Ambiente, patrimonio storico, artistico e CostituzioneTribuno del Popolo
venerdì , 20 ottobre 2017
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Ambiente, patrimonio storico, artistico e Costituzione

Ricorre spesso oggi la citazione dell’aforisma di Dostoevskij “ la bellezza salverà il mondo”, soprattutto in senso edonistico e deresponsabilizzante, ma prontamente il prof. Settis ribadisce: “che la bellezza non salverà proprio nulla, se noi non salveremo la bellezza”.

Fonte: Marx21.it

E in Italia c’è tanta bellezza da salvare e difendere.

La bellezza è nostro patrimonio storico e culturale, collocato nel nostro ambiente, nel paesaggio, nelle città, nei borghi e l’arte è un tutt’uno con il territorio.

In Italia non esiste un ambiente senza arte e il grande storico dell’arte Roberto Longhi, sosteneva che un’arte senza il suo ambiente non sarebbe comprensibile e neanche concepibile, perché l’opera d’arte non è mai sola, in quanto è sempre in relazione con un’altra opera d’arte.

Pensiamo invece a Venezia violentata dalle navi-mostro, alle saccheggiate regge della Campania vicino alle discariche, ai templi di Agrigento soffocati dalla speculazione edilizia o alla Val di Susa, minacciatadall’inutile devastante Tav, e nessun media ci informa che la valle è lungo la via Francigena e custodisce imponenti monumenti di epoca romana, castelli medioevali, fortezze.

Infatti le opere d’arte in Italia sono collocate nel capolavoro naturale del paesaggio italiano e l’arte è un tutt’uno con l’ambiente.

Già nell’800 tutti gli stati europei erano dotati di misure legislative per proteggere le testimonianze del loro passato, mentre in Italia se ne occupò solo nel primo ‘900 e l’esigenza di proteggere il paesaggio, allora definito “bellezza naturale” nel 1939, durante il Fascismo, che definì alcune aree protette come i parchi nazionali: Gran Paradiso, Stelvio, dell’Abruzzo, del Circeo.

Con la Repubblica entrò in vigore la nostra Costituzione, nata dalla Resistenza, dove all’artico n.9 recita: “La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio artistico della Nazione.”

Ma in seguito il capitalismo predatorio, spesso alleato alle organizzazioni criminali, permesso dalle corruzioni e dalle connivenze politiche, ha devastato il territorio italiano, che ha subito un’aggressione senza precedenti, fatta di abusivismi, speculazioni edilizie, inquinamenti da veleni chimici, che oggi paghiamo con le puntuali e annunciate tragedie; disastri in nome del dio mercato, della crisi, del progresso inarrestabile, espresso dalla venerata libertà d’impresa.

Danni enormi alla collettività, a tutti quei cittadini che pagano le tasse, alla dignità della nazione Italia, alla ricchezza artistico-storico-culturale che fa della piccola Italia un gigante nel mondo.

Dal 2004 tutta la complessa materia è disciplinata dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio con decreto legislativo n° 42/2004.

Spesso si riaffaccia la “dottrina” che vede questi nostri beni comuni come “il petrolio d’Italia”: un certo sig. Renzi, sindaco-padrone di Firenze, ha affittato Ponte Vecchio per una festa privata per poche migliaia di euro, senza neanche avvertire i cittadini.

Quello che ha fatto Renzi fa parte della “religione della disuguaglianza”, dove super-ricchi per poche elemosine con “il rito dell’esclusione”, si appropriano di un patrimonio di tutti, come sostiene lo storico dell’arte Tommaso Montanari.

L’arte non è un oligopolio, né un bene per pochi.

Purtroppo negli anni ’90, per iniziativa dell’allora ministro Ronchey, si “riformarono” i musei con l’iniziativa delle caffetterie e dei book-shop, che fu completamente occupata da associazioni private come “Civita” di Gianni Letta e da “Electa” di Silvio Berlusconi, che non hanno portato nulla alla valorizzazione del nostro patrimonio, ma molto al loro.

Così oggi accade agli Uffizi a Firenze dove tutto è affidato ad una società privata, che, come ha denunciato la trasmissione Report, pur di fare cassa si affollano le sale, compromettendo lo stato conservativo delle opere d’arte esposte.

L’arte diventa merce di consumo per una pseudo-cultura consumistica, in cui i beni culturali servono ad arricchire i concessionari.

E proprio Firenze, come Venezia, Roma, le nostre città d’arte più famose nel mondo, soffrono di un turismo iperconsumistico, che allontana le persone dal senso civico, trasformandole in consumatori compulsivi e il patrimonio stesso si disumanizza.

Da una parte il turismo di lusso esclusivo e dall’altra uno di massa, entrambi però distruttivi perché nessuno dei due consapevole e sostenibile sul piano culturale e ambientale.

Sempre Montanari afferma che il patrimonio è oggetto di sciacallaggio da chi fa marketing con i simboli importanti come il Rinascimento italiano usato per vendere i prodotti tipici toscani; da chi ricerca (ancora Renzi) la perduta battaglia di Anghiari di Leonardo; da chi pensa che l’Italia debba vivere di rendita con la copia del David di Michelangelo mostrata all’Expo, come se oggi non esistesse nessuna nuova creazione artistica; infine da quelli che immaginano per i giovani di Venezia solo un futuro da camerieri, grazie al turismo di massa delle navi-mostro che sfregiano la laguna.

Questa visione politica non crede nel futuro e immagina per l’Italia solo un’economia di rendita data dal patrimonio, il cui guadagno è riservato ai privati.

Tutto questo ha creato un inquinamento culturale, usurando e distruggendo la funzione costituzionale del nostro patrimonio.

Ma la nostra Costituzione dà indicazione chiara di come la bellezza naturale e artistica del nostro paese debba essere invece la leva per costruire una società più giusta: la cultura come cittadinanza in alternativa a quella dell’economia di rendita che sfigura le nostre città d’arte.

Il nostro patrimonio culturale deve essere vivo e sprigionare il potere di cambiare le persone che imparano a conoscerlo attraverso un’educazione di massa all’arte, affinchè sia lo strumento per innescare una rivoluzione democratica e umanistica, alternativa all’homo oeconomicus, che conosce solo la religione del neo-liberismo.

Basta con i musei come il Maxxi, che sono luoghi per inghiottire soldi pubblici per promuovere interessi e poteri privati.

Un esempio invece di cultura come cittadinanza da seguire è il Musma di Matera, il museo della scultura contemporanea, gestito da una cooperativa di giovani laureati in storia dell’arte contemporanea, che lavorano per far vivere la cultura come cittadinanza.

Parlando di cultura dovremmo parlare di spazi pubblici e un assessore alla cultura non dovrebbe occuparsi di eventi ed intrattenimenti, ma assicurare il corretto uso democratico e sociale degli spazi monumentali e culturali delle città come biblioteche, parchi, pinacoteche.

Altro pericoloso problema italiano è la svendita del patrimonio pubblico, un saccheggio bipartisan esercitato dai governi tecnici, liberal e riformisti, attraverso una cartolarizzazione, dove le banche hanno fatto affari e oggi lo smantellamento della ricchezza pubblica è affidata alla Cassa Depositi e Prestiti.

Il governo Letta aveva annunciato la vendita del patrimonio immobiliare dello Stato: case, caserme, castelli, palazzi appartenenti al popolo italiano, si tratta di ville storiche a Monza, un castello nel viterbese, palazzi medicei a Firenze, un’isola della Laguna di Venezia.

Vendite, anzi svendite visto il momento, confermate dal governo Renzi, pronto maggiordomo per avvantaggiare la speculazione dei soliti noti avvoltoi.

Il paradosso è che molte Istituzioni Pubbliche sono in edifici dove pagano l’affitto, come alcune Università, mentre lo Stato svende palazzi di cui ha necessità.

Le alienazioni del patrimonio pubblico appartenente alla collettività dei cittadini, provocano un danno culturale e sociale, impoverendo anche le generazioni future, sostiene il prof. Ugo Mattei, giurista sostenitore e difensore dei Beni Comuni.

I governi italiani, per non intaccare la ricchezza privata, aggrediscono la ricchezza pubblica, svendendo gli immobili che appartengono a tutti, che sono una riserva di democrazia, partecipazione e coesione sociale; e sempre Mattei sostiene che è necessario restituire alla gestione diretta dei cittadini gli spazi improduttivi ed esempi di buone pratiche sono: l’occupazione del Teatro Valle a Roma, del Teatro Rossi e del Colorificio a Pisa, dell’asilo Filangeri a Napoli, del Mattatoio ad Ancona.

Questi edifici sono il potenziale democratico e sociale di un patrimonio e non un pozzo senza fine per arricchire la speculazione del capitalismo predatorio.

A Napoli un parroco don Antonio Loffredo ha sottratto alla Curia di Napoli la gestione delle Catacombe di San Gennaro e delle basiliche paleocristiane del rione Sanità, dove giovani, disoccupati hanno preso consapevolezza del valore del loro territorio, conquistato il senso di appartenenza ed hanno restaurato i beni storico-artistici per renderli fruibili, visitabili.

Così i ragazzi hanno ripreso a studiare e la cooperativa La Paranza gestisce le catacombe.

Ma non solo: grazie a Claudio Abbado oggi al rione Sanità c’è un’orchestra sinfonica composta da 46 elementi!

La camorra si combatte con la cultura!

Roberto Longhi, sosteneva che ogni italiano avrebbe dovuto imparare la storia dell’arte come una lingua viva, per avere piena coscienza della propria nazione; invece la scuola italiana, dopo aver sacrificato la Geografia, la Storia, la Filosofia, il Diritto, prova a ridurre o cancellare anche la Storia dell’arte.

E Tommaso Montanari denuncia anche i danni procurati dalla “pandemia” di mostre in Italia assai costose, legate a business sempre più fallimentari, che sfornano cataloghi che non contribuiscono a far conoscere ai cittadini il patrimonio culturale, mentre c’è bisogno di testi per l’accessibilità alla storia dell’arte, che facciano immergere i lettori nel contesto storico ed abbiano anche una declinazione civile.

Dovremmo imparare dalla narrazione dell’arte di Ernest Gombrich, un ebreo austriaco scampato dalla persecuzione nazista, che ha rivoluzionato il sistema museale britannico e ha scritto “A little History of the word”, un libro in cui ha raccontato ai bambini tutta la storia dell’umanità.

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