Andare in pensione a 75 anni significa vivere per lavorareTribuno del Popolo
venerdì , 26 maggio 2017
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Andare in pensione a 75 anni significa vivere per lavorare

Secondo quanto dichiarato dall’Inps la generazione degli anni Ottanta andrò in pensione anche a 75 anni. Visto che si tratta anche delle generazione più esposta alla precarietà viene da chiedersi come si possa accettare un sistema che non ti chiede di lavorare per vivere ma di vivere per lavorare. E se dopo decenni di lavoro nemmeno si ottiene il diritto alla pensione, si può parlare di libertà o di servaggio ?

Andare in pensione a 75 anni. Sembra quasi una barzelletta eppure potrebbe essere il futuro per molti della generazione degli anni Ottanta come dichiarato dall’economista Tito Boeri presidente dell’Inps. Per la verità a noi sembra quasi un eccesso di ottimismo dal momento che per andare in in pensione bisogna avere la “fortuna” di avere un lavoro e molti ragazzi degli anni Ottanta non hanno nemmeno quello. Una generazione perduta tra lavori precari e lavori sottopagati che non può nemmeno ribellarsi in quanto non esistono partiti politici in grado realmente di rappresentarne le aspettative e aspirazioni, forse perchè dopo vent’anni di berlusconismo e due di renzismo non ne hanno nemmeno più. La barzelletta è che in caso di buco contributivo anche solo di due anni, cosa molto probabile dato che i contratti ormai vanno di mese in mese, la pensione slitta finoa  75 anni, ennesima beffa, ennesimo schiaffo in faccia a una generazione chiamata a pagare sulla propria pelle le pensioni di lusso e quant’altro. Si tratta della generazione più istruita di sempre, e scusate se sembriamo complottisti ma a chi scrive non sembra casuale che il prezzo venga fatto pagare proprio a chi ha avuto la colpa di istruirsi, e quindi forse di essere meno condizionato dalle sirene del mainstream. Quello che però la gente non vuole capire è che non si dovrebbe vivere per lavorare ma lavorare per vivere. Lavorare non è bello, è uno schifo nel 90% dei casi dato che sono pochissimi coloro che riescono a campare del proprio sogno. Spesso si tratta di entrare a lavoro alle 8,00 e uscirne alle 22,00 rimanendo tutto il tempo con il cappello in mano per ingraziarsi il datore di lavoro e sperare in un rinnovo di un altro mese. Spesso si tratta di lavori alienanti, senza alcuna soddisfazione personale, da portare avanti solo per campare, e nulla più. Qualcosa di molto simile al servaggio, e non a caso è proprio questo il modello che si vorrebbe costruire in Europa, forse come “punizione” per quei paesi che nel corso del XX secolo hanno osato sviluppare una coscienza di classe e istruire per cambiare il mondo. In tanti rispondono un pò piccati che loro non hanno tempo per sognare, devono portare la pagnotta a casa, ma noi non possiamo che ricordare che il mondo viene cambiato da chi osa. Chi si accontenta della pagnotta del padrone per portare a casa lo stretto necessario per la sopravvivenza, peraltro per tutta la vita, forse, aggiungiamo, ha già rinunciato a vivere. Spesso per operare una rivoluzione basta molto poco, non è necessario impugnare i forconi e andare in piazza, basterebbe cominciare a chiamare le cose con il loro nome e smetterla di chiamare il lavoro “lavoro” nel XXI secolo e magari cominciare a chiamarla servitù. Le cose poi verranno da sè.

Tribuno del Popolo

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