciarli. Tecnicamente il rifiuto viene trasformato in fumi (spesso tossici e molto inquinanti) e in scorie che necessitano di trattamenti specifici. Col tempo si sono sviluppate numerose tecnologie che hanno fatto degli impianti di incenerimento dei veri e propri complessi industriali all’avanguardia, dove i filtri consentono di ridurre di molto le emissioni e di produrre ancor meno scorie. Nell’ideazione delle nuove tecnologie finalizzate a ridurre l’impatto ambientale dell’incenerimento ha avuto un ruolo molto importante l’Unione europea che ha imposto per gli inceneritori parametri di inquinamento molto più severi rispetto a quelli fissati per altre attività industriali come i cementifici. Se rimane controversa la questione delle nanoparticelle, che secondo alcuni non sarebbero filtrabili e causerebbero importanti danni alla salute, è vero anche che lo sviluppo della tecnologia dell’incenerimento ha fatto si che potesse essere utilizzata un’altra caratteristica del rifiuto: il potere calorifico da cui ricavare energia. Anche qui però il condizionale è d’obbligo. Una corretta gestione dei termovalorizzatori farebbe dell’incenerimento una pratica di smaltimento all’avanguardia, tuttavia le lacune della legislazione, unite a corruzione e infiltrazione della criminalità organizzata, hanno fatto emergere un dissennato utilizzo di questi impianti all’interno dei quali sono stati bruciati rifiuti anche pericolosi senza appositi trattamenti.
Infine un terzo modello di smaltimento dei rifiuti è rappresentato dal trattamento meccanico-biologico.
Molto diffusa negli anni ’80, la pratica consiste nella selezione dei rifiuti a valle con la quale ricavare tre flussi di rifiuti: i rifiuti umidi (da trasformare in materiali organici inerti), i combustibili derivati dai rifiuti (il Cdr da usare negli inceneritori) e gli scarti. Tuttavia il principale ostacolo al diffondersi di questa modalità di smaltimento è costituito dal fatto che senza una selezione a monte dei flussi di rifiuti è difficile creare dei compost o dei cdr di qualità, tali da avere una domanda sul mercato. Il trattamento meccanico oggi è usato
molto come sistema complementare rispetto ad altri, tenendo presente l’imprescindibilità della raccolta differenziata.
Abbiamo parlato di smaltimento, ora occorrono due parole sul riciclo. Il riciclo è una pratica molto diffusa innanzi tutto nell’ambito dei processi industriali. L’Italia, come paese povero di materie prime, è sempre stata all’avanguardia per quanto riguarda la costruzione di filiere industriali che consentono di non sprecare i materiali di scarto. Il riciclo si è diffuso poi in vasti settori: dalla carta all’olio delle auto, sino alle pile, ai materiali di elettronica e al vetro. Il vero problema del riciclo sta nel processo industriale che occorre effettuare per ridare valore positivo al bene. Tanto più il rifiuto è “impuro” tanto maggiore sarà il dispendio di risorse energetiche, economiche e in termini di impatto ambientale che tali trattamenti richiederanno.
È evidente dunque quanto il problema della produzione e dello smaltimento dei rifiuti costituisca un tema complesso e di difficile risoluzione. In Italia ed in Europa si sono provati a stabilire dei principi ed una ripartizione delle competenze in modo tale da sensibilizzare cittadini, amministrazioni locali e produttori dei beni. Secondo la normativa italiana spetta allo Stato tradurre la direttiva 2008/98 della UE in principi; ciò è stato fatto con il d.lgs. 152/06. Alle Regioni spetta l’organizzazione del sistema di gestione dei rifiuti, con particolare riferimento alla pianificazione dello smaltimento e della raccolta differenziata, alla fissazione dei criteri per l’individuazione di siti ove collocare gli impianti, alle attività amministrative e di istruttoria e valutazione, alla pianificazione della bonifica dei siti contaminati. Il piano strategico viene poi dettagliato e reso operativo dalle Province che, ciascuna nel territorio di propria competenza, individuano nel concreto flussi di rifiuto da smaltire, obiettivi, siti designati ed impianti. Accanto alle Province ci sono le Agenzie per la protezione dell’ambiente istituite a livello regionale (Arpa), che svolgono attività tecnico scientifiche, istruttorie, di controllo e monitoraggio ambientale. Infine agli enti locali compete la gestione nel concreto dei rifiuti. I Comuni devono assolvere alla loro responsabilità affidando il servizio a dei soggetti gestori mediante autorizzazione con la quale l’amministrazione deve imporre tutte le prescrizioni che ritiene opportune, nel rispetto dei principi e negli obiettivi imposti dalle norme nazionali e regionali.
Una volta chiarito il quadro normativo e la ripartizione delle competenze, ecco alcuni numeri sullo stato delle cose in Italia ed in Europa. In Italia si producono oggi 140 milioni di tonnellate di rifiuti al giorno di cui 32 sono rifiuti urbani. L’incremento in pochi anni è stato enorme, se pensiamo che solo di rifiuti urbani se ne producevano 13 t nel 1975 e 24t nel 1996. La produzione annua pro capite di rifiuti non è omogenea su tutto il territorio nazionale, e ciò a dimostrazione del fatto che essa dipende molto anche dalle abitudini e
dal benessere della popolazione; essa infatti varia da un minimo di 450kg/ab di Basilicata e Molise ad un massimo di 600kg/ab di Liguria, Emilia-Romagna, Umbria e Lazio. Oggi rispetto al passato sono aumentati di molto i rifiuti derivanti dagli imballaggi, soprattutto plastiche: si stima che ammontino a quasi il 15% del totale. Secondo l’Agenzia europea per l’ambiente, un grave rischio dell’incremento dei rifiuti nelle società industriali è rappresentato dagli alti costi di smaltimento, che spesso spingono i produttori a rivolgersi alla criminalità organizzata. In Italia sono state censite 13mila discariche abusive contaminate, sulle quali sono stati effettuati sino ad oggi 5mila interventi di bonifica. Quanto alla destinazione dei rifiuti, invece, la raccolta differenziata si attesta oggi in Italia sugli 8milioni di tonnellate l’anno, con un forte sviluppo al Nord (40%) ed un Sud ancora indietro, fermo al 10%. In forte crescita è la modalità di smaltimento del rifiuto tramite incenerimento (dal 5% al 10% in dieci anni) mentre il 23% dei rifiuti è destinato a trattamento meccanico biologico. La discarica rimane ancora la destinazione prevalente; anche se in netta diminuzione la percentuale dei rifiuti conferita in discarica (si è passati dal 90% di inizio anni ’90 a poco più del 50%), sono ancora molti i casi in cui, in deroga ad ogni norma, sono destinati al cosiddetto smaltimento rifiuti tal quali, cioè privi di trattamento. Un triste esempio di questa pratica è, come vedremo, la discarica di Malagrotta. Confrontando i dati appena citati con il passato, è evidente che anche in Italia si è avuto un
forte progresso nel campo della gestione di quello che possiamo ormai chiamare il ciclo dei rifiuti. Tuttavia la situazione italiana si distingue, nel contesto europeo, per il fatto di presentare numerosissime situazioni di criticità. Basti pensare al fatto che in Italia si pratica ancora l’incenerimento di rifiuti indifferenziati e che la percentuale di energia ricavata dai rifiuti è molto bassa rispetto a Germania, Olanda e Francia, che si attestano su valori compresi tra il 20% e il 30%. Inoltre il nostro paese è ancora molto indietro per quanto riguarda l’obiettivo fissato dalla UE di raggiungere entro il 2020 una percentuale di recupero diretto dei rifiuti intorno al 50% (abbiamo detto che ad oggi l’Italia è al 16%).

Malagrotta, l’ottavo colle di Roma
Quella dei rifiuti a Roma e nel Lazio, è una storia lunga più di 25 anni, fatta di commissariamenti, di proroghe, di promesse mai mantenute, di battaglie nei tribunali, con due soli grandi protagonisti: la mala politica, e un uomo, Manlio Cerroni, oggi 86enne di Pisoniano in provincia di Frosinone, che ha costruito nell’ombra la sua fortuna venendo a capo di un impero composto da imprese specializzate nello smaltimento dei rifiuti che oggi fattura a detta dei più oltre due miliardi di euro l’anno e che vede il suo titolare operare da monopolista nella gestione dei rifiuti di Roma e Provincia. Lo stato di emergenza in cui da anni ormai versa la Regione Lazio per quanto riguarda la gestione dei rifiuti ha origini lontane. Quando negli anni ‘80 nasceva Malagrotta nessuno avrebbe immaginato che sarebbe diventata la discarica più grande d’Europa. I suoi numeri presto sono diventati da record: vasta 240 ettari
(250 campi da calcio), in essa vengono riversate 5000 t/giorno di immondizia non trattata provenienti dalla capitale e dalla provincia. In poco tempo quello che era un grande buco nel terreno si è riempito, diventando una collina maleodorante e guadagnandosi l’appellativo di VIII colle di Roma. La discarica di Malagrotta diviene presto l’emblema di un errato sistema di smaltimento dei rifiuti: essa raccoglie tutte le categorie di rifiuti cosiddetti tal quali (senza alcun trattamento), i rifiuti speciali degli aeroporti di Fiumicino e Ciampino, i rifiuti ospedalieri, mentre il cattivo odore del pattume accumulato si espande a seconda della direzione del vento anche a 20 km di distanza. Non basta. In questa avvelenata periferia romana c’è posto anche per due inceneritori, un bitumificio, un cementificio e per la grande raffineria di Roma; e questo basta per definire questo territorio a due passi dal Tevere a forte rischio ambientale.

