Bangladesh. La rabbia degli operai dopo la tragediaTribuno del Popolo
martedì , 24 gennaio 2017
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Bangladesh. La rabbia degli operai dopo la tragedia

Bangladesh. La rabbia degli operai dopo la tragedia

Dopo il terribile crollo di un edificio affollato avvenuto mercoledì in Bangladesh, e dopo oltre 300 morti, gli operai di Dacca hanno manifestato per chiedere giustizia e hanno scatenato pesanti scontri con le forze dell’ordine.

Esiste ancora la schiavitù? Formalmente no, o meglio, non esiste più come abbiamo imparato a immaginarla leggendo i libri di storia. Purtroppo esiste ancora, non si chiama allo stesso modo ma sicuramente rievoca la stessa sofferenza. Ne sanno qualcosa in Bangladesh, dove mercoledì un edificio è crollato uccidendo oltre 300 persone a Dacca. Si tratta solo dell’ennesimo incidente sul lavoro che ha ucciso cittadini e lavoratori, sempre più in balia di imprenditori senza scrupoli che arrivano a pagare gli operai meno di 28 euro al mese. Venerdì mattina gli operai e i cittadini dell’industria tessile del Bangladesh sono scesi per le strade di Dacca urlando la loro rabbia e chiedendo maggior sicurezza e giustizia.  I media locali hanno riferito di violenti disordini, di scontri fra manifestanti e polizia, che ha usato lacrimogeni e proiettili di gomma. Due fabbriche di confezioni sono state incendiate, mentre decine di automezzi risultano danneggiati. Gli operai hanno anche bloccato una autostrada chiedendo la pena di morte per i responsabili del crollo del palazzo, il “Rana Plaza”. Secondo le ultime ricostruzioni infatti sarebbe crollato non per incidente o caso, ma per inosservanza delle misure di sicurezza, e per la presenza in condizioni di sicurezza assolutamente precarie di cinque aziende di abbigliamento per l’esportazione. Armati di bastoni e pietre, i manifestanti hanno assaltato le fabbriche, imponendo la loro chiusura e devastando tutto quello che hanno trovato sul loro cammino. A scatenare la furia degli operai il fatto che nell’edificio si fossero aperte pochi giorni prima delle profonde crepe, ma questo non è servito a chiudere il palazzo.

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