Barricate borghesi a CaracasTribuno del Popolo
venerdì , 28 luglio 2017
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Barricate borghesi a Caracas

Le proteste della classe media nei quartieri della classe media, sui temi della classe media, non creano problemi al sistema di potere chavista.

Fonte: Futurables

I social media sono stati impiegati per diffondere nel mondo l’immagine di una popolazione venezuelana oppressa da un governo poliziesco, grazie all’uso di fotografie che in realtà ritraggono la repressione delle proteste cilene, argentine, bulgare, greche, egiziane e perfino delle forze di sicurezza di Singapore, nonché di una processione religiosa spacciata per manifestazione oceanica e di agenti di una polizia metropolitana di Caracas che era stata sciolta nel 2011.

La verità è che in Venezuela non c’è alcuna protesta delle classi disagiate, che pure avrebbero anche valide ragioni per lamentarsi, come ne hanno gli studenti.
Ci sono, al contrario, aspiranti rivoluzionari borghesi, troppo avidi ed egoisti per poter nutrire un reale senso civico e avvertire una qualche forma di solida responsabilità sociale. Sono, a ben guardare, dei controrivoluzionari impegnati a contrastare l’erosione dei propri privilegi e che, come i protagonisti dei romanzi di J. G. Ballard, non disegnano il lancio di “bottiglie di Borgogna incendiarie con delle cravatte per innesco”, magari in parte alla ricerca di una vita più intensa e ricreativa. Questi agitatori, organizzati da un generale in pensione fissato con la minaccia cubana, stanno guastando le chance della destra di riconquistare legittimamente il potere dopo il quindicennio chavista (18 elezioni perse su 19: si può immaginare la frustrazione) e rischiano di condurre l’intero paese verso sbocchi ucraini.

Questi eventi ci riportano alla primavera del 2002, l’anno del fallito colpo di stato anti-Chavez, quando l’attuale leader della protesta anti-governativa, María Corina Machado, rampolla di una delle famiglie più ricche del paese, guidava la Súmate, un’organizzazione non governativa venezuelana sponsorizzata dal National Endowment for Democracy di Washington, coinvolta nel tentato golpe.

Odiernamente lei e Leopoldo López Mendoza, figlio di petrolieri, educato negli Stati Uniti, golpista nel 2002 e leader del partito centrista venezuelano “Voluntad Popular”, attualmente incarcerato per eversione, si dimostrano insofferenti nei confronti della volontà compromissoria e disponibilità al dialogo del capo dell’opposizione anti-bolivariana (la Mesa de la Unidad Democratica, o MUD), Henrique Capriles Radonski, più sensibile alla richiesta della base di collaborare con il governo almeno nella lotta alla violenza nelle strade e orientato a perseguire la strada della presa del potere attraverso le elezioni presidenziali e il referendum di revoca del mandato presidenziale (recall).

Come in Ucraina, le fazioni radicali della contestazione sembrano invece più interessate a convincere l’opinione pubblica internazionale che gli elettori venezuelani e non si curano della difficoltà di governare un paese drammaticamente diviso in due parti che non si parlano, non si ascoltano e non si vogliono capire. Capriles non pare in grado di imbrigliare queste forze distruttive, sia per il suo essere uscito sconfitto contro il presidente in carica, Maduro, sia per l’ampia vittoria governativa alle amministrative sia, paradossalmente, in virtù della sua responsabile presa di posizione contro la violenza e per il confronto politico duro, ma civile, in vista delle elezioni del 2015. 

E tutto questo in un momento di profonda crisi del paese – forse almeno in parte causato da accaparramento – che costringe il successore di Chavez, Nicolás Maduro, a cercare di ammorbidire i toni e le azioni al punto da essere accusato di tradimento dalle ali più estreme del movimento bolivariano. Una crisi che, come spesso accade, offrirebbe delle opportunità di intesa tra i contendenti, nell’interesse della popolazione e della nazione, dopo 15 anni di contrasti apparentemente insanabili e a tratti violenti e destabilizzanti non solo per il Venezuela. Pensiamo a quanti giovani venezuelani, in questi anni, sono stati educati all’odio invece che al confronto anche aspro. 

Tanto grave è la situazione che la moglie di López ha rivelato in un’intervista alla CNN che, su richiesta del marito, il governo venezuelano si è attivato per evitare che dei sicari lo uccidessero per trasformarlo in un martire della causa anti-bolivariana

Il mondo ha bisogno di maggiore coordinamento a livello mondiale e regionale, un multipolarismo consensuale, negoziato, che renda più semplice la soluzione delle dispute e dei problemi locali e globali. Non è più tollerabile che un unico polo stabilisca per tutti quali siano i problemi e come vadano risolti, in generale a tutto vantaggio di un’élite e non del genere umano nella sua interezza.

Il Venezuela è il classico caso in cui un governo sotto pressione è costretto a compiere azioni contrarie ai suoi stessi interessi, che corrompono lo spirito della rivoluzione bolivariana, mentre un leader dell’opposizione che vorrebbe conquistare un solido consenso popolare per andare al governo è in pratica ostaggio delle stesse forze che mirano alla destabilizzazione della nazione.

Delle Nazioni Unite riformate potrebbero spalleggiare gli sforzi conciliativi e democratici di governo e opposizione, facendo prevalere il dialogo sulla violenza e l’ideologia. Ma non è quel che sta succedendo. Così il Venezuela, un paese dalle immense risorse, affonda nelle sabbie mobili della paura e dell’avidità, quando invece avrebbe tutto quel che occorre per dare man forte alla costruzione di un ordine mondiale alternativo a quello del presente: più equo, più dignitoso, più umano, più solidale, più libero.

Stefano Fait

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