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lunedì , 18 dicembre 2017
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“Bentornato Marx!”

recensione al libro di Diego Fusaro. Tratto da www.Marx21.it

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Nel 1993 viene pubblicato in Italia per la Rusconi un libro di Armando Plebe: Dimenticare Marx? La presenza stessa del volume costituiva di per sé una risposta alla domanda espletata nel titolo, ma l’autore volle essere esplicito esortando a non dimenticarsi di Marx «irresponsabilmente, come ci si scorda di un numero di telefono che da qualche tempo non si usa più»; è possibile infatti «considerare meritoria oppure sciagurata la stesura del Capitale», ma occorre pur sempre tener presente che dietro di essa «stanno secoli di cultura» la quale «ha generato a sua volta un secolo e mezzo di cultura marxista»; ne discende che «un politico che non dimentichi Marx è un politico costretto ad accorgersi che la cultura esiste». 1

Da alcuni anni a questa parte, parrebbe quasi che il monito di Plebe abbia sortito un effetto maggiore del previsto. Nel 1999 un sondaggio della BBC ha premiato Marx come «il più grande pensatore del millennio».2 Sei anni più tardi il programma radiofonico In our time, della medesima emittente televisiva, ