Arabia Saudita. Trent'anni di galera per l'economista riformista | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
lunedì , 29 maggio 2017
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Arabia Saudita. Trent’anni di galera per l’economista riformista

Tutti parlano di “diritti umani”, ma in pochi parlano di quello che succede in Arabia Saudita, paese allineato e alleato alla Casa Bianca e all’Occidente. In Arabia Saudita però basta non essere d’accordo con il governo per finire in galera. Ne sa qualcosa l’economista al-Qathani che potrebbe scontare una pena tra 5 e 30 anni di galera solo per aver suggerito delle riforme. 

Mohammed al-Qahtani è un personaggio molto temuto in Arabia Saudita. Non è un terrorista, come il suo omonimo che è stato detenuto in quel di Guantanamo per anni, sospettato di essere coinvolto negli attacchi alle Torri Gemelle del 2001. Lo temono comunque, forse anche di più, perchè in Arabia Saudita per finire nelle galere basta non essere d’accordo con il potere. Al-Qahtani è un professore di economia, non un terrorista, e forse anche per questo viene temuto dalla monarchia saudita che ha deciso di processarlo per ben undici diversi capi d’accusa tra i quali alto tradimento e creazione di un’associazione non autorizzata. Qualora dovesse venire condannato dalla corte di Riad, l’economista saudita potrebbe finire in galera per un periodo compreso tra i cinque e i trent’anni, non proprio un biglietto da visita da parte di un Paese rispettoso dei diritti umani.  Assieme a lui viene giudicato, con le medesime accuse, Abdullah al-Hamid, cofondatore con il docente di economia della Saudi Civil and Political Rights Association – Acpra. Secondo quanto riferito dalla Bbc i sostenitori dell’economista sono stati scacciati in malo modo dall’aula di tribunale, forse nel tentativo di non dare risalto mediatico alla vicenda. Questa volta però la monarchia saudita non riuscirà a oscurare l’accaduto, anche perchè gli attivisti dell’Acpra si sono fatti conoscere nel web e continuano a incalzare la famiglia reale con richieste di riforme. Il professore è temuto perchè ha toccato un punto molto sensibile alla monarchia saudita: “la legittimità religiosa”. Al-Qahtani ha più volte smontato pezzo per pezzo la dottrina che viene seguita dalla famiglia reale Saud sin dagli anni Venti, e che vede i membri della famiglia reale come i custodi dei luoghi più sacri dell’Islam e della dottrina wahabita. Tutto questo però non sembra interessare l’Occidente, tristemente allineato al governo di Riad per via dei petrodollari, e nessuno ha inscenato proteste di piazza contro la detenzione dell’economista, a differenza di quanto successo con le Pussy Riot. Secondo Reporter Senza Frontiere l’Arabia occupa il 158° posto su 179 nella classifica della libertà di stampa, ma nessuno sembra voler fare pressioni sulla famiglia reale, generosa nel firmare contratti petroliferi con l’Occidente.Solo una volta in passato, la famiglia reale si è trovata ad affrontare un attacco vero e proprio  alla sua indiscussa autorità politico-religiosa. Era il 1979,  durante il mese sacro di Ramadan, quando un  gruppo di uomini armati, guidati dal leader carismatico Juhaiman ibn Muhammad ibn Saif al Otaibi, si barricarono nella sacra moschea della Mecca. Al-Otaibi accusava la monarchia di corruzione e tradimento della religione, ma la rivolta venne soffocata nel sangue dalle truppe speciali di Riad. Otaibi annunciava l’avvento di un nuovo Messia redentore, giunto per punire la dissoluta monarchia saudita. L’azione armata, però, gli alienò le simpatie del popolo e dell’opinione pubblica internazionale. Oggi Riad sa che la situazione è differente, perché al-Qahtani (che per un gioco del destino ha lo stesso nome dell’uomo indicato come Messia nel 1979) è pacifico e usa parole e ragionamenti, e non pallottole, per far tremare Riad.

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