All'origine delle crepe sul monolito PDTribuno del Popolo
martedì , 23 maggio 2017
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All’origine delle crepe sul monolito PD

Il PD non va a Congresso nelle migliori condizioni della sua breve vita. Molte sono le evidenze di una crisi interna come il drastico calo degli iscritti e la debolezza delle leadership, sia di quella decaduta dopo lo sconfortante esito elettorale che di quella provvisoriamente in carica, ma anche di quelle di cui si discute, ad esempio, quella di Renzi, destinata a radicalizzare le divisioni del partito.

Fonte: Gramsci Oggi

Pur fortemente autoreferenziale, il PD soffre, poi, l’isolamento da molte intellettualità piccolo borghesi che lo hanno sostenuto e, a volte, (pateticamente) stimolato, ma che sono disilluse dal suo moderatismo, al quale imputano di aver ritardato la fine di Berlusconi. Oltretutto, la manovra di isolare la CGIL, che ha lasciato il sindacato senza referenti politici, gli si ritorce contro perché è piuttosto la maggiore Confederazione sindacale italiana [1] ad abbandonare il PD come partito di riferimento.
Le correnti del partito che fino a qualche anno fa parlavano un linguaggio largamente comune, marcano, ora, distanze importanti. Forze alla ricerca di un’identità di sinistra si misurano con altre, più legate ai diversi centri di potere e aperte solo alle politiche di compromesso che non modificano i rapporti di forza politici e sociali.

Il PD, che intuisce di aver raschiato il fondo dei consensi elettorali, perde l’illusione di essere l’unica possibile soluzione democratica di governo e si convince di essere solo un altro partito europeo della “sinistra moderata” in crisi.

Siamo, dunque, di fronte ad un’inedita e, per molti versi, interessante situazione, perché la crisi del PD riflette lo stato di impotenza della politica rispetto alla crisi economica e all’isolamento internazionale di un paese senza politica estera e paga il pegno della “mutazione genetica”.

L’impotenza della politica e del PD

Con l’inizio della crisi economica si scopre che “la politica” non riesce ad incidere nella vita del paese. Poco dopo, allora, si inizia a riflettere sul significato di quelle trasformazioni della struttura economica e sociale che furono sostenute con determinazione dai governi di centro sinistra negli anni ’90 e che, con le privatizzazioni, sancirono l’uscita del paese dal sistema ad economia mista (pubblico e privato). Queste trasformazioni modificarono gli assetti di potere all’interno delle classi dominanti.

Con la fine delle Partecipazioni Statali si liquidò, infatti, una classe dirigente moderna e colta, che dal dopoguerra operò con successo per dare al paese uno sviluppo industriale recuperando il gap tecnologico con gli altri paesi industrializzati [2]. Le subentrò il blocco sociale del grande capitale monopolistico italiano, Fiat, Pirelli, Benetton, ecc., il più conservatore ed arretrato d’Europa che era stato estromesso dai settori strategici dell’economia italiana per consentire la ricostruzione, poi lo sviluppo industriale ed, infine, l’affermazione internazionale del paese. Forte dei legami con la politica, con i centri dell’imperialismo a stretta direzione USA e della finanza internazionale, il blocco sociale vincente estese, così, il suo potere nei settori chiave dell’economia italiana.

Fu subito chiaro che a questo blocco premeva riprendere il potere assoluto del Paese, piegare il ruolo dello Stato, aumentare i privilegi di classe ed anche i soprusi sociali come “instrumentum regni” all’interno della borghesia nazionale. Assolutamente indifferente ai problemi dello sviluppo del paese (la borghesia monopolistica italiana è fondamentalmente antinazionale), non si interessò ad un progetto industriale diverso da quello dei consumi di massa, al massimo si accontentò di rendite derivanti dalla gestione dei monopoli pubblici delle aziende ex-PPSS, che reinvestì per coprire i debiti contratti per acquisirle o per lanciare OPA ostili ad altre cordate [3].

Non pago del potere conseguito con la repressione sindacale e l’umiliazione dei lavoratori, considerò un’insidia perfino la timida difesa di un “sapere tecnico” percepito come una pericolosa nicchia di autonomia. Incentivò, quindi, la frammentazione pulviscolare del sistema industriale italiano che, per un po’ assorbì la manodopera che usciva dalla grande industria, ma azzerò la ricerca tecnologica. Questa pletora di piccole e piccolissime imprese industriali – che come ci hanno spiegato nei loro vaniloqui i riformisti nostrani sono l’asse portante dell’economia italiana – falliscono ora a migliaia come castelli di carta, o, nella migliore delle ipotesi, diventano ponti per la penetrazione delle tecnologie e dei prodotti d’oltralpe.

Dentro la logica di potere della classe dominante, la depressione economica in cui sprofonda il paese non ha, allora, soluzioni. Il “cupio dissolvi” che ha accompagnato il processo di “trasformazione strutturale della società italiana” ha distrutto assi portanti, potenzialità progettuali e creative nazionali e, finalmente, ha reso impotente la politica. In questa situazione è molto difficile parlare di politiche industriali seriamente, non a slogan, come fa il governo. Questo stato di cose si riflette sull’impotenza del PD, il partito che ha favorito quel processo ed i suoi esiti. Da tempo, perciò, il PD si applica solo al contingente, il che ne conferma lo stato di crisi.

L’isolamento internazionale dell’Italia

È banale osservare che i destini di un paese poggiano su due gambe, la politica interna e quella internazionale strettamente connesse. Nel nostro caso, l’una e l’altra, dagli esiti negativi per l’Italia. Oggi, l’esaurirsi progressivo di un progetto imperialista di dominio globale ci lascia il fardello della presenza dell’esercito italiano in ben 22 paesi e missioni nel mondo. Un esercito ormai svezzato alle aggressioni imperialiste, allenato alla guerra antipartigiana nelle funzioni definite dal Pentagono, e che è intervenuto attivamente nella distruzione di paesi amici, come la Yugoslavia, l’Iraq e la Libia indipendente di Gheddafi, in una vicenda pluridecennale che ha travolto gli equilibri geopolitici nel Mediterraneo. Equilibri che il nostro paese aveva attivamente contribuito a stabilizzare fin dagli anni ’50 e che ora sono stati sostituiti da altri del tutto instabili, poggianti sull’alleanza con le teocrazie del vicino oriente, dall’Arabia Saudita ad Israele. Dove gli impegni che si sottoscrivono a breve sono gli embarghi economici e politici, ed eventualmente, se gli USA lo vorranno, la partecipazione ad interventi militari contro i paesi produttori di petrolio più laici ed evoluti dello scacchiere mediorientale, nostri tradizionali partner economici, paesi che hanno consentito all’Italia l’autonomia dai cartelli petroliferi americani.

In tanta desolazione, il rapporto con l’Unione Europea o con gli Stati Uniti d’America, non modifica lo stato di cose. Si tratta, infatti, di un rapporto con paesi nostri competitori che possono vedere la depressione dell’Italia come un’opportunità per le loro economie. Mettendo in campo un sano realismo, a quanti si dichiarano disposti a cedere all’Europa quote rilevanti di sovranità nazionale, bisognerebbe ricordare con quanta indifferenza la stessa Europa ha trattato gli interessi dell’Italia nel Mediterraneo. Interessi legati ad una politica di pace e non di guerra, non ostili al cammino di emancipazione economica e politica di tanti stati e popoli mediterranei e mediorientali che l’Europa degli Hollande e dei Cameron, di concerto con Washington, certamente non vuole.

Ma non si devono cercare pretesti esterni per l’incapacità dell’Italia di sostenere una propria politica internazionale. La politica italiana, infatti, è stata consenziente allo stravolgimento dei pluridecennali indirizzi e rapporti internazionali che difendevano e promovevano gli interessi dell’Italia assieme a quelli dei nostri partner. E difatti ai giorni nostri, al tempo cioè della cosiddetta “Seconda Repubblica”, in cui si distrugge sistematicamente quanto di valido si era prima costruito, la reiterazione aggravata della fuga dalle responsabilità nazionali della politica italiana, ed in particolare del PD, ci consegna un paese che ha perso praticamente tutto il credito internazionale.

La “mutazione genetica” del “corno di sinistra” della Controriforma in Italia

Ma lo scoglio che il Congresso del PD difficilmente riuscirà a superare è la “mutazione genetica” del partito, il prevalere, cioè, nei gruppi dirigenti e nella base, dell’ideologia delle classi dominanti (le più conservatrici ed arretrate d’Europa, appunto).

Il sistema politico italiano si è goffamente proclamato riformista in tutte le sue articolazioni. In realtà la politica italiana si è solamente conformata alla Controriforma antisocialista ed imperialista cavalcata dalle classi dirigenti occidentali a seguito della crisi e della caduta dell’URSS. I due corni del sistema politico, quello di sinistra e quello di destra, se ne sono divisi i compiti di attuazione. Il primo ha colpito la struttura economica del paese ed ha aderito alla riforma del Patto Atlantico che cancellava le finalità della Nato come strumento di difesa dell’Occidente contro il blocco sovietico; il secondo ha portato avanti la legislazione antioperaia e l’attacco al welfare state. Così, al di là delle contrapposizioni elettorali, l’offensiva neoliberista dei due schieramenti, è apparsa addirittura sincronizzata, finché ora, il sistema politico in crisi, destra e sinistra costrette alla coabitazione al governo, giocano la carta della controriforma della Costituzione!

Anche in questo caso non è corretto giustificare il sistema politico italiano ed in particolare il partito del “moderatismo di sinistra” (PDS poi DS poi PD), perché non avrebbero potuto resistere alla pressione della Controriforma liberista internazionale. Le pressioni internazionali, la crisi del debito pubblico, la crisi economica sono certamente fattori rilevanti nell’analisi dei comportamenti della “sinistra moderata”, ma non cancellano il suo subitaneo trasporto per i dettami dei centri economici, finanziari, strategici e politici internazionali. Vi si è adeguata, anzi, intraprendendo una “mutazione genetica” per modificare l’ideologia del gruppo sociale degli iscritti del PDS (poi DS ed infine, PD) e della CGIL. Mutazione necessaria, anche, perché al “partito moderato di sinistra” veniva a mancare il collante politico e ideologico tra i militanti e i dirigenti del partito e tra sé ed il paese, costruito in tanti anni dal PCI.

Bisognava, ora, guardare ad obiettivi pratici e concreti, ed abbandonare quelli politici ed ideali – la lotta per la pace e contro l’imperialismo, l’attuazione della Costituzione ed il socialismo – che il crollo dell’URSS dimostrava essere fallaci e devianti. Alla fine si planò sulla “buona amministrazione” locale (comuni, provincie, regioni). Inedite lotte intestine, alleanze ed affari, ahimè, compresi, per compensazione dialettica.

Scelta totalizzante, in base alla quale il compito di coloro che dalla “gavetta” del comune, della provincia o della regione, sarebbero passati alle istituzioni nazionali, avrebbero dovuto garantire sindaci, amministratori, presidenti, delle amministrazioni locali, contro i riflessi ed i disturbi sempre più invasivi della politica internazionale ed economica.

Ciò, ovviamente, ha definito un partito disponibile ad ogni compromesso a perdere. Ma questi compromessi sono cambiali in scadenza che il PD non è più in grado di onorare. Si consuma così la crisi dei suoi rapporti col movimento sindacale e si esaurisce il suo appeal elettorale.

La base del consenso nel partito (contro)riformista

Una cosa è aver ancorato il partito ad una visione politica mimale per formare uno strumento ultra moderato, altro è capire questo processo [4]. Certo non con l’intento di riavvolgere un filo forse definitivamente spezzato, ma per comprendere la base del consenso interno del PD. Per capire, cioè, la radicalità del cambiamento cui è di fronte il PD, se vorrà cambiare qualcosa nel paese.

Si può partire dall’ultimo PCI, diciamo da dopo Berlinguer, da quando, cioè, in quel partito si veniva affievolendo, fino a scomparire, l’analisi e la comprensione della struttura economica e sociale del paese, nonché, ovviamente, delle sue necessità. Analisi peraltro inutile, perché si perdeva l’interesse a modificarla. Ma, quando, con la scomparsa del PCI, divenne concreta l’opzione della “sinistra al governo” e dalle dispute ideologiche [5] si dovette passare alla pratica, il liberismo avanzò soluzioni che deresponsabilizzavano viepiù il partito “riformista”. Queste soluzioni, infatti, offrivano l’illusione che l’economia potesse vivere di meccanismi autonomi dalla politica, la quale si riservava la protezione delle condizioni generali (nazionali ed internazionali) che consentono i necessari flussi finanziari per un sistema produttivo senza ulteriori specificazioni. Le ricette liberiste, semplici e brutali, andavano bene e sembravano funzionare all’estero. Una volta diventata “sinistra di governo, al governo”, con l’eliminazione dell’intervento pubblico in economia che tanto stava a cuore alla destra politica nazionale ed internazionale, il partito “riformista” poteva finalmente concentrarsi sulle amministrazioni locali in tutte le loro articolazioni, riempiendo così la vita politica dei propri militanti. Ovviamente le implicazioni di quella manovra furono molto più vaste, ma conviene avere presente come fu percepita dalla base del partito.

Altre conseguenze

Conclusa la “mutazione genetica” ma senza un vero progetto politico, la “sinistra di governo”, per riempire le caselle vuote delle politiche economiche del suo organigramma, ha cooptato quanti più possibile rappresentanti della borghesia conservatrice industriale e finanziaria – spesso i più compromessi nella depredazione dell’ex-patrimonio pubblico. Un modo, anche questo, per evitare responsabilità dirette, al costo di un ennesimo compromesso. Sarà, infatti, la grande borghesia monopolistica e finanziaria ed i tecnocrati a convincere i “riformisti” ad aderire ad un progetto di cessione della la sovranità e di indipendenza del paese a favore dell’UE (ma anche della Nato).

Ma, man mano che il paese perde sovranità ed indipendenza cresce la pressione del capitale internazionale per liquidare ogni traccia di welfare in Italia e nel paesi del sud Europa. Si crea allora il clima più adatto alla destra eversiva per attaccare il collante interno del PD. Infatti, la campagna contro l’IMU, le tasse, e la spesa pubblica, tendono a ridurre la “quantità” di welfare gestito dalle Amministrazioni locali sotto la soglia che consente all’elettorato di votare semplicemente secondo il colore di chi le amministra. L’assenteismo elettorale del popolo italiano sfiora ora il 50% e cala ancor più in occasione delle elezioni per il rinnovo delle amministrazioni locali.

D’altronde per il PD le autonomie locali devono essere avulse dal conflitto di classe. Già le amministrazioni locali erano essenzialmente il luogo ove un certo numero di imprenditori locali o della Compagnia delle Opere, in combutta con le imprese delle COOP emiliane, trovavano l’ascolto di amministratori pubblici per promuovere nel loro territorio ogni genere di attività per fini elettoralistici. Ora, con la riduzione delle risorse economiche e l’arcigna politica del governo centrale, il fenomeno si è ridotto, ma gli amministratori locali di centro sinistra (PD) operano da tempo senza alcuna visione prospettica o coordinata. Un elettore del PD di un comune vota, quindi, per indirizzi urbanistici, di sviluppo delle infrastrutture, smaltimento dei rifiuti, gestione delle risorse comuni, ecc., totalmente diversi da quelli che sostiene lo stesso partito nel comune limitrofo o in altre città, provincie e regioni, rette dal centro-sinistra. A nessuno, ad esempio, si spiega perché il PD appoggia le grandi opere di inutili infrastrutture e non un grande piano per il riassetto idrogeologico del paese.

Quali risposte dal Congresso del PD?

Come reagirà il PD alla sua crisi, specchio di una crisi generale? Come affronterà al suo prossimo Congresso i problemi, ormai ineludibili, della depressione economica, della disoccupazione di massa in cui è precipitato il paese e dell’impotenza della politica? Potrà il Congresso evitare di misurarsi con le grandi trasformazioni economiche nel mondo che attende il grande sorpasso della Cina sugli Stati Uniti e i sintomi di una crescente dipendenza dell’Occidente dai programmi economici dei paesi emergenti? E ancora, quale spazio avrà lo stallo delle politiche aggressive nel Medio Oriente che prelude alla ritirata o ad un drastico ridimensionamento degli obiettivi che l’imperialismo persegue da decenni? E come affronterà il riemergere delle opinioni pubbliche contro la guerra che bocciano le nuove pretese interventiste delle potenze occidentali, riuscendo a penetrare nei Parlamenti non solo in Europa, ma addirittura negli Stati Uniti? Le crepe all’interno dell’Alleanza Atlantica, preludio forse, dell’uscita dalla stessa Unione Europea della Germania e dei paesi economicamente più forti del nord Europa? Per non parlare della tinta sempre più nera dell’attacco al mondo del lavoro, a ciò che resta del welfare state e alla Costituzione Repubblicana. Problemi e situazioni collegate che dovranno avere un riflesso (forte, debole?) in un congresso nazionale.

Ovviamente, come sale la pressione di problemi reali, aumentano anche le grandi manovre dentro e fuori dal PD.

Ha mosso con anticipo le proprie pedine la parte più compromessa nel clima della Controriforma. Dietro “l’obbligo” di mantenere in vita un governo traballante ed il “clima delle larghe intese”, questa parte intende portare a termine la Controriforma e si esprime per il superamento storico della contrapposizione tra destra e sinistra – secondo l’intendimento del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e in coerenza con la cancellazione dell’attributo di Sinistra dal nome del partito. Ecco, dunque, che si sospinge alla segreteria del PD il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, un personaggio che esprime la caratteristica peculiare dei personaggi controriformisti: eludere ogni problema e vendere solo aria fritta.

Ex democristiani l’uno e l’altro, il Presidente del Consiglio Letta, i controriformisti del PD intendono marcare il processo di identificazione politica dei cattolici italiani, col segno del “moderatismo” come caratteristica genetica dell’intera società italiana. Il Papa, però, sembra muoversi in un’altra direzione e spinge i cattolici verso soluzioni di sinistra.

La manovra anticipata dell’ala controriformista del partito reagisce, come si è notato altrove, al rinascere di un confronto interno ancora incanalato in confuse correnti critiche sugli esiti del liberismo, alla ricerca di una nuova identità di sinistra e dei temi originari del “riformismo” sociale. Alcuni esponenti di queste tendenze già prevedono l’ineluttabilità di una scissione del partito e di una riaggregazione delle forze della sinistra che coinvolga il sindacato, molti intellettuali piccolo borghesi disillusi, i cattolici di sinistra, ecc..

A questo punto, se l’ascesa di Matteo Renzi sembra “irresistibile”, l’esito della lotta che egli promette per azzerare le correnti interne del PD è tutt’altro che scontata. Si tratta di un momento estremamente delicato perché le correnti “critiche” segnalano una sfida all’opzione controriformista, la riflessione iniziale, ma pregnante, sull’errore madornale di riproporre un partito ultramoderato come il partito unico ed autosufficiente della sinistra. D’altronde, se la reazione dei “controriformisti” sarà durissima, la soppressione delle correnti interne potrebbe accelerare la scissione del partito.

Ma a parte questo, non ci aspettiamo grandi svolte dal Congresso del PD. Troppi i nodi irrisolti. La coagulazione di un’opposizione al progetto di Renzi di azzerare il dibattito interno al partito, resta, nel contesto, una condizione minima. Ma è anche possibile che in alcune minoranze cresca la dinamica di un processo critico. Gli esiti di questo processo potrebbero rivelarsi molto importanti dopo il Congresso, quando verranno al pettine problemi ancora maggiori e più drammatici di quelli di oggi.

Note

[1] È relativamente poco importante ricordare che l’intellettualità piccolo borghese ha giocato un ruolo per ancorare il PD a posizioni moderate di fondo e che la CGIL, della Camusso, per intenderci, ha cercato riferimenti altrove, nelle “forze sociali”, ad esempio avvicinandosi sempre più alla … Confindustria.

[2] Si possono, naturalmente, discutere limiti e responsabilità (anche gravi) di quella classe dirigente, ma questa che le è succeduta non regge il confronto. Emerge evidente che il ruolo strategico che “la politica” (DC, PCI, PSI) riconobbe alle PPSS fu essenzialmente quello di mantenere nei propri recinti la grande borghesia vorace, gretta ed incivile e di difendere il paese, con la buona tecnologia, dalle incursioni devastanti delle economie straniere. Non ci soffermeremo sui disastri industriali conseguenti alle privatizzazioni, ma non si può non notare che anche le diverse mafie nazionali approfittarono dell’alienazione ai privati del patrimonio industriale pubblico.

[3] Si svilupparono, certamente, lotte intestine al “blocco vincente”, ma quello che, piuttosto, si deve rilevare è che non ci fu nessuno sforzo per proteggere il ruolo centrale delle ex-PPSS.

[4] Di questo processo la nostra rivista si è ampiamente occupata nel saggio di Vittorio Gioiello “Dal PCI al PD…” nei 5 numeri di Gramsci Oggi del 2012.

[5] In un certo senso dal “migliorismo”, un confuso progetto di migliorare il capitalismo, si passò con D’Alema, ad un progetto ancora più conservatore: rendere “normale“ il paese che, in concreto, doveva sedere a pieno titolo al banchetto delle potenze imperialiste, affiancando gli USA nelle aggressione militari e sostenendoli come poliziotti del mondo. L’Italia, quindi, si adeguò al Nuovo Modello di Difesa della Nato, che estese gli interessi della difesa fuori dei confini nazionali. L’esercito di leva fu sostituito da un esercito professionale integrato nei comandi della Nato.

Giuliano Cappellini

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