B.E.S. come Bisogni Educativi Speciali. B.E.S. come Bisogna Esprimersi SempreTribuno del Popolo
lunedì , 22 maggio 2017
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B.E.S. come Bisogni Educativi Speciali. B.E.S. come Bisogna Esprimersi Sempre

Sono semplicemente due le coordinate per un buon rendimento scolastico, esattamente come sono due le parti in gioco perché questo si possa verificare davvero: libera espressione dei bambini e ascolto inclusivo degli insegnanti. Come fare?

Fonte: Oltremedianews

Il punto di partenza è e rimane sempre lo stesso: l’alunno nella sua individualità. Ci sono moltissime normative, ci sono moltissime certificazioni e sempre più diagnosi. Diversamente abili (diversamente da chi?), dislessici, iperattivi e con problemi di comportamento più o meno gravi: quello di cui ci si deve rendere conto è che ad ogni certificazione corrisponde un alunno, un volto, un’espressione, un bisogno specifico, e proprio per questo, speciale.

Spesso gli insegnanti sanno come comportarsi in situazioni ormai ben definite, anche legalmente, come di fronte ad una 104, o una 170, rispettivamente di fronte ad un portatore di handicap e ad una diagnosi di dislessia; spesso però si rimane immobili o disorientati di fronte a situazioni indefinite, come l’iperattivismo o una particolare problematica di comportamento. Quello che la scuola oggi deve favorire è l’individualizzazione e la personalizzazione dell’alunno. Una persona deve avere l’opportunità, -considerato il proprio specifico bagaglio culturale, sociale, emotivo, personale-, di esprimere al massimo le sue potenzialità. Ognuno è diverso e nella propria diversità ognuno è fonte di ricchezza. La scuola ha un unico e fondamentale compito pedagogico ed educativo: riconoscere e valorizzare la specificità di ognuno, che sia questa dislessia, discalculia, iperattività o difficoltà generalizzata. L’autonomia pedagogico-didattica viene giocata nell’ambito del consiglio di classe, educando tra le aule e nei corridoi, valorizzando attraverso una didattica inclusiva il valore del singolo. 

Cosa significa didattica inclusiva? Il metodo certamente più utilizzato oggi in Italia si basa ancora sul modello frontale di insegnamento, dove l’insegnante spiega indistintamente agli alunni la lezione del giorno. Quello che, di fronte ad una scuola, oggi più che mai, sommersa da diagnosi ed etichette –bolli medici- è necessario fare, è il riconoscimento del funzionamento individuale, dove l’interazione metacognitiva, l’attività laboratoriale e lo spazio relazionale siano i pilastri fondamentali di un insegnamento che non può prescindere dall’etica pedagogica dell’inclusione del singolo nel gruppo. Si giocano quindi su due diversi versanti i ruoli degli insegnanti oggi: la lettura dei bisogni e l’inclusione della specificità. Certo, la relazione con la famiglia e la triangolazione che si genera bambino-insegnante-genitore è un altro punto focale dell’impegno scolastico: il bambino non è solamente ciò che lascia trasparire in classe, il bambino è anche quello che gioca a calcio, che ride o piange a casa, è quello con i genitori separati o assenti, o troppo preoccupati del suo rendimento, della sua immagine, del suo profilo scolastico. Staccarsi dunque da automatismi stigmatizzanti è il primo passo per una didattica nuova e più attenta alla propria responsabilità pedagogica. Una responsabilità che può e deve contare anche sull’alterità e la collaborazione di figure che, esterne, possono intervenire come mediatrici nel rapporto, spesso davvero faticoso, scuola-famiglia.

Nasce, ad esempio, il tutor DSA, il tutor ADHD: figura che, esperta nel campo della diagnosi e della difficoltà di apprendimento, possa fare da tramite tra la scuola e la famiglia; una figura che, lavorando a casa con la famiglia, possa aiutare il bambino oltre che in merito al disturbo vero e proprio, anche nella gestione del rapporto con il disturbo stesso che la famiglia vive, nell’interazione quindi genitore-figlio e in quella scuola-bambino. Ci sono molte possibilità aperte sul fronte della gestione della specificità, dell’educazione e dell’alterità. Importante e necessario oggi diventa cogliere ciascuna identità e portare al centro dell’insegnamento la voglia di leggere dal punto di vista pedagogico il funzionamento dell’arte che rappresentiamo nella nostra espressività.

Federica Bani

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