Avvocati vs abogados: “ gli abilitati all’estero non esercitino nei nostri tribunali”Tribuno del Popolo
venerdì , 20 gennaio 2017
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Avvocati vs abogados: “ gli abilitati all’estero non esercitino nei nostri tribunali”

Avvocati vs abogados: “ gli abilitati all’estero non esercitino nei nostri tribunali”

Sempre più alto il numero degli avvocati italiani che hanno sostenuto l’esame all’estero. Procedura legittima, ma i dati del CNF configurano una situazione allarmante: “chiediamo che non si abusi del diritto”. Sentenza Corte UE attesa in primavera.

“La via spagnola per diventare avvocati”, così viene chiamata la strada che porta all’agognato titolo svicolando dalla nostra penisola. Equipaggiarsi non richiede molti passaggi: basta un biglietto aereo, destinazione Spagna, un soggiorno prenotato, poi l’esame, e la qualifica di avvocato è in tasca.

I laureati in giurisprudenza nei nostri atenei che hanno preferito sostenere l’esame abilitante all’estero, piuttosto che sobbarcarsi le gravosità del percorso nazionale, sono già 3.452. Nessuno può dubitare della legittimità di tale scelta, anzi, è proprio una direttiva, la numero 98/5/CE, che l’Italia ha adottato con il decreto legislativo 2 febbraio 2001 n. 96, ad autorizzare tutto questo. Nel dettaglio, viene consentito agli avvocati abilitati in un Paese dell’ Unione di esercitare la propria professione in uno Stato diverso da quello nel quale hanno ottenuto il titolo.

Non c’è niente di male, dunque, nel fatto che un avvocato italiano svolga l’attività forense in Spagna: a far scatenare le polemiche, ha concorso piuttosto una particolare ‘rilettura’ del dato. Si perché da un rilevamento del Consiglio Nazionale Forense è emerso che su un totale di 3.759 abilitati all’estero circa il 92% sono italiani che, dopo l’esame in Spagna, optano per ritornare in Italia e chiedere l’automatica iscrizione all’albo. Cifre che sorprendono ancora di più se si osservano i dati di alcune nostre città. A Roma, su 1.131 abilitati all’estero, 1.058 sono italiani. A Milano 314 su 397. A Latina 129 su 129. Ad Ancona 28 su 28. E a Bari 39 su 40.

A fronte di questa pratica, che negli anni ha portato a ben 20 casi di conflitto tra gli abilitati all’estero e gli ordini locali riluttanti ad una loro automatica riammissione, lo stesso organo nazionale forense ha cercato di vederci più chiaro ed ha presentato ricorso presso la Corte di Giustizia dell’Unione europea. Il rinvio pregiudiziale è rivolto ad accertare se la procedura da seguire sia l’automatica iscrizione all’albo nazionale degli “abogados” rientrati in Italia o se viceversa non si debba verificare prima che non vi sia stato alcun abuso di diritto.

Secondo il CNF la pratica degli “abogados” rappresenta in sostanza “una violazione della concorrenza a danno dei cittadini italiani che, per diventare avvocato, accedono a un percorso articolato e sostengono un esame di abilitazione”. Insomma tra i dati potrebbe esserci qualche caso di abuso del diritto riconosciuto di abilitarsi all’estero, e i giudici della Corte UE non potranno esimersi da una risposta sul punto. “Molti candidati italiani scelgono l’esame all’estero forzando il diritto comunitario”, accusa il presidente del Consiglio nazionale Guido Alpa. “Abbiamo verificato come alcuni abogados italiani non esercitino la loro professione in Spagna prima di tornare in patria. E i loro clienti, non sempre consapevoli, si fidano, rischiando di compromettere i propri interessi”.

Ma di riformare l’esame in Italia, di ridurre le disparità tra i parametri di giudizio adottati o di promuovere, tra gli Stati membri dell’Unione, criteri più uniformi e condivisi di accesso al titolo professionale, di tutto questo, e di altro ancora, non si parla.

 Edoardo Cellini
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