Aumento dell’IVA, cosa cambia?Tribuno del Popolo
mercoledì , 18 gennaio 2017
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Aumento dell’IVA, cosa cambia?

Aumento dell’IVA, cosa cambia?

La crisi politica che ha logorato nei giorni scorsi il governo Letta-Alfano ha impedito di scongiurare l’aumento dell’IVA, ma chi pagherà il conto?

Fonte: Oltremedianews

Dal 1 ottobre scorso, l’aliquota dell’IVA (Imposta sul Valore Aggiunto) fissata al 21% è aumentata al 22%. I tempi stretti, la crisi politica sopraggiunta all’interno dell’esecutivo Letta-Alfano, hanno impedito l’intervento del Governo a mezzo di decreto legge per scongiurarlo. Nei fatti, quest’ultimo aumento determina uno “stress” negli operatori economici che si rivolgono direttamente ai consumatori finali, per la funzione che compete loro nel rideterminare i prezzi al dettaglio.

Ma quali sono gli impatti specifici che questo incremento d’imposta avranno nel complesso delle articolazioni del mercato nazionale?

Partiamo dalle cessioni di beni: per esse rileva, ai fini della gestione dell’incremento dell’Iva, il momento di effettuazione della singola transazione. A seconda dei tipi di beni, però, il calcolo può essere differente e non molto agevole. In generale, si tenga presente la diversa disciplina di calcolo per beni mobili o immobili: per i primi si fa riferimento al momento della spedizione o della consegna del bene in esecuzione di un contratta traslativo della proprietà, per i secondi si tiene a mente il momento della stipula del contratto traslativo della proprietà. Pertanto, spediti o consognati dopo il 30 settembre e per i rogiti successivi alla stessa data, si applicherà un’aliquota del 22%. Stante questa regola generale, tuttavia vi sono nella disciplina dell’aumento dell’IVA numerose deroghe (vedasi in merito ai criteri di calcolo l’importanza del pagamento anticipato, della fatturazione e dello strumento utilizzato).

Per le prestazioni di servizi, vi è una molteplicità di regole per l’individuazione dell’aliquota applicata. Regola generale in materia è che per prestazioni effettuate tra soggetti italiani si considera l’atto del pagamento della prestazione stessa. Anche qui si tiene ferma l’eccezione di fatturazione, nel qual caso la transazione si considera compiuta all’atto dell’emissione. Per le prestazione aventi un soggetto passivo Ue o extra Ue, si considera “l’ultimazione” della prestazione e non il pagamento. Questa, per motivi di certezza e semplificazione può essere comunque individuata al momento della fatturazione. Per le prestazioni fornite da soggetto Ue, si bada all’ultimazione delle stesse: nel caso in cui si superi il 30 settembre si applicherà un’aliquota del 22%. Identica regola vale per i soggetti attivi extra Ue.

Sicuramente, chi avrà oneri particolarmente incombenti a fronte dell’aumento sarà la categoria dei commercianti: essi dovranno provvedere allo scorporo, con il metodo matematico, della percentuale del 22% per i profitti realizzati dal 1 ottobre 2013. Nella pratica, lo scorporo previsto consiste nel dividere l’import complessivo per 122.

Per la prestazione professionali, il momento dell’effettuazione coincide con quella del pagamento (principio di cassa), salvo fattura emessa precedentemente allo stesso. Qualora la prestazione risulti effettuata entro il 30 settembre 2013, si applicherà l’aliquota del 21%. Per la definizione della data certa a cui far risalire l’effettuazione, una circolare dell’Agenzia delle entrate del 2009 ha precisato che si deve far riferimento alle risultanze dei propri conti correnti da cui accertare l’accreditamento del corrispettivo.

Per le imprese agricole la questione diventa più complessa: l’applicazione di un’aliquota ordinaria maggiorata al 22%, a fronte di una mancata compensazione applicata all’ammontare imponibile delle vendite, produrrà un importo di “Iva a debito” (cioè la differenza tra l’imposta addebitata e la detrazione forfetaria) maggiore, quindi un onere fiscale più elevato. Utilizzando un esempio chiaro, un produttore agricolo di vino che dal 1 ottobre cederà il suo prodotto con l’aliquota IVA al 22% e continuerà a detrarre, come in passato, la percentuale di compensazione del 12,3%, si ritroverà un’imposta del 9,7% in luogo di una del 8,7% di poche settimane fa.

In realtà, non sono molti i produttori agricoli verso cui si applica l’aliquota ordinaria del 22%. Si tratta per lo più di produttori di aragoste e astici, cotone e lana in massa, equini non desinati ad usi alimentari, legno rozzo o semplicemente squadrato.

Si applicherà invece l’aliquota precedente del 21% per le cessioni dei beni con prezzo da determinare. In questo caso la fattura potrà essere emessa oltre il 1 ottobre proprio con l’aliquota al 21%.

Questi sono alcuni degli oneri diretti che l’aumento dell’aliquota ordinaria genererà. Un giudizio, seppur sommario, non può che tendere al pessimismo: è evidente l’effetto depressivo sui consumi e sull’attività economica generale che questo incremento genererà. A ben vedere si tratta non solo di un indistinto “aumento della pressione fiscale” sulla collettività, ma di un’ulteriore erosione alla “capacità di resistenza” (definirla “potere d’acquisto” oramai è quasi assimilabile all’insulto) di masse sempre più larghe di soggetti prossimi alla soglia della povertà.

Una politica di rilancio dei consumi dovrebbe tendere all’incremento del potere dei redditi, da un lato detassandoli e dall’altro generandoli, perché è lapalissiano che un numero elevatissimo di cittadini ha rinunciato alla possibilità di avere un reddito proprio. Il finanziamento di questa politica di sostegno non può che venire da una tassazione progressiva delle ricchezze che sono presenti in forze in questo paese nelle forme della rendita finanziaria e immobiliare, da una campagna mirata di contrasto all’evasione fiscale (120 miliardi anni sottratti all’erario), di razionalizzazione e programmazione della spesa pubblica.

Si tratta, in una battuta, di invertire la rotta a 180°.

 Francesco Valerio della Croce

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