America Latina. 2014 anno di elezioni e di svoltaTribuno del Popolo
giovedì , 25 maggio 2017
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America Latina. 2014 anno di elezioni e di svolta

Il 2014 sarà un anno di svolta per l’America Latina. Il 2 febbraio si comincia con il voto in El Salvador e Costa Rica, poi sarà il turno di Panama, Colombia e Brasile.

Un anno di svolta il 2014 per il destino dell’America Latina, con tanti paesi che sono chiamati alle elezioni e che potrebbero cambiare in questo modo gli equilibri del continente. Il 2 febbraio si comincia con El Salvador e Costa Rica, dove si voterà per il presidente, per due vicepresidenti e per 57 deputati dell’Assemblea Legislativa. Proprio in Costa Rica la Costituzione vieta alla presidente Laura Miranda di ricandidarsi, così’ il suo partito il Partito di Liberazione Nazionale, nei fatti un partito moderato di centro, candiderà  Jhonny Monge, nopote di Alberto Monge Alvarez che era stato presidente tra il 1982 e il 1986. Attualmente è lui il favorito con circa il 20% dei consensi nei sondaggi contro il 15%  del rivale José María Villalta Florez-Estrada, candidato della sinistra del Fronte Ampio fondato nel 2004 sull’onda del Socialismo del XXI secolo inaugurato da Chavez in Venezuela.  Il Costa Rica potrebbe quindi virare a sinistra, ma non è il solo.

Anche in El Salvador si voterà, anche se solo per le presidenziali. Nel paese centramericano il partito favorito è quello dell’ex guerriglia di sinistra del Fronte Farabundo Martì per la Liberazione Nazionale (Fmln), lo stesso che ha conquistato la presidenza per la prima volta nel 2009 appoggiando il giornalista indipendente e centrista Mauricio Funes. Ora il Fmln prova a candidare Salvador Sànchez Cerèn, proprio un ex comandante guerrigliero, già ex ministro dell’Istruzione e favorito numero uno alla vittoria finale in El Salvador con i sondaggi che lo danno tra il 25 e il 47%. Peccato che il rivale di Cerèn sia l’estrema destra dell’Alleanza Repubblicana Nazionalista (Arena), l’erede putativo degli squadroni della morte foraggiati dalla Casa Bianca nella guerra civile, e che ora puntano su Norman Quijano, fato tra il 29 e il 35%.

Altro Paese vitale per il futuro dell’America Centrale è Panama, dove il 4 maggio di voterà per eleggere il presidente, i deputati di parlamento, Assemblea Nazionale, i sindaci e altri funzionari amministrativi. Il presidente Martinelli lascerà e il suo successore potrebbe essere Josè Arias, ex portavoce di Martinelli e viceministro del Commercio Estero e dell’Abitazione, accreditato dai sondaggi intorno al 39%. Il suo sfidante sarà invece Juan Carlos Morena, imprenditore ed ex ministro degli Esteri fino al 2011 che dovrebbe avere il 25% dei consensi contro il 23% dell’ex sindaco di Panama Navarro, candidato del Partito rivoluzionario democratico (Prd), di sinistra.

Vero Paese chiave per il futuro è però la Colombia, da sempre baluardo degli interessi americani in Sudamerica. Il 9 marzo si voterà per le politiche e il 25 maggio per le presidenziali, che saranno sicuramente guardate con molta attenzione dalla Casa Bianca. Inizialmente si pensava di abbinare a queste tornate elettorali anche un referendum sul processo di pace con le Farc, ma non sarà possibile. Il presidente di centrodestra Santos, che a differenza del suo predecessore Uribe ha voluto portare avanti le trattative di pace con la Farc, oscillerebbe secondo i sondaggi tra il 26 e il 26%. Óscar Iván Zuluaga, l’ex ministro delle Finanze candidato col nuovo partito uribista Uribe centro democrático è tra il 10 e il 15%. Clara López Obregón, economista con laurea a Harvard che dal 2012 è presidente del blocco di sinistra Polo democratico alternativo, sta tra il 6 e l’8%. Salvo sorprese dunque la Colombia dovrebbe confermarsi un saldo alleato degli interessi nordamericani nell’area. 

La vera data chiave sarà quindi il 5 ottobre in Brasile dove si voterà per eleggere presidente, vicepresidente, senatori, e deputati degli Stati. Dilma Rousseff si ripresenterà come candidata per la presidenza, e i tre sfidanti certi saranno  il senatore Aécio Neves da Cunha del centrista Partito della socialdemocrazia brasiliana (Psdb), ex governatore di Minas Gerais e presidente della Camera; il governatore di Pernambuco Eduardo Henrique Accioly Campos, del Partito socialista brasiliano (Psb), ex ministro della Scienza e Tecnologia di Lula, e il senatore Randolph Frederich Rodrigues Alves, del Partido socialismo e liberdade (Posl) che è l’opposizione di sinistra a Lula e alla Rousseff. Salvo sorprese la Rousseff dovrebbe vincere con il 41-17% dei consensi contro il 19-21% di Neves e il 9-15% di Campos, più difficile capire invece le possibilità di Alves, che secondo molti potrebbe rappresentare la vera sorpresa. 

Si voterà il 5 ottobre anche in Bolivia dove Evo Morales ha aggirato la norma del divieto delle tre candidature consecutive grazie a una interpretazione del Tribunale Costituzionale secondo cui il mandato 2006-10 non contava perché fatto con l’altra Costituzione. Anche qui Morales dovrebbe venire rieletto senza troppe difficoltà, con la sola possibile sfida dell’ex sindaco di La Paz, Juan Fernando del Granado Cosío, avvocato e difensore dei diritti umani, che dopo aver rotto con Morales guida il Movimento senza paura (Msm) che rappresenta un’opposizione da sinistra. Infine si voterà il 26 ottobre anche nell’Uruguay, dove le elezioni generale saranno comunque anticipate dalle primarie a giugno. Pepe Mujica non potrà essere della partita e per il suo partito, il Fronte Ampio, ci sarà alle primarie una sfida tra l’oncologo Tabaré Ramón Vázquez Rosas, già presidente dal 2005 al 2010, proveniente dal Partito socialista, anche se non di certo un uomo di “sinistra” propriamente detta. A sfidare Vazques la senatrice Constanza Moreira, esponente del movimento degli ex guerriglieri Tupamaros. Secondo i sondaggi il Fronte Ampio della sinistra avrebbe il 44% dei consensi contro il 25% dei Blancos e il 14% dei cosiddetti Colorados. 

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Un commento

  1. El Salvador ha virato…

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