Bahrein. Repressione e carcere duro per gli attivisti | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
domenica , 22 gennaio 2017
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Bahrein. Repressione e carcere duro per gli attivisti

Continua la repressione in Bahrein dove un importante attivista per i diritti umani, Nabeel Rajab, è stato condannato a tre anni di carcere per “partecipazione ad un assemblea illegale”. Un fulgido esempio di democrazia filo-occidentale. 

 

 

Nabeel Rajab è un attivista per i diritti umani ma ha la fortuna di essere nato e di vivere in Bahrein, paese saldamente alleato delle democrazie occidentali. Bisognerebbe domandare a lui con quali metodi le autorità bahrenite soffocano ogni dissenso, e forse si scoprirebbe che in Bahrein la sorte dei cittadini è ben peggiore di quella in Siria, dove i media martellano quotidianamente contro la repressione del governo.  Nabeel Rajab è stato condannato a ben tre anni di carcere per  ”partecipazione ad un assemblea illegale” e per aver organizzato una marcia senza preavviso. E’ dal 6 giugno che Rajab è finito nelle mani della polizia per aver scritto su Twitter che avrebbe voluto le dimissioni del Primo Ministro del Bahrein. Tre giorni dopo con una sentenza a tempo di record Rajab è stato condannato a tre mesi per le frasi diffamatorie, tre mesi di galera per una frase su Twitter, ecco la democrazia in salsa del Golfo, ma nessuno minaccerà di “No Fly Zone” il Bahrein. Rajab, oltre a essere un importante attivista dei diritti umani, ha portato avanti diverse manifestazioni contro il regime negli ultimi mesi.L’attivista è inoltre affiliato con gruppi internazionali per i diritti umani come Human Rights Watch, che si sono subito mobilitati per chiedere la sua scarcerazione. Invece, come se non bastasse, un tribunale di grado inferiore ha aggiunto altri tre anni di carcere a Rajab per “coinvolgimento in pratiche illegali e che incitano a scontri, e  per aver organizzato marce non autorizzate attraverso siti di social networking”.  Ma come? quando Gheddafi e Mubarak arrestavano e intimidivano i libici e gli egiziani che utilizzavano i social network per organizzare le rivolte venivano, giustamente, esecrati come dittatori, ma quando a fare lo stesso sono le autorità bahrenite, ecco il più cupo silenzio. Souhayr Belhassen, presidente della Federazione Internazionale per i Diritti Umani (FIDH), ha dichiarato a riguardo: “E’ da oltre un anno che il popolo del Bahrein chiede diritti umani e democrazia pacificamente, come fa il governo a rimanere sordo a questi appelli? Imprigiona arbitrariamente tutti i difensori dei diritti umani .Ci auguriamo che la comunità internazionale condanni fermamente questa decisione e richieda per il rilascio di Nabeel”. Dubitiamo però che l’appello venga ascoltato, ancor più che prima del suo arresto Rajab era stato ospitato dal fondatore di WikiLeaks Julian Assange e aveva criticato apertamente l’invasione dell’Iraq e il rifiuto degli Stati Uniti di agire durante le proteste in Bahrein e la Primavera Araba. Considerato che Rajab è stato arrestato il giorno dopo la sua apparizione alla tv di Wikileaks, è sin troppo facile immaginare una rappresaglia.

Molte organizzazioni internazionali come Amnesty International si sono scagliate contro la repressione del paese del Golfo, ma senza successo. Il Bahrein ha infatti i suoi santi in Paradiso essendo il quartier generale della Quinta Flotta della Marina degli Stati Uniti, per questo le relazioni con la monarchia sunnita devono andare bene, a qualsiasi costo. E poco importa se i cittadini bahreniti vengono arrestati, torturati e incarcerati, magari solo per un tweet. In Siria invece persone che sparano contro le istituzioni di un governo sovrano vengono considerate patriote e ribelli,  misteri della democrazia.

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