Amnesty 2013: i diritti umani non hanno confiniTribuno del Popolo
sabato , 25 marzo 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:

Amnesty 2013: i diritti umani non hanno confini

Qualsiasi cosa colpisca direttamente uno, colpisce direttamente tutti‘. E’ con questa frase di Martin Luther King, tratta da una lettera dal carcere  di Birmingham (datata 16 aprile 1963) che si apre il Rapporto 2013 di Amnesty International, appuntamento editoriale annuale sulla situazione dei diritti umani nel mondo.

Photo Credit

Presentato sotto embargo internazionale a Roma mercoledì 22 maggio presso la sala Igea dell’Istituto Treccani dell’Enciclopedia Italiana in una conferenza stampa nutrita e ben partecipata, il rapporto, pubblicato in Italia da Fandango Libri, ha il compito di documentare il lavoro degli attivisti dell’associazione fondata da Peter Benenson più di 50 anni fa, nonché di fornire un quadro quanto più completo ed esaustivo sui numeri e le fattispecie delle violazioni di tutti i diritti umani (civili, politici, sociali, culturali ed economici)i in un arco temporale dei dodici mesi precedenti alla pubblicazione del volume.

Il quadro che ne emerge, è da brividi. Come scrive Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International nell’introduzione al testo inglese del rapporto, si configura un mondo in cui milione di persone sono lasciate indietro, in cui la comunità internazionale ‘ha smesso di  farsi carico del suo dovere di proteggere tutti i cittadini di questo pianeta’.

‘Urge ripensare’, prosegue Shetty, a nuove configurazioni dei concetti di sovranità e solidarietà, e riconoscere sia la solidarietà globale sia la responsabilità globale. Siamo cittadini del mondo, possiamo interessarci a ciò che avviene altrove, perché abbiamo accesso alle informazioni e possiamo scegliere di non rimanere chiusi nei confini.

I diritti umani non hanno confini: ripensare la sovranità e la solidarietà

L’attenzione alla documentazione e all’informazione su ciò che concerne la violazione dei diritti umani su scala mondiale sembra infatti essere il fil rouge del rapporto, soprattutto in un epoca in cui  le nuove tecnologie del villaggio globale ci consentono di accedere alle fonti e ai fatti in una relativa contemporaneità rispetto ai loro accadimenti, e di conoscere eventi che in altre epoche sono stati facilmente oscurabili e non conoscibili.

Un caso su tutti: quello di Malala Yousafzai, quindicenne pakistana punita con un colpo sparato alla testa da parte di talebani armati per  i continui richiami al diritto all’istruzione per le ragazze sul blog che curava.

Un arma virtuale, che ha con viralità cambiato la concezione di partecipazione, permettendo al coraggio, alla determinazione  e alla forza di Malala di travalicare i confini fisici del Pakistan, cambiando l’ordine pubblico del discorso circa i diritti umani, riorganizzando ed ampliando, democratizzando, in sostanza, lo spazio del dibattito su questi temi, l’agenda mediatica e politica dell’intero pianeta.

‘Attraverso i blog’, scrive ancora Shetty, ‘i vari mezzi di social networking, e la stampa tradizionale, la gente ha creato un sentimento di solidarietà internazionale in grado di far rivivere i sogni di Malala’.

Non è un caso, infatti, il sensibile aumento  dei casi di limitazione del diritto alla libertà di espressione, con violazioni accertate in 101 paesi sui 159 attenzionati.

L’informazione è potere, e Internet in particolare, offre la possibilità di ripartire questo potere ai sette miliardi di persone che popolano il mondo, abbattendo i muri che gli stati erigono arroccati nella difesa sterile e moralmente inaccettabile della sovranità nazionale  che diventa strumento di vessazione dei potenti sugli ultimi.

I nuovi media, però, non comportano solo un sensibile ampliamento delle informazioni, ma anche della gamma di azioni possibili nella difesa dei diritti umani, permettono di concertare azioni di risoluzione di problemi, promozione della sicurezza umana e offrono strumenti nuovi nello sviluppo pieno della persona.

L’abbattimento del digital divide, è dunque per Amnesty International, uno dei passaggi fondamentali nell’abbattimento di quelle barriere simboliche di mantenimento dello status quo, di divisione tra il mondo dei primi e il mondo dei secondi, e la battaglia sull’accesso all’informazione ci permette nel mondo globalizzato di formare una comunità di uomini e donne che seguendo l’esempio di Malala, o della blogger vietnamita Ta Phong Tan (condannata a 10 anni di carcere per propaganda contro lo stato) o di altri media-attivisti in tutto il mondo decidono di alzarsi in piedi e dire basta.

In una simile cornice non c’è da stupirsi, che a distanza di ben cinquant’anni, le parole di Martin Luther King risuonino più attuali che mai, e dirompenti.

La situazione internazionale

Proprio a Malala  Yousafzai è stata dedicata l’edizione italiana del Rapporto, come informa la direttrice generale di Amnesty International Italia, Carlotta Sami, all’inizio della relazione introduttiva sulle tendenze regionali esaminate dal documento, la quale pone l’accento sulle condizioni inumane in cui versano soprattutto rifugiati e migranti

‘La mancanza di azione a livello globale in favore dei diritti umani sta rendendo il mondo sempre più pericoloso per i rifugiati e i migranti, creando una sottoclasse globale: i rifugiati, gli sfollati, coloro che lasciano il loro paese di origine in cerca di una vita migliore per se’ e le proprie famiglie vengono costretti a vivere ai margini della società, penalizzati da leggi e prassi inadeguate, presi di mira da quella forma di retorica nazionalista e populista che alimenta la xenofobia e accresce la stigmatizzazione pubblica e il rischio di violenza nei loro confronti’ conclude.

Sotto attacco, nelle parole della Sami, sono proprio ancora una volta i concetti di sovranità nazionale, un freno per la risoluzione dei casi di violazione dei diritti, il consiglio di Sicurezza dell’ONU, e la stessa Unione Europea

‘Il consiglio di sicurezza’, dichiara Sami ‘ a cui è affidata la sicurezza globale e che è accreditato ad avere leadership, ha ancora una volta mostrato di non saper svolgere un’azione politica unitaria e concreta’. Neanche l’Unione Europea è però immune da un certo lassismo nei confronti della difesa dei diritti umani, quando questo non slitta in vere e proprie politiche sicuritarie e xenofobe. ’L'unione Europea ha posto in essere misure di controllo alle frontiere che mettono a rischio la vita dei migranti e dei richiedenti asilo, e non garantiscono la sicurezza delle persone che fuggono da conflitti e persecuzione’. Ancora una volta, a tenere banco è la spinosa questione dei centri di detenzione, avvolti in una nebbia legislativa e di controllo che a volte li configura addirittura come gabbie metalliche o container da navigazione.

Sgombra il campo, la Sami,  dal paradigma eurocentrico secondo cui le violazioni dei dritti umani siano solo altrove, casi emblematici di abusi coinvolgono anche la ‘civilissima’ Europa, come il caso vergognoso dei centri di detenzione per migranti in Grecia, indicati come centri disumani e degradanti, insieme all’aumento dei crimini a sfondo razzista e veri e propri casi di discriminazioni basate sulle etnie.

E’ poi un altro il focus su cui la direttora accende i riflettori: metà degli abitanti del pianeta è costituita da cittadini di seconda classe poiché molti paesi non hanno agito nei confronti della violenza di genere: è il caso degli stupri militari in Ciad o in Congo, o la completa negazione del diritto alla maternità e alla salute con l’interdizione dell’accesso ai servizi di interruzione volontaria della gravidanza, verificatesi soprattutto nelle Americhe, fino ad arrivare al caso di Ciudad Juarez, città del Messico tristemente nota per avere il più alto tasso di sparizioni e omicidi di donne in quanto donne.

Il 2012 emerge dalle parole di Carlotta Sami come un “annus horribilis” segnato dall’escalation delle violenze nella striscia di Gaza e culminato con l’emergenza umanitaria in Siria: un conflitto non certo in via di risoluzione in cui le forze armate e di sicurezza di Damasco compiono attacchi indiscriminati contro la popolazione civile, sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie, torture ed esecuzioni sommarie al di fuori delle garanzie di legge, così come i gruppi armati, seppur in scala minore.

Il quadro italiano

Preoccupante è anche il quadro italiano, rappresentato dalle parole di Antonio Marchesi, presidente di Amnesty Italia il quale ha illustrato e commentato il capitolo delle tendenze relative all’Italia: punti principali sono ovviamente i migranti, l’immigrazione clandestina e la questione rom.Ultimo, ma non ultimo, i casi sempre crescenti di femminicidio e di stigmatizzazione pubblica o violenze ai danni delle persone LGBT. ’Anche quest’anno, il capitolo dedicato all’Italia testimonia una progressiva erosione dei diritti umani, di ritardi e vuoti legislativi non colmati, di violazioni tanti se non in peggioramento’, dichiara Marchesi.