La discarica giunge al centro delle polemiche in seguito alle numerose denunce presentate dai 40mila cittadini residenti nelle aree limitrofe, che hanno evidenziato numerose irregolarità nella gestione degli impianti e un forte incremento delle polveri sottili sino a 15 volte più del normale: dal percolato (stante le testimonianze dei comitati) sversato nei canali di scolo delle acque piovane, al mancato sotterramento dei rifiuti depositati e, non da ultimo, il sequestro per mancato rispetto dei parametri di legge dell’impianto di gassificazione ultimato nel 2008. Inchieste che sono andate a coinvolgere in prima persona anche il re della monnezza romana e padrone della discarica Manlio Cerroni, presidente del consorzio Co.la.ri. monopolista nello smaltimento della spazzatura. Non solo la dissennata conduzione dell’attività di discarica; dal 2003 Malagrotta, come ogni discarica del suo genere, è ufficialmente fuori legge e ciò in seguito al recepimento di una vecchia direttiva della UE, risalente al 1990, la quale vieta lo smaltimento dei rifiuti tal quali in discarica. In particolare, il D. Lgs. 36/2003, nel disporre che i rifiuti possano essere collocati in discarica solo dopo il trattamento, ha previsto un regime transitorio per le discariche già esistenti con termine ultimo per la loro chiusura previsto per il 31/12/2008.

Cosa è successo dal 2003 ad oggi? Perché allo stato attuale si continua a prorogare la chiusura di Malagrotta al in attesa di aprire altre discariche nascenti già in regime di illegalità? La risposta sta nella progressiva saturazione delle 10 discariche laziali autorizzate e nei motivi che hanno condotto allo stato di emergenza ed inadempienza in cui versa la Regione oggi. Dalla fine degli anni ’90 sino ad oggi la Regione Lazio è stata incapace di avviare un proficuo piano industriale di sviluppo della raccolta differenziata, oltre che una efficiente rete di impianti di trattamento dei rifiuti indifferenziati utili soprattutto alla produzione del Cdr, combustibile derivato da rifiuti, indispensabile per il funzionamento di termovalorizzatori.

I risultati rovinosi della gestione commissariale sono sotto gli occhi di tutti: mentre nel decennio appena trascorso venivano gettati nelle discariche laziali più di 20milioni di tonnellate di rifiuto tal quale, la percentuale relativa alla raccolta differenziata nel Lazio rimane inchiodata, stando agli ultimi dati, al 13%; un dato lontanissimo tanto rispetto al 31% riscontrato su base nazionale, quanto rispetto a quel 65% che l’amministrazione poneva come obiettivo da raggiungere entro il 2012. Un mix di cattiva politica, lentezzeburocratiche e malaffare hanno falcidiato sul nascere anche quelle poche iniziative poste in essere da soggetti privati che nell’avviare attività d’impresa finalizzata al compostaggio o al trattamento di rifiuti differenziati/indifferenziati si sono visti costretti ad accogliere rifiuti dalle altre regioni, in quanto nel Lazio sembra si preferisca la discarica. Ciò senza contare le perplessità in termini di efficienza (economica) ed efficacia (nello smaltimento) avanzate da più fronti riguardo un piano-rifiuti, come quello della Regione Lazio, in cui il termovalorizzatore riveste un ruolo fondamentale. Se è vero che in esso possono essere bruciati, oltre che il Cdr, anche molti rifiuti differenziati, i proventi dell’energia prodotti con la combustione non sono tali da sostenere il costo della raccolta differenziata; l’unico sbocco possibile del rifiuto differenziato – spiegano da Zero Waste Lazio, che ultimamente ha prodotto una sua proposta di legge – è il riuso.

I primi giorni del maggio 2011 saranno ricordati per il black out della raccolta di rifiuti nella parte est della capitale: in poche ore si sono creati accumuli di oltre mille tonnellate di rifiuti che hanno reso impraticabili le aree antistanti i cassonetti della spazzatura e, in qualche caso, anche le strade.

Stefano, abitante di Tor Pignattara, raccontava quei giorni: “Da un giorno all’altro i camion dell’AMA non sono più passati ed il 1 Maggio ricordo che i cassonetti erano già pieni sino all’orlo. Dal comune dicono che il problema è risolto ma in alcune aree del Prenestino e del Collatino la raccolta ad oggi non è ancora stata ripristinata”.

Da Tor Pignattara a Centocelle, passando per il Prenestino, il Collatino sino a Ponte di Nona; l’emergenza rifiuti ha interessato soprattutto la parte est della capitale, ma non sono mancate segnalazioni di disservizi anche nelle zone a nord. “Per fortuna non siamo arrivati al livello di Napoli e provincia nel 2008, ma la persistenza di immondizia in strada associata al caldo tardo-primaverile ha reso l’aria nauseabonda ed irrespirabile per giorni”.

“Un problema ordinario è la frequente comparsa di accumuli di rifiuti in zona Tor Sapienza, via dell’Acqua Bullicante, passando per Malatesta e via Antonio Tempesta, l’assenza di un sistema di raccolta “porta a porta” e, tantomeno, della raccolta differenziata”.

La sensazione, insomma, è che si tratti di un primo campanello d’allarme che viene da un sistema di smaltimento rifiuti che mostra da anni pericolose crepe.

A confermare le preoccupazioni dei romani, infatti, c’è una procedura d’infrazione in corso d’opera presso la UE la quale si è espressa, riguardo la gestione dell’immondizia romana, con una relazione stroncante della Commissione. A questa si è aggiunto anche il deferimento all’Alta Corte Europea. Del resto, l’obiettivo dell’Italia doveva essere quello di raggiungere il 65% di raccolta differenziata e almeno il 50% di riciclaggio entro il 2020, obiettivi ben lontani.
Pesano come un macigno sul futuro dei romani anni di scellerata gestione dei rifiuti, in cui l’inabilità delle istituzioni ha condotto all’ormai prossimo collasso di Malagrotta, e all’ideazione di un sistema di stoccaggio, di smistamento e di raccolta differenziata, gestito in condizione di semi-monopolio privato, assolutamente inadeguato ad una città europea; e a lamentarsi non sono solo i romani, ma anche i dipendenti che da mesi minacciano uno sciopero.
La logica dell’”ipermercato”, come l’ha definita Legambiente, impone di: inchiodare da una parte la differenziata a percentuali mai arrivate sopra al 25% praticando, dall’altra, il conferimento in discarica a fronte di un bassissimo prezzo di smaltimento (70 euro a tonnellata). Un diabolico “do ut des” tra amministrazione comunale, AMA e imprese, che ha portato inevitabilmente all’esaurimento di Malagrotta senza la parallela strutturazione di un percorso parallelo di trattamento alternativo dei rifiuti.

Ecco perché a Roma, così come anche in tutto il Lazio, le leggi sui rifiuti non sono mai state rispettate. Le normative in merito prevedono infatti una rigida gerarchia ovvero in ordine, riduzione, riciclo, recupero di materia e di energia ed infine lo smaltimento del residuo in discarica. Azioni queste che dovrebbero essere messe in campo esattamente nell’ordine elencato. Invece a Roma circa il 75% della spazzatura finisce tal quale a Malagrotta.
Così, tra proroghe, procedure UE d’infrazione e inadempienze amministrative, si è giunti alla saturazione di Malagrotta e alla scadenza prevista per il 31/12/2011 della autorizzazione al suo funzionamento, poi spostata a fine 2012, e ancora al giugno del 2013.

Va detto che nella Valle Galeria non esiste solo la discarica più grande d’Europa, ma anche un gassificatore – per ora fermo – due impianti di trattamento meccanico biologico, una raffineria, un inceneritore per rifiuti ospedalieri, dei depositi di carburante e diverse cave. Tale quadro aiuta a comprendere quanto la zona sia fortemente antropizzata ed inquinata. Questa affermazione è avallata inoltre anche da due recenti studi, di cui il primo dell’Ispra che certifica senza mezzi termini il notevole inquinamento della Valle Galeria ed il secondo dell’Asl Rm che attraverso un’indagine epidemiologica ha rilevato come in questo quadrante della città siano state riscontrate elevate percentuali di decessi rispetto ad altre zone della Capitale.

È importante sapere che la raccolta porta a porta dove effettuata correttamente a Roma (Colli Aniene, Massimina, Trastevere, Villaggio Olimpico, Decima) oggi produce almeno il 60-65% di recupero di materiali preziosi che possono essere rivenduti al CONAI (il Consorzio che si occupa di veicolare i materiali recuperati nel ciclo manifatturiero) con entrate di contributi pari a circa 70 euro /tonnellata invece che spese complessive di discarica/incenerimento attuali pari a 160 euro/tonnellata.

Da quando Alemanno si è insediato e ha proclamato di voler risolvere il problema dei rifiuti, siamo ancora a meno del 50% di efficienza di un sistema di quattro impianti TMB, il trattamento meccanico biologico, (due di AMA Spa e due del Colari di Cerroni), che se funzionasse a regime potrebbe trattare 900 mila tonnellate annue, cioè non più del 60% dei rifiuti non differenziati oggi prodotti. Quindi di circa 1,9 milioni di tonnellate annue di rifiuti urbani prodotti, tolto un 20% di raccolta differenziata pari a 390 mila tonnellate annue, rimangono da trattare ancora oggi 1,5 milioni di tonnellate. Visto che i famosi quattro impianti di TMB oggi sarebbero in grado di lavorarne solo 500 mila tonnellate annue, in attesa del funzionamento a pieno regime che li porterebbe a 900 mila tonnellate annue, la conclusione è che nei prossimi mesi dobbiamo smaltire un milione di tonnellate annue.
In parole povere chi ha governato negli ultimi tre lustri sia la Regione Lazio che il Comune di Roma pur di risparmiare ha scelto di buttare di tutto in discarica, non tenendo nella giusta considerazione la salvaguardia della salute umana, nonché le norme operanti in materia.

La gestione dell’AMA

Nel Piano Industriale del febbraio 2009, AMA si era prefissata di raggiungere il 35% di differenziata con un incremento in 5 anni del 15% per ottenere 600 mila tonnellate annue; di realizzare un impianto di pretrattamento dei rifiuti di 400 mila tonnellate; di potenziare gli impianti esistenti; di individuare entro il 2010 una nuova discarica di proprietà di AMA. La realizzazione di questi obbiettivi, avrebbe assicurato il trattamento di tutti i rifiuti, evitando il trasferimento all’estero al costo di 180 euro a tonnellata, che comporterà un ulteriore aumento della tariffa per i cittadini romani, che già oggi è la più alta d’Italia con Napoli. Benché AMA disponesse delle risorse, nessuno di questi obbiettivi è stato raggiunto.

La differenziata è aumentata di soli 6 punti in 5 anni (dal 19 al 25%), gli impianti di trattamento non sono stati potenziati. Non è stato neppure presentato un progetto alla Regione per accedere ai 52 milioni stanziati per la differenziata e si sono impiegati 5 anni per scoprire che il così detto sistema duale (gli utenti conferiscono i sacchetti presso i punti di raccolta mobili di AMA), era un totale fallimento.
In compenso, nel corso della legislatura di Alemanno, l’azienda dei rifiuti, che ha 7.500 dipendenti, ha avuto tutto il tempo di accumulare dei veri e propri disastri dal punto di vista gestionale. Senza contare tutta la questione relativa a parentopoli, che ha utilizzando la stessa “tattica” di gestione da parte del Comune di Roma; al Campidoglio (circa 200 collaborazioni esterne al costo di 18 milioni di euro in meno di due anni). In poco tempo si arriva ad un cumulo di debiti davvero straordinario: 660 milioni con le banche (che si garantiscono con la vendita degli immobili AMA); 300 milioni con i fornitori. Sofferenze per fronteggiare le quali AMA mette mano alla svendita di immobili attraverso un fondo SGR (Società Gestione Risparmio) a garanzia. La Cgil (Funzione pubblica) denuncia come “manca il gasolio per i mezzi e nelle unità territoriali da mesi mancano addirittura sacchi e guanti per gli operatori”. E potrebbe non essere la notizia peggiore. “Nel frattempo apprendiamo – continua il sindacato – che la giunta capitolina starebbe predisponendo un piano per smembrarne le attività”. Il rischio più grande è quello di passare la mano ai privati: “Mettendo insieme la crisi di governance aziendale, la mancanza di un piano industriale serio e questo ipotetico piano del Comune, sorge il timore che si stia aprendo la strada alla privatizzazione”.

Durante la legislatura Alemanno sono stati 3 gli avvicendamenti degli amministratori delegati dell’AMA; Franco Panzironi, Salvatore Cappello e Giovanna Anelli. Le tre nomine, ai romani, sono costate ben 2 milioni di euro per le buonuscite dei manager. L’ultimo avvicendamento, quello tra Cappello e Anelli, sarebbe arrivato a causa di un accordo che Cappello aveva intenzione di sottoscrivere con il Colari di Cerroni, 50 milioni di euro all’anno per un decennio, per il trattamento di una parte dei rifiuti prodotti dai romani. Accordo del quale non sarebbe stato a conoscenza il consiglio di amministrazione di AMAe lo stesso primo cittadino.

È davvero difficile sostenere, a fronte di circoli e verbali, la tesi che il Comune non fosse al corrente dell’accordo. Insomma, non c’erano ragioni per la rimozione, ma si sarebbe trovato un pretesto per l’avvicendamento e, infatti, si è scelta la strada delle dimissioni concordate. Alemanno ha potuto mutare gli assetti mentre Cappello ne esce continuando a percepire gli emolumenti previsti: 700mila euro, anche questi soldi dei romani.

Alcune fonti in Ama spiegano che su questa decisione ha pesato il ruolo che ancora svolge Panzironi in azienda, ex Amministratore delegato. E Franco Panzironi torna di fatto a comandare all’Ama. È uscito dalla porta ed è rientrato dalla finestra”. La storia più interessante è quella di Franco Panzironi e il ruolo svolto come A.d. dell’Ama, nonché il protagonista principale della “parentopoli Ama ” e uno dei protagonisti del complesso sistema di potere messo su da Alemanno e dai suoi, l’altro è Riccardo Mancini. Panzironi è nominato Amministratore delegato dell’Ama da Gianni Alemanno; durante l’epoca ministeriale di Alemanno, gli viene assegnata la posizione di segretario generale dell’Unire, l’ente per l’incremento delle razze equine.
Esperienza nel settore ippico? Zero. Fino al 2001 il dottor Panzironi, area democristiana, è direttore generale di Lavoro Temporaneo, agenzia romana di lavoro interinale, che nel 2002 sarà acquisita all’80% da un’altra società che si occupa di reclutamento e selezione di personale per le imprese: Obiettivo Lavoro, che nel 2010 compare tra le vincitrici di una gara per selezionare personale proprio per l’Ama. Conosce Alemanno durante la campagna elettorale del 2001; l’attuale sindaco gli chiede prima di aiutarlo a organizzare il suo futuro incarico da ministro e poi di mettere in piedi un laboratorio politico; Panzironi progetta la Fondazione Nuova Italia (che nasce ufficialmente nel 2003) e soprattutto trova i finanziatori e gli sponsor per farla funzionare a dovere.
Della fondazione, Alemanno è il presidente, Panzironi il segretario generale e insieme a loro, tra i consiglieri, ci sono anche Antonio Buonfiglio (mentore di Unirelab) e Ranieri Mamalchi. Panzironi, intanto, è già commissario straordinario Unire dal 16 settembre 2002; nel 2003 si aumenta lo stipendio (con effetto retroattivo), affittando un immenso palazzo sulla via Cristoforo Colombo per trasferirci la sede (canone annuo: 1,5 milioni), assumendo personale senza concorso, distribuendo centinaia di migliaia di euro in consulenze esterne (molte delle quali affidate a persone del giro Alleanza nazionale).
Azioni che attirano a più riprese l’attenzione della Corte dei Conti e, nel 2007, anche quella del Gup del Tribunale di Roma Claudio Mattioli che lo rinvia a giudizio per abuso d’ufficio e falso ideologico. In seguito sarà assolto e in appello finirà in un nulla di fatto, per vizi procedurali, anche una sentenza avversa della Corte dei Conti che metteva in dubbio la legittimità di un ricco contratto stipulato da Stefano Andriani e successivamente avallato da Panzironi. A maggio 2006 Alemanno lascia il ministero e il suo successore, Paolo De Castro, altra sponda politica, comincia a fare le pulci all’Unire che ormai ha accumulato un rosso di decine di milioni di euro e che viene per questo sottoposto nuovamente alla gestione controllata.
Il neocommisario avvia subito la procedura di rimozione di Panzironi, segnalando che il bilancio dell’ente è disastrato, che molte scelte prese dalla dirigenza sono censurabili, che il contratto di assunzione del segretario generale prevede espressamente la revoca dell’incarico in caso dell’accertamento di “gravi responsabilità e per i risultati negativi dell’attività amministrativa e della gestione”.
In pratica è una lettera di licenziamento che Panzironi evita dando le dimissioni il 2 aprile 2007. Mossa astuta che, come ricorda la Gazzetta dello Sport, “gli dà diritto, per legge, a fronte del ricco contratto in essere fino al 2008, a una buonuscita da 7 a 10 mensilità, ovvero dai 210 ai 300 mila euro”.

Negli ultimi mesi del 2010 scoppia il caso “parentopoli”; l’indagine dei p.m. romani vede indagati 7 tra dirigenti ed ex dirigenti dell’Ama (Azienda municipale ambiente) che si occupa della nettezza urbana a Roma.
Il Procuratore aggiunto, Alberto Caperna, e il sostituto procuratore, Corrado Fasanelli, hanno puntato l’indice contro l’ex amministratore delegato Franco Panzironi e altri dirigenti dell’azienda per 841 assunzioni sospette, divise in due tranche, una da 41( le più importanti) e l’altra da 800.
Gli altri indagati sono: Sergio Bruno, presidente del Consorzio Elis, Luciano Cedrone, responsabile del personale, Gianfrancesco Regard, ex responsabile legale di Ama, Ivano Spadoni, dirigente Ama e i consulenti Bruno Frigerio e Giovanni D’Onofrio. I sette indagati sono accusati, a seconda delle diverse posizioni, di abuso d’ufficio, falso e violazione della legge Biagi.

Nelle 41 assunzioni della prima tranche a persone prive di requisiti e avvenute a chiamata diretta nel periodo del 20 ottobre 2008, 24 ore prima dell’entrata in vigore della legge Brunetta, per sfuggire al divieto di assumere a chiamata diretta ci sono molti collegamenti con esponenti politici. Tra le assunzioni spicca il nome della figlia del capo scorta del sindaco di Roma, Alemanno, Ilaria Marinelli.
Inoltre ci sono Graziella Salvatori, Emanuele Arcese, Gerardo Mottola e Antonello Potenziani su cui c’è il nome di Gianfranco Zambelli. Panzironi ammette: “Riconosco come mia la grafia apposta a mano con nome Zambelli, si tratta di un consigliere del Pd”. Stessa formula per confermare che è stato il deputato del Pdl Fabio Rampelli a segnalare un altro candidato, Francesco Gasperoni. Con altri aspiranti impiegati, invece, Panzironi ha avuto un filo diretto: la sua ex segretaria Gloria Rojo;Valentina De Angelis, già nella segreteria del sindaco; Edoardo Mamalchi, con il padre dirigente Acea; Silvia Pietropaoli, rampolla di un consigliere di Multiservizi. Stefano Andrini, per esempio, con un passato nell’estrema destra, risulta assunto come quadro a 90 mila euro all’anno dopo una collaborazione al dipartimento esteri di Alleanza nazionale e «studi e incontri per la Fast ferrovie per l’interoperabilità del trasporto ferroviario”. Proprio riguardo a quest’ultimo (condannato per tentato omicidio nei confronti di due militanti di sinistra nel 1991) e a Mericone, Bettidi (Antonio candidato municipale del Pdl e poi distaccato nello staff del Campidoglio), Gallo e Magrone;Panzironi afferma che gli sono stati segnalati in ambito comunale non ricordando esattamente da chi. Da chi gli è stato segnalato l‘architetto Gianluca Brozzi, 46 anni,cugino di primo grado di Isabella Rauti, consigliere regionale a moglie del sindaco Alemanno.

La seconda tranche di assunzioni è quella realizzata dalla municipalizzata attraverso il Consorzio Elis, consorzio dell’Opus Dei, che non avrebbe potuto procedere alla selezione del personale perché non sarebbe stata iscritta nell’ albo previsto dalla legge Biagi. In secondo luogo, gli aspiranti dipendenti avrebbero sostenuto solo “colloqui confermativi”, come dimostrerebbero le carte in possesso della procura. In questo caso, nel mancato rispetto della legge, sarebbero stati assunte altre 800 persone tra autisti, operatori ecologici e interrogatori. Panzironi all’Ama percepiva circa 545.287 euro l’anno, 380mila euro come a.d. Ama e 165.187 euro come presidente della Roma Multiservizi srl. Ma la storia di Panzironi sembra non avere fine, il 18 ottobre 2012 il Nucleo di Polizia  tributaria della Guardia di Finanza effettua alcune perquisizioni e acquisizioni di documenti nelle sedi della società Roma Multiservizi srl e nella sede dell’Azienda municipalizzata per l’ambiente della capitale, Ama.

L’accusa, mossa dal pm Paolo Ielo, è di favoreggiamento ad una società per farle vincere un appalto dal valore complessivo di 14 milioni di euro per i servizi e il noleggio di materiale e vestiario dell’azienda municipalizzata capitolina; illegalità contestata nel 2010 e appalto che sarebbe dovuto durare per 48 mesi. Oltre a Panzironi ci sono altri tre indagati: gli imprenditori Piero Grossi, Fabrizio D’Antino e Luciano Nardi Schultze, tutti accusati di aver usato“mezzi fraudolenti costituiti da un preventivo accordo ed in questo modo avrebbero turbato la gara, predeterminando così caratteristiche e tempi di fornitura tali da impedire ad altri concorrenti di presentare offerte concorrenziali”. Le perquisizioni si sono svolte presso case, uffici e aziende degli indagati, nella sede della So.Ge.Si di Perugia, alla Alfredo Grassi spa a Varese, alla Alsco Italia, all’Ati, ovvero la società che ha vinto la gara, all’Ama e a Roma Multiservizi.

Alla gara d’appalto hanno partecipato svariate aziende provenienti da tutta Italia; Panzironi, secondo l’ipotesi di reato, ha favorito due aziende, la Alsco Italia della provincia di Lodi e la Alfredo Grossi Spa della provincia di Varese. Le eventuali irregolarità sono state denunciate alla procura di Roma dalle altre aziende partecipanti, che poi sono state escluse dall’accusa, le quali sostengono che ci sia stato qualcosa di strano.
Le aziende che hanno vinto l’appalto hanno infatti presentato un’offerta molto più alta rispetto alle altre partecipanti.

Le assunzioni in Ama fanno parte di un intero sistema, quello Alemanno, che allarga il proprio raggio d’azione a dismisura; il Campidoglio ha continuato a dettare le proprie linee guida sulle modalità di gestione degli affari romani.Un altro protagonista del “sistema Alemanno” è l’uomo che il sindaco ha voluto alla guida di Eur s.p.a. Società controllata dal Campidoglio e dal ministero dell’Economia che ha nel suo portafoglio immobili per centinaia di milioni; e rimasto incastrato nella vicenda delle tangenti della Breda-Menarini bus, Riccardo Mancini. Mancini e Panzironi, ovviamente, si conoscono bene. A novembre 2009, il capo dell’Eur Spa ha assunto Dario, il figlio di Franco, già portaborse al Comune e poi funzionario con contratto a tempo indeterminato. Ma Panzironi non si ferma mai, e dopo le assunzioni arrivano le consulenze. Si va dalla “necessità di effettuare uno studio per l’individuazione di aree e siti idonei all’installazione di impianti di termovalorizzazione e discariche”, a “necessità di un supporto tecnico per ottimizzare le risorse (medici competenti) per prevenzione e tutela della salute dei lavoratori”. A questa voce, nonostante le grandi difficoltà economiche tra la seconda metà del 2008 e il 2010, l’AMA spende milioni di euro.

Un processo per Manlio Cerroni

Di fronte all’ottava sezione monocratica del Tribunale di Roma si sta svolgendo un processo contro l’avvocato Manlio Cerroni. Il verdetto dovrebbe arrivare per la prima decade di luglio. È la prima volta che Cerroni deve affrontare l’aula giudiziaria in prima persona per questioni inerenti gli impianti di Malagrotta. In passato altri procedimenti avevano coinvolto i suoi collaboratori. Stavolta Cerroni, che ha 86 anni di età, è accusato dalla Procura di Roma, pm Simona Maisto e Alberto Galanti, di aver fornito dati non veritieri sul gassificatore che ha allestito nell’area di Malagrotta, a ridosso della strada che attraversa la valle Galeria e del corso d’acqua omonimo, uno dei più inquinati d’Italia proprio a causa della discarica e di altre compresenze industriali della zona. I dati sono quelli del serbatoio per l’ossigeno, tarato per 228 tonnellate (la soglia di pericolosità scatta da quota 200 tonnellate). “Dando dati non veritieri, sotto le 200 tonnellate, speravano che nessuno se ne accorgesse”, ha ricordato il pm Galanti. Rilevanti le implicazioni aggravanti di queste comunicazioni falsificate. La prima è stata quella di evitare la cosiddetta normativa Seveso, che riguarda i siti a rischio di grave incidente . In particolare, se fossero stati comunicati dati corretti, il Comune di Roma avrebbe dovuto avviare uno studio sui pericoli riguardanti l’area più vasta che nel caso Malagrotta riguarda tutta l’area industriale di Roma Nord e insediamenti abitativi a partire da quello della Borgata Massimina che è a ridosso della mega-discarica. I dati non corretti sono stati forniti tra l’altro a tutte le autorità coinvolte, a partire dai Vigili del fuoco incaricati di sorvegliare sulla possibilità di esplosioni di gas.
Nel processo che è in corso da oltre due anni sono parti offese il ministero dell’Ambiente e alcune associazioni di residenti, difese da Francesca Romana Fragale, a partire dal Comitato Malagrotta.

Leggi l’intera inchiesta: Dossier AlemannoDossier Alemanno. Roma distrutta in un giorno

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