Barca e Veltroni: i due baricentri del Pd a confrontoTribuno del Popolo
sabato , 22 luglio 2017
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Barca e Veltroni: i due baricentri del Pd a confronto

Ieri sera è andato in onda il confronto televisivo tra l’ex ministro per la coesione territoriale e il primo segretario del Pd. Al centro del dibattito i temi più in voga del momento: lavoro, governo Letta, riforme e rinnovamento del centrosinistra. L’uno ha messo in luce la sua natura progressista e razionalista, l’altro il suo temperamento più moderato ed ecumenico, così da sottolineare ancora una volta, qualora ce ne fosse bisogno, l’esistenza di un doppio centro di gravità attorno a cui ruotano i democratici. Che sia un preludio del congresso del Pd previsto per l’autunno prossimo?

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Fonte: Oltremedianews

Enrico Mentana ha condotto ieri sera la prima puntata del suo nuovo programma “Faccia a Faccia”, che ha visto Fabrizio Barca e Walter Veltroni confrontarsi sui temi più discussi e problematici della nostra società. Il confronto tra i due, snodatosi attraverso le intricate questioni relative al futuro del centrosinistra e al presente del Paese, ha messo in luce la differenza di vedute coesistente in seno allo schieramento democratico: da un lato il progressismo socialdemocratico di Barca, memore della tradizione culturale del Pci ma che non esita a guardare oltre, e dall’altro le prospettive ecumeniche e “post-politiche” di Veltroni, che alla dicotomia destra-sinistra preferisce quella molto più labile e problematica di giusto e sbagliato.

La prima tematica affrontata è stata quella relativa all’analisi dell’insuccesso elettorale e al futuro del partito democratico. Per Barca il problema va rintracciato principalmente nella rinuncia del Pd a porsi come partito rinnovatore ed eliminatore delle logiche baronali e oligarchiche che reggono attualmente il Paese. Questo, a suo avviso, è stato anche il vero problema che ha condannato per oltre venti la sinistra italiana ad una posizione marginale e di poca credibilità. “La sinistra è apparsa conservatrice perché non ha avuto il coraggio di sostenere le proprie idee e le radici costituenti socialiste, liberali e cristiane. Da un lato è sbagliato vivere idolatrando il passato, ma dall’altro non si può prescindere dalla propria identità. Il Pd è caduto nella trappola di credere al mito del governo forte, del partito minimo, dell’accentramento dei poteri, ma non è così che si cambia. La società chiede autonomia, non verticalizzazione. Ad oggi servono grandi indirizzi nazionali, con norme ampie ed elastiche capaci di creare una comunità. Il partito di oggi non è più un manipolo di intellettuali che studiano la realtà come negli anni ‘70, ma una comunità di persone colte e preparate. Tutto questo potenziale umano del Pd è stata una risorsa sottoutilizzata”.

Secondo Veltroni, invece, il vero problema dei democratici è stato quello di essere stati incapaci di catalizzare i voti dei delusi del Pdl. Non perché Pd e Pdl siano così simili da potersi rubare gli elettori, quanto perché, nei suoi programmi, il partito non può prescindere dall’apertura a tutto il fronte moderato e riformista, che è stato il motivo principale che ha portato alla nascita del Partito Democratico. Se non si fa questo, dice Veltroni, la sinistra non potrà mai superare il “mitico” 34% del Pci di Berlinguer, che però come tutti sappiamo non ha mai governato.

Per quanto riguarda i grandi temi del lavoro e dello Stato le differenze tra i due, seppur esistenti, non hanno dato l’idea di non poter giungere ad una sintesi. Barca crede ancora nella dicotomia lavoro salariato-capitalista e nell’importanza di tornare a fare cose di sinistra, mentre Veltroni si è dimostrato nettamente più corporativista e aperto alla mescolanza con la destra. Un’altra differenza emersa è quella relativa all’identità politica riguarda la via istituzionale da proporre per il paese. Il primo ha parlato di decentralizzazione e democratizzazione dei processi decisionali, mentre l’ex segretario dei Ds si è mostrato più favorevole alla via presidenzialista e monocamerale.

Tuttavia il dibattito, pur avendo fatto emergere chiaramente l’esistenza di due baricentri diversi e di due visioni diverse del partito, non è stato frizzante e netto come molti forse se lo aspettavano. Vuoi per la vecchia amicizia che corre tra i due partecipanti o vuoi perché le divisioni, più che un’antinomia, sono ridotte al colore della ciliegina da mettere sulla torta, i due sono finiti a convergere su gran parte dei temi proposti. Non che debbano venire meno le buone maniere, ma il colloquio è rimasto sempre su toni disorganici e vaghi senza mai spostarsi su progetti netti per i cittadini. Ne è risultato un confronto certamente onesto e razionale, ma che se da un lato ha messo in luce alcune differenze, dall’altro ha fatto anche intendere che non si tratta di due alternative che si escludono a vicenda. Le proposte dei due partecipanti sono state solo un’accomodante tentativo di far pendere l’ago della bilancia un po’ più da una parte piuttosto che dall’altra, segno che la rotta principale del Pd è tracciata. Si tratta solo di capire come calibrare i contorni dell’opera.

Il prossimo autunno, a detta di Epifani, dovrebbe tenersi il congresso del Pd e l’incontro di ieri sera è stato certamente un preludio dell’assise da cui uscirà la linea prevalente.

Fabrizio Leone

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