Il ritratto sbozzato che il rapporto fa del nostro Paese è impietoso e preoccupante: raggiungono livelli di allerta i femminicidi, aumenta sensibilmente la discriminazione per motivazioni di orientamento sessuale o etnici, e la conseguente violenza a sfondo omofobico o razziale. Particolarmente emergenziale è la situazione della minoranza rom nel paese, le politiche di accoglienza e di integrazione: la corte di Cassazione ha  dichiarato illegittima l”emergenza nomadi’ nel maggio 2012, ma  gli sgomberi forzati non cessano, sempre più si fa ricorso a campi mono-etnici nelle periferie delle città, come l’ultimo di recente apertura nella zona di Ciampino, la Barbuta.

Occhi puntati anche sulla situazione dei diritti delle persone in stato di restrizione della libertà, nelle carceri, e quelle sottoposte a torture o maltrattamenti quando erano in stato di fermo, arresto o custodia cautelare, o ancora, i morti in carcere dopo le percosse degli agenti. Marchesi sottolinea come di fatto esista una condizione di sostanziale impunità degli agenti delle forze dell’ordine, nonostante sentenze di condanna esemplari come quella sui pestaggi della scuola Diaz, definita proprio dall’osservatorio di Amnesty International la più grave sospensione  dei diritti democratici mai verificatasi nel paese.

‘L’impunità conviene alle forze coinvolte, perché di fatto’ sostiene Marchesi ‘riescono a evitare che qualcosa possa ledere il buon nome e la rispettabilità dei corpi di appartenenza’.Una sorta di immunità avallata anche dall’assenza, nell’ordinamento giuridico del Bel paese di leggi di civiltà come l’obbligo di esporre numeri o codici identificativi degli agenti (molti dei responsabili di atti criminosi non sono stati mai identificati durante le istruttorie per i processi di Genova) o una legge compiuta per l’introduzione del reato di tortura.

Elenca fatti, Marchesi, ma non solo: traccia nella sua relazione un’agenda di cose da fare per colmare i vuoti legislativi nel paese o per illuminare i vari coni d’ombra e ambiguità che non permettono la tutela piena dei diritti umani.

‘Chiederemo che il nostro paese compia atti concreti per combattere  il fenomeno del femminicidio, ratificando ad esempio il trattato di Istanbul. Non più rimandabile è anche la ratifica del Protocollo opzionale alla Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (OPCAT) che prevede per ogni stato la creazione di un osservatorio indipendente sui luoghi di detenzione’. Una vera e propria ‘Agenda Amnesty’ che è stata sottoposta all’inizio del 2013 a tutti i leader delle coalizioni in corsa per le elezioni politiche e a tutti i candidati, che vede tra i suoi dieci punti anche una sezione dedicata alla lotta al fenomeno dilagante dell’omo-lesbo-transfobia, chiedendo che venga inserita tra le aggravanti della legge Mancino.

L’Agenda in dieci punti per i diritti umani in Italia è stata controfirmata dal PD, il PdL, Scelta Civica, (il che suona come una contraddizione visto che la ministra Severino ha confermato per la seconda volta gli accordi Italia-Libia sui respingimenti) e i Radicali. Assente ingiustificato il Movimento Cinque Stelle.

‘e’ più che mai giunto il momento di fare riforme serie nel campo dei diritti umani, ora ci aspettiamo che coloro che hanno firmato l’agenda, in tutto o in parte, tengano fede agli impegni specifici presi con Amnesty International e con coloro che si sono informati, durante le elezioni, sulle loro posizioni in materia di diritti umani’, commenta Marchesi.

Non vi sono obiezioni che tengano, e il presidente della sezione italiana di AI tiene a specificarlo, sgombrando il campo da ogni equivoco ed anticipando eventuali osservazioni in merito: ‘non siamo disposti a tollerare oltre  l’obiezione moralmente inaccettabile dell’ingerenza nell’agenda di governo. Il parlamento è stato eletto ed il governo è in carica: entrambi sono tenuti a svolgere le rispettive funzioni nell’interesse generale e a garantire l’attuazione delle convenzioni internazionali che il nostro paese si è impegnato a rispettare’. Nemmeno la crisi, il mostro a tre teste in nome del quale sacrificare qualsiasi valore fondamentale, per Amnesty può essere considerato un alibi valido: ‘Ammesso , prosegue Marchesi ‘che le considerazioni economiche possano valere a fronte della necessità di proteggere valori fondamentali, possiamo affermare con sufficiente sicurezza che le violazioni dei diritti umani costano, spesso più della loro tutela’.

Fonte: Corriereimmigrazione.it

Alessia Di Donato

VAI SULLA PAGINA FB DEL TRIBUNO

 

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top