“Anni spezzati”, un’occasione mancata per fare un buon servizio pubblicoTribuno del Popolo
lunedì , 23 gennaio 2017
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“Anni spezzati”, un’occasione mancata per fare un buon servizio pubblico

“Anni spezzati”, un’occasione mancata per fare un buon servizio pubblico

1. Quando la RAI faceva servizio pubblico

La miniserie televisiva Il Commissario, della serie “Anni spezzati”, recentemente mandata in onda da RAI1, ha suscitato vivaci polemiche, ampiamente riportate dai maggiori quotidiani nazionali. Molte sono state le critiche che hanno riguardato  sia  la ricostruzione  degli eventi – risultata, anche agli occhi degli osservatori meno attenti ed  esigenti, molto superficiale ed approssimativa – sia il profilo propriamente contenutistico dello sceneggiato, ispirato a una visione rozzamente “revisionista” degli anni Sessanta e Settanta, una lettura frettolosa e sconcertante che ha irritato i telespettatori più colti e confuso maggiormente le idee a quella parte del pubblico televisivo sprovvista di qualsiasi conoscenza  sulla storia del nostro Paese.

Il regista e gli sceneggiatori della fiction hanno, dunque, reso un pessimo servizio alla televisione pubblica, che, a differenza delle tv commerciali orientate, per ragioni esclusivamente pubblicitarie, a far lievitare  a qualsiasi costo l’audience, ha il dovere istituzionale di offrire prodotti di buona qualità che contribuiscano alla effettiva crescita culturale e civile degli ascoltatori. Uno degli aspetti più irritanti della realizzazione della  miniserie sulla strage di piazza Fontana e sulla morte del commissario Calabresi è rappresentato dalla scarsa attendibilità dei dialoghi (superficiali e pieni di autentiche banalità) e dalla scarsissima attenzione alla cura dei particolari, a quei dettagli cioè che rendono complessivamente credibile un racconto cinematografico o televisivo. Innanzitutto, come ha  giustamente sottolineato lo stesso Mario Calabresi (direttore del quotidiano La Stampa e figlio del commissario), Luigi Calabresi era un giovane funzionario di polizia e quando fu ucciso aveva appena 34 anni, eppure l’attore che è stato chiamato a interpretarlo (il bravo Emilio Solfrizzi) è cinquantenne, e, quindi, abbastanza più anziano del personaggio al quale ha prestato volto e voce. Ma anche il Pino Pinelli (l’attore romano Paolo Calabresi) che vediamo nella fiction è assai poco somigliante al personaggio che interpreta, perché  più anziano e più alto del vero Pinelli. Altro particolare non insignificante: nella finzione televisiva la vettura alla quale Calabresi si avvicina nel momento in cui viene colpito dai proiettili è una FIAT 600, mentre, nella vicenda reale, l’auto  sulla quale  il commissario quella mattina si accingeva a salire per recarsi in questura era una FIAT 500 parcheggiata a spina di pesce tra una Primula ed una Opel, in Via Cherubini. Sempre in tema di attenzione alla cura dei particolari va rilevato che l’attore (Ninni Bruschetta) scelto per interpretare Antonino Allegra, capo dell’ufficio politico della questura di Milano, ha la stessa età di Solfrizzi. Per rendere più verosimile la narrazione,  il regista avrebbe dovuto ricorrere a qualche accorgimento per  invecchiare un po’ Bruschetta e farlo, quindi, sembrare più anziano di Solfrizzi (tra Allegra e Calabresi  dovevano esserci almeno una decina di anni di differenza). Invece, in molte riprese in cui i due attori appaiono insieme, Solfrizzi sembra più anziano del suo diretto superiore. E ancora: in alcune scene Calabresi ed un suo collega parlano della pista seguita, nelle indagini relative a piazza Fontana, dai giudici “di Trento”, pista che individuava in alcuni militanti di Ordine nuovo, movimento di estrema destra, gli autori della strage di Milano. Ma i magistrati  che percorsero questa strada furono Giancarlo Stiz e Pietro Calogero, il primo giudice istruttore e il secondo pubblico ministero, entrambi in servizio presso gli uffici giudiziari di Treviso e non presso quelli di Trento.

Si potrebbe ancora continuare  nell’elencare gli svarioni del regista e degli sceneggiatori, ai quali andrebbe  segnalata la lettura di un bel libro di un grande maestro del cinema italiano, Carlo Lizzani, tragicamente scomparso qualche mese fa. Nel testo (L’ultimo spettatore, scritto con Valentina Innocenti), pieno di  tanti ricordi su un’attività protrattasi per lunghi decenni, il regista romano racconta, con commovente passione, quanta fatica e quanto impegno intellettuale gli fosse costata, nel 1963, la realizzazione del film Il processo di Verona>. Il cineasta, infatti, era ben consapevole delle inevitabili difficoltà che avrebbe incontrato nel  tradurre nella specificità del linguaggio cinematografico le complesse vicende della caduta del fascismo (voto del Gran Consiglio e arresto di Mussolini) e della fucilazione dei gerarchi fascisti (Ciano, De Bono, Pareschi, Gottardi e Marinelli) avvenuta a seguito della sentenza di condanna del Tribunale di Verona. Il primo problema che l’autore di Achtung! Banditi! dovette affrontare fu quello dell’attendibilità storica ovvero costruire un film che fosse inattaccabile dal punto di vista della ricostruzione degli eventi. Edda Ciano,nel 1963, era ancora viva e non volevo rischiare in alcun modo di essere accusato di compiere delle scelte arbitrarie rispetto alla storia. Il secondo problema fu quello delle somiglianze degli attori con i personaggi reali. Per rendere più somigliante Silvana Mangano (allora ancora giovane e di una straordinaria bellezza) alla meno avvenente Edda Ciano, Lizzani dovette fare ricorso, nei primi piani, a un gioco di luci che, illuminando dall’alto l’attrice romana, produceva l’effetto di evidenziarne le occhiaie e quindi di imbruttirla. Luchino Visconti, altro gigante del cinema italiano, quando girava film di ambientazione storica era  sul set ancor più esigente del solito. Nessun particolare doveva essere lasciato al caso, all’estro del momento, all’improvvisazione di qualche componente della troupe. Goffredo Lombardo che produsse Il Gattopardo raccontò che Visconti pretendeva che ogni giorno arrivassero da Sanremo sino in Sicilia, dove fu girato il film tratto dal romanzo di Tomasi di Lampedusa, quintali e quintali di fiori freschi per abbellire determinati ambienti di scena. L’autore di Rocco ed i suoi fratelli, prima di dare inizio alle riprese  in cui erano impegnate centinaia di persone (le battaglie tra garibaldini e truppe borboniche, e il gran ballo dei nobili, scena finale del film) passava in rassegna  ogni comparsa per accertarsi che i costumi indossati fossero proprio quelli che lui aveva scelto. Suso Cecchi D’Amico, nota e importante sceneggiatrice del cinema italiano, diceva che il regista milanese era talmente perfezionista che anche le scene più secondarie e di raccordo diventavano piene di minuzie, di precisioni…..

Sulle opere cinematografiche di Visconti ma anche di altri eminenti registi, soprattutto su quelle che affrontavano questioni centrali della storia del Paese (il Risorgimento, la Prima guerra mondiale, gli anni del fascismo, la Resistenza) si apriva un dibattito serrato, che coinvolgeva intellettuali di primo piano, giornalisti e autorevoli dirigenti di partito della sinistra. Spesso il confronto avveniva tra i critici cinematografici, molto severi nei loro giudizi non soltanto estetici, e personalità del mondo della cultura e della politica. Visconti, molto tempo dopo l’uscita del suo indimenticabile lavoro, ricordò che Togliatti aveva assistito a una visione privata del Gattopardo ed aveva voluto,con una lettera, comunicargli le sue impressioni ed osservazioni. Il Segretario  del Pci entrò con molta discrezione nella polemica suscitata da alcune sequenze del film e, ricordò il regista, a proposito della scena del gran ballo, gli scrisse: Il ballo nel film è apoteosi e disastro. Dicono che sia lungo. Non è vero. Non tagliare un solo centimetro di pellicola. Togliatti seguiva con interesse il cinema perché  sapeva che un film ben fatto è destinato a suscitare discussioni, e che le diverse opinioni finiscono con l’incidere  profondamente sugli orientamenti culturali di milioni di persone, persino di quelle che non sono mai entrate in una sala cinematografica. Certo Visconti, Rossellini, De Sica, Lizzani  erano registi di notevole esperienza e talento, personalità di forte temperamento artistico, e il loro stile di lavoro preciso, attento, sempre documentato (si parlasse di San Francesco o della Liberazione di Firenze, del Processo di  Verona  o della battaglia di Custoza) fu seguito da tanti cineasti più giovani che si ispirarono a quel rigore metodologico, cercando di riproporlo nelle loro opere. L’approccio alla narrazione filmica dei grandi maestri si estese ben presto al mezzo televisivo, ed uno stuolo di valenti registi, negli anni Sessanta e Settanta, fece conoscere al grande pubblico non soltanto i classici del teatro ma anche fondamentali opere della letteratura italiana e mondiale, divulgate in sceneggiati a puntate (fino al 1977 in bianco e nero). Furono affrontati dalla RAI anche temi della storia moderna e contemporanea con lavori di grande respiro culturale: I Giacobini di Federico Zardi sulla Rivoluzione francese, un testo originariamente teatrale, poi  adattato per la televisione, ma anche I grandi camaleonti, sempre di Zardi, ambientato negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione. Un buon successo di ascolti ottenne una serie televisiva I giorni della storiache, partita nell’ottobre del 1968, terminò nell’ottobre del 1970 (oggi sarebbe inimmaginabile una serie così lunga dedicata a fatti e personaggi della storia). L’intento,come scrive Aldo Grasso nella sua Enciclopedia della televisione, era essenzialmente didascalico, eppure l’interesse del grande pubblico superò le più ottimistiche previsioni. Autorevoli storici  furono chiamati a collaborare alla realizzazione delle varie puntate. Sono rimasti nella memoria dei telespettatori soprattutto gli sceneggiati La resa dei conti. Dal Gran Consiglio al processo di Verona (trasmesso l’8 aprile 1969) diretto da  Marco Leto, e Napoli 1860: la fine dei Borboni(trasmesso il 15 marzo 1970), diretto da Alessandro Blasetti, il regista italiano più popolare negli anni Trenta e Quaranta. Il primo sceneggiato scatenò la rabbiosa protesta della destra italiana. I lettori del Secolo d’Italia, organo del Movimento sociale italiano, riempirono d’insulti il regista Leto e l’attore Ivo Garrani (gli epiteti più gentili nei confronti di quest’ultimo  furono omuncolo e guitto comunista), colpevole di aver prestato il proprio volto e la propria voce al personaggio di Benito Mussolini. Garrani, un attore molto noto ed apprezzato dai telespettatori, divenne particolarmente inviso alla stampa di destra anche perché, prima di aver partecipato allo sceneggiato televisivo sulla caduta del fascismo, aveva recitato la parte più importante (interpretava Mussolini) nella  messa in scena dell’opera teatrale Il fattaccio del giugno, scritta da Giancarlo Sbragia e rappresentata nella stagione teatrale 1967-68 al Piccolo di Milano. Il lavoro di  Sbragia (attore, regista, scrittore di teatro) era  una ricostruzione in chiave drammaturgica del delitto Matteotti. Il lavoro teatrale, scritto molto bene e magistralmente interpretato da Garrani e Gianni Santuccio (un raffinato attore di prosa, che avrebbe interpretato il ruolo del questore nel film di Elio Petri Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto) ottenne un buon successo di critica e di pubblico, e ovviamente non piacque alla destra. Ma anche Marco Leto, regista e sceneggiatore televisivo  molto colto e prolifico, fu oggetto di pesanti attacchi, persino sul piano personale. Leto, un serio professionista sempre ben documentato, ha dedicato, nella sua non breve carriera, all’approfondimento storico  diversi  lavori di ottima fattura: La sconfitta di TrotzkijIl delitto MatteottiGli strumenti del potere (sullo scontro interno al fascismo tra Farinacci e Federzoni). Quando la polemica sullo sceneggiato televisivo La resa dei conti. Dal Gran Consiglio al processo di Verona divenne particolarmente aggressiva sui giornali dello schieramento conservatore (ricordiamo che la messa in onda televisiva avvenne l’8 aprile del 1969, appena qualche giorno prima dell’attentato dinamitardo allo studio del professor Opocher, Rettore dell’Università di Padova), alcuni giornalisti rinfacciarono all’autore dello sceneggiato di essere  il figlio di Guido Leto, artefice e capo dell’Ovra, la polizia fascista. Era evidente che rivangando quella imbarazzante  stretta parentela tra il regista e uno dei principali repressori dell’antifascismo clandestino, si voleva strumentalmente delegittimare Leto ed il suo onesto lavoro di ricostruzione storica.

2. La fiction e la storia

Dopo aver ricordato alcuni punti di eccellenza  raggiunti dal cinema italiano e dalla RAI – negli anni Sessanta e Settanta ed ancor prima per quanto riguarda il grande schermo – nella produzione di film e sceneggiati dedicati alla rievocazione di eventi storici e a biografie di personalità, comprendiamo meglio lo scoramento dei telespettatori che hanno assistito nei giorni scorsi alla miniserie sul commissario Calabresi. È legittimo, di fronte alla faciloneria e al pressappochismo oggi imperanti, provare sconcerto se non addirittura vera e propria rabbia per l’offesa recata all’intelligenza degli italiani. Ma, al di là di ogni  considerazione di ordine estetico e di attendibilità storica del racconto televisivo, la fiction su Calabresi è stata diseducativa perché non è riuscita affatto a ricreare in maniera corretta il clima di quegli anni. Mancano, sia pur soltanto accennati brevemente, riferimenti alla situazione sociale del Paese, si è parlato in maniera molto sciatta e generica di proteste di studenti ed operai, non precisando quale fosse il contesto politico ed  economico, nazionale ed internazionale, nel quale esplosero i fenomeni di contestazione e l’autunno caldo. Come ha giustamente detto lo storico Guido Crainz, intervistato da Repubblica,venerdì 10 gennaio: “Manca il clima sociale… Quella rappresentata è un’Italia finta,inesistente. Non faccio il processo alle intenzioni,vedo una falsificazione del periodo. Poi ho trovato che altri aspetti,invece,sono stati curati,senza omissioni:come il fermo protratto di Pinelli”. E poi: “Che sia un prodotto di quart’ordine si vede, ma è insensato prendersela con gli attori, la colpa è nella scrittura. Non accennare al golpe Borghese, trattare in quel modo la morte di Annarumma, quelle sono colpe. Vi sono chiare responsabilità del regista Graziano Diana e degli sceneggiatori e soggettisti Stefano Marcocci e Domenico Tommasetti, ma anche dei due consulenti  storici (il giornalista Sandro Provvisionato, che è un esperto dei misteri d’Italia, ai quali ha dedicato alcune pubblicazioni, e Adalberto Baldoni, storico di destra, redattore per lungo tempo del Secolo d’Italia e  successivamente consigliere comunale di Roma per AN). La sceneggiatura della miniserie  è stata tratta dal libro  scritto dal giornalista Luciano Garibaldi, negli anni Sessanta e Settanta prima redattore del quotidiano milanese La Notte e successivamente del Corriere Mercantile di Genova e del Giornale di Indro Montanelli. Garibaldi, quando nel 1972 Calabresi fu ucciso, era redattore del settimanale Gente, edito da Edilio Rusconi, fondatore della omonima casa editrice specializzata, negli anni Settanta, nella pubblicazione di testi del pensiero conservatore italiano ed europeo (gli autori presenti nel catalogo erano Armando Plebe, Augusto Del Noce, Giuseppe Prezzolini). Alcuni servizi relativi alla morte del commissario Calabresi  apparsi su Gente nel maggio-giugno del 1972 recano la firma di Luciano Garibaldi. Il settimanale rusconiano (che dedicava molte pagine alle avventure amorose di personaggi dello spettacolo e dei  sovrani, sia di quelli ancora  regnanti sia di quelli che, come i Savoia e Faruk d’Egitto, frequentavano il jet set internazionale essendo stati defenestrati da tempo) era molto vicino alla destra italiana di stampo atlantista. Sosteneva all’interno della Democrazia Cristiana, del PSDI e del PRI le correnti più moderate e contrarie a qualsiasi forma di intesa con il PCI. Il settimanale ospitava frequentemente interventi politici di Giovanni Malagodi, leader del PLI, e guardava con malcelata simpatia anche ai settori perbenisti della destra missina (Nencioni, Tedeschi, De Marzio, e gli ex monarchici Covelli e Lauro).

Ma, come dicevamo, il clima sociale, politico ed economico del Paese non è per niente presente nella miniserie dedicata all’omicidio Calabresi. Il disegno  destabilizzatore della democrazia  italiana, passato poi alla storia come strategia della tensione, prevedeva il logoramento continuo delle forze popolari e democratiche (innanzitutto del PCI, del PSI e del PSIUP), la criminalizzazione della nuova sinistra, la progressiva eliminazione degli spazi di partecipazione e di autorganizzazione degli operai all’interno dei luoghi di lavoro (sanciti dallo Statuto dei lavoratori, divenuto legge dello Stato nel maggio 1970), il contenimento del fenomeno della scolarizzazione di massa, la ripresa del potere baronale nelle Università fortemente incrinato dalla contestazione studentesca. Altri obiettivi erano, sul versante propriamente istituzionale, la trasformazione del carattere parlamentare della repubblica con l’introduzione del presidenzialismo, e su quello sociale, la netta chiusura alle rivendicazioni dei sindacati, la rottura dell’unità sindacale e l’isolamento della CGIL. Questo piano di totale sovvertimento della democrazia costituzionale  avrebbe potuto essere portato a compimento soltanto attraverso il controllo completo dei maggiori organi di informazione, RAI compresa, e l’appoggio pieno dei vertici militari e dei servizi segreti. La Montedison di Cefis, i gruppi Monti e Pesenti, i petrolieri, Sindona (prima delle note vicende giudiziarie che lo avrebbero portato alla bancarotta) rappresentavano l’ala dura del capitalismo italiano, convinta della necessità di spostare a destra gli equilibri politici del Paese e di erodere definitivamente le basi sociali del consenso elettorale del PCI e della sinistra, consenso che cominciava ad andare oltre il 40% dell’elettorato. Ma le forze anticomuniste italiane, pur se dotate di rilevanti mezzi ed ingenti risorse finanziarie, da sole non sarebbero state sufficienti per contrastare l’avanzata del PCI. Occorreva l’impegno dei circoli atlantici internazionali, interessati al contenimento del campo socialista. Bisognava, dunque,creare nel Paese un solido blocco sociale e politico che, forte degli appoggi economici e militari provenienti dall’estero,e facendo leva sulla domanda di sicurezza e di ordine  delle classi medie, determinasse  il clima favorevole ad una repubblica autoritaria, il vecchio sogno dei nemici della Costituzione del 1948. Il ruolo di anello di congiunzione tra le centrali conservatrici nazionali e quelle estere fu svolto dalla P2, e la destra eversiva agì come semplice manovalanza.

Nella fiction invece l’azione violenta della destra, già prima delle bombe del 12 dicembre a Milano e a Roma, è  volutamente assente. Vi è  qualche  accenno agli attentati dell’aprile ’69 alla Stazione centrale, e qualche timido riferimento a episodi accaduti in precedenza, senza specificare di che cosa si trattasse. Sarebbero  bastate appena poche  battute per dare ai telespettatori la precisa dimensione dell’attacco eversivo di destra alla democrazia italiana.

Ricordiamo che tra il 13 aprile 1969 e il 12 dicembre dello stesso anno (nel giro, quindi, di appena 8 mesi) si verificarono in Italia ben ventidue attentati terroristici. I più gravi furono quelli accaduti il 12 dicembre: a Milano, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana (17 vittime, e 88 feriti); ed a Roma, nel sottopassaggio esistente all’interno della Banca Nazionale del Lavoro, in Via San Basilio, dove l’ esplosione  di una bomba provocò il ferimento di 14 dipendenti dell’istituto di credito.

Sempre il 12 dicembre si ebbero altri attentati a Milano e Roma: nel capoluogo lombardo fu rinvenuta, nella sede centrale della Banca Commerciale Italiana, una borsa contenente un ordigno esplosivo che fu fatto brillare da un artificiere nel giardino della banca (compromettendo in tal modo le indagini della magistratura). Altri 2 attentati avvennero a Roma all’Altare della Patria: il primo alla base del pennone alzabandiera e il secondo (a distanza di  appena 8 minuti) sui gradini di accesso al Museo del Risorgimento. Ma, come abbiamo detto in precedenza, quelli del 12 dicembre furono gli ultimi atti terroristici del 1969, perché ad aprile ed agosto vi  erano stati  altri attentati: il 13 aprile  a Padova, dove fu collocata una bomba nello studio del Rettore dell’Università; il 25 a Milano, allo sportello della Banca Nazionale delle Comunicazioni nella  Stazione Centrale ed allo stand della FIAT, sito nella Fiera Campionaria; l’8 ed il 9 agosto ai treni, prevalentemente in transito nel Veneto ed in provincia di Trento, ma anche in Abruzzo ed in Campania, con un bilancio complessivo di 12 feriti. È da notare che gli attentati di aprile avvennero due settimane dopo che la polizia aveva sparato (9 aprile) a Battipaglia su dei lavoratori che dimostravano per la chiusura di una manifattura dei tabacchi (vi furono 2 morti e ben 200 feriti). Ad aprile, il 28, dopo gli attentati di Padova e Milano, il generale Carlo Ciglieri, Comandante dell’Arma dei carabinieri, uno dei principali testimoni delle deviazioni del SIFAR, morì in un incidente automobilistico, la cui dinamica non fu mai interamente chiarita. Gli attentati ai treni di agosto avvennero qualche giorno dopo la formazione del II Governo Rumor, un monocolore democristiano con l’appoggio esterno dei socialdemocratici (il PSDI, inizialmente PSU, era rinato dopo il fallimento dell’esperienza del partito unico con il PSI di De Martino, Lombardi e Mancini) e i repubblicani.

I primi sei mesi del 1972, l’anno in cui fu ucciso Calabresi, furono tra i più difficili della storia repubblicana. Il 24 dicembre del 1971 era avvenuta, con il contributo determinante, ma sottobanco, del Movimento sociale, l’elezione di Giovanni Leone alla presidenza della Repubblica. Nei giorni in cui si tenevano le votazioni per eleggere il successore di Giuseppe  Saragat al Quirinale, a Bologna si apriva il primo convegno nazionale del Comitato di resistenza democratica, animato da Edgardo Sogno. L’ex ambasciatore e comandante della Franchi inneggiò nel suo discorso di presentazione all’Alleanza atlantica. Dopo le dimissioni della compagine governativa presieduta da  Emilio Colombo (in cui il PSI aveva la vicepresidenza con Francesco De Martino), il neoeletto presidente Leone conferì l’incarico a Giulio Andreotti che formò il suo primo governo,un monocolore democristiano che non ottenne la fiducia al Senato. A fine febbraio le Camere furono sciolte anticipatamente per la prima volta nella storia della Repubblica. Il 28 febbraio, al teatro Odeon di Milano, si tenne una manifestazione del Comitato di resistenza democratica, nel corso della quale intervennero Sogno, Aldo Cucchi, Massimo De Carolis e Paolo Pillitteri, socialista milanese e cognato di Bettino Craxi. Il 3 marzo fu arrestato, su mandato del magistrato trevigiano Stiz, Pino Rauti, leader di Ordine Nuovo, con l’accusa  di ricostituzione del disciolto partito fascista e di corresponsabilità negli attentati del 1969, qualche giorno dopo sarebbe stato indiziato anche per la strage di Piazza Fontana, ma successivamente scarcerato per insufficienza di indizi. Seguirono, sempre a marzo, il sequestro, da parte delle Brigate rosse, di Idalgo Macchiarini, un dirigente della Sit-Siemens, e la morte di Giangiacomo Feltrinelli, che era entrato in clandestinità, il cui corpo dilaniato da un’esplosione fu rinvenuto su un traliccio elettrico a Segrate, in provincia di Milano. Alla morte dell’editore milanese (quasi certamente un omicidio mascherato da incidente) la stampa moderata e conservatrice diede ampio risalto, anche perché si voleva veicolare la tesi che molti atti di terrorismo avvenuti in Italia fossero comunque riconducibili alla sua attività. I giornalisti di alcune testate ricostruirono la vita privata di Feltrinelli (uomo facoltosissimo, appartenente ad una famiglia dell’alta borghesia italiana, proprietaria di aziende e beni immobili anche all’estero). La madre dell’editore, rimasta vedova del primo marito, aveva sposato in seconde nozze il giornalista Luigi Barzini junior, che sarebbe diventato deputato del PLI di Malagodi. Feltrinelli aveva avuto una vita sentimentale tormentata, si era sposato più volte, ed aveva sciolto i primi due vincoli matrimoniali ricorrendo all’annullamento per impotenza. Questo particolare destò la curiosità morbosa di alcuni giornalisti che intervistarono la prima moglie dell’editore, Bianca Dalle Nogare. Non sembra casuale la circostanza che, ad opera dell’UAR (Ufficio affari riservati, il servizio segreto del Ministero dell’Interno, poi sciolto da Taviani), fosse stato posto in circolazione un libello sul conto dell’editore intitolato Feltrinelli, il rivoluzionario impotente.

A maggio, martedì 2, nella stessa settimana in cui si sarebbero tenute le elezioni politiche, furono individuati a Milano dei covi delle Brigate rosse: uno ubicato in un box di via Delfico, nella zona Sempione; l’altro, molto più importante, in via Matteo Boiardo 33, nel quartiere Turro. Il nuovo questore di Milano, Ferruccio Allitto Bonanno, volle dare un forte risalto mediatico alla scoperta del covo di via Boiardo e convocò, per il pomeriggio del 2, una conferenza stampa proprio nei locali scelti dai BR come loro base logistica. Il giornalista Marco Nozza, esperto di trame di destra e del nascente terrorismo rosso, si recò sul posto con un certo anticipo e trovò una ressa indescrivibile di inviati di diverse testate giornalistiche, di cineoperatori televisivi, di semplici curiosi. Tra i presenti vi era anche Enzo Tortora, qualche anno prima licenziato dalla RAI per un’intervista ritenuta offensiva nei confronti dei dirigenti della televisione pubblica, inviato speciale della Nazione e del Telegrafo (entrambi  giornali della catena di  proprietà dell’industriale Attilio Monti). Tortora, liberale di destra, collaborava alla rivista del Comitato di resistenza democratica, come sappiamo, fondato da Edgardo Sogno. Allitto Bonanno, Enrico de Peppo (procuratore capo di Milano), Libero Mazza (prefetto di Milano e autore di un rapporto sull’estremismo di sinistra che fu oggetto di molte polemiche) entrarono nell’appartamento seguiti da un codazzo di giornalisti e di operatori televisivi. Mentre il questore Allitto Bonanno teneva la sua  conferenza stampa, illustrando il successo ottenuto dai suoi investigatori, Mario Moretti, che sarebbe diventato il capo delle BR dopo l’arresto di Curcio e Franceschini, ignaro della presenza di carabinieri e polizia, era giunto sul posto a bordo di una FIAT 500. Parcheggiata l’utilitaria, si era reso subito conto di quello spiegamento  di  forze, e non aveva tardato a capire che se non si fosse allontanato rapidamente sarebbe caduto nella mani degli agenti della squadra politica. Ma qualcuno in via Boiardo aveva notato quel giovane dal fare incerto e lo teneva d’occhio. Moretti, inseguito da alcuni fotografi, si dileguò rapidamente, lasciando alle sue spalle gli inseguitori. Nella fiction su Calabresi, si fa cenno a questo strano episodio, ma in maniera molto vaga e confusa (si vedono alcuni giovani allontanarsi precipitosamente dalle vicinanze del covo appena scoperto, ma soltanto i telespettatori che conoscono la storia delle BR hanno potuto capire di cosa si trattasse).

Il settimanale Gente dedicò ampio spazio alle elezioni politiche previste per il 7 e 8 maggio, intervistando  dirigenti  politici della DC, del PSDI, del PRI e del PLI. Edilio Rusconi, editore e direttore del periodico, esortò i propri lettori a votare per le liste della DC e dei tre partiti laici, scegliendo all’interno di queste i candidati che dessero maggiori garanzie di anticomunismo. Una lunga intervista venne concessa, sempre al settimanale Gente, da  Edgardo Sogno, Aldo Cucchi e Massimo De Carolis, come abbiamo visto in precedenza tutti dirigenti del famoso Comitato di resistenza democratica. Aldo Cucchi, dopo l’espulsione dal PCI, era diventato socialdemocratico; De Carolis, democristiano e consigliere comunale di Milano, apparteneva  invece alla destra dc ed era un accanito anticomunista. I tre dirigenti del Crd chiesero ai lettori del settimanale di votare per i partiti del centro, dando la preferenza ai candidati sicuramente anticomunisti. Analogo suggerimento veniva dall’ex ministro socialdemocratico, Luigi Preti, che individuava nel PCI e nel PSI il nemico da battere, mentre riteneva molto meno pericoloso il Movimento sociale di Almirante. Il Corriere della sera del 3 maggio pubblicò una lunga intervista a Giuseppe Saragat, da quasi sei mesi sostituito nella carica di Capo dello Stato da Giovanni Leone. Anche il vecchio leader socialdemocratico attaccò il PCI, il PSI e i sindacati, rei secondo lui di favorire l’ascesa del MSI per “non aver saputo prendere una posizione coraggiosa contro la piccola minoranza di fanatici che ha trasformato le lotte sindacali da un salutare moto di crescita in un’assurda eversione”.

Il voto del 7 maggio non fu  positivo per la sinistra: alla Camera il PCI avanzò leggermente e raggiunse il 27,1%, il PSI si fermò al 9,6%, il PSIUP non raggiunse il quoziente pieno in almeno una circoscrizione e non poté utilizzare i quasi 650.000 raccolti, tutte le altre formazioni (Manifesto, MPL ecc.) ottennero risultati insignificanti. La DC  si mantenne sostanzialmente stabile al 38,7%, e le destre unite sfiorarono il 9% ma non vi fu lo sfondamento. Nove giorni dopo le elezioni, il 17 maggio, Luigi Calabresi veniva ucciso sotto casa. Ai suoi funerali erano presenti autorità dello Stato e moltissimi semplici cittadini. I giornali pubblicarono la foto di un gruppo di uomini politici che seguiva il feretro (Mariano Rumor, al tempo ministro dell’Interno uscente, Luigi Preti, il missino Servello ed altri); tra i presenti vi era ovviamente anche il sindaco di Milano, Aldo Aniasi, socialista con un passato partigiano (il suo nome di battaglia era Iso). Sulla partecipazione di Aniasi ai funerali vi fu una polemica astiosa da parte della stampa di destra, che attaccò  il sindaco perché i socialisti avevano messo in dubbio la ricostruzione fornita dalla questura sulla morte di Pinelli.

A fine maggio, il 31, a Peteano, in provincia di Gorizia, cinque carabinieri  furono attirati in un’imboscata da una telefonata anonima dalla quale furono indotti a raggiungere una FIAT 500 parcheggiata in prossimità del confine con la Jugoslavia. L’auto, imbottita di tritolo, esplose ed i militari persero la vita. Anche per questo attentato fu seguita una pista rossa, ma si sarebbe scoperto in seguito che era  stata costruita artatamente utilizzando prove false. A distanza di anni, infatti, un militante di estrema destra, Vincenzo Vinciguerra, confessò di aver compiuto l’atto terroristico e da quel momento, pur non avendo rinnegato la sua fede politica, ha ricostruito dal carcere di Opera, con dovizia di particolari le attività eversive della destra.

Il 26 giugno Giulio Andreotti formò il suo secondo governo, un tripartito di centro DC-PSDI-PLI, con l’appoggio esterno del PRI, e i socialisti tornarono all’opposizione. Il 5 novembre, Arnaldo Forlani, segretario della DC, parlò, durante un discorso tenuto a La Spezia, di tentativi filogolpisti che minacciavano la democrazia italiana ed alluse, anche se in forma molto criptica, ad appoggi internazionali al progetto di destabilizzazione. Questo era il clima del Paese in quel lontano 1972, e tanti altri attentati sarebbero avvenuti negli anni seguenti, in una folle escalation di sangue. Sarebbe stato, dunque, più educativo se la miniserie avesse, con un maggiore scrupolo, fornito ai telespettatori una visione meno fumettistica di quelle vicende drammatiche che hanno sconvolto l’esistenza di tante famiglie e hanno deviato il corso della storia del nostro Paese.

Fonte: Marx21.it

di Antonio Frattasi, Segretario provinciale Pdci Napoli

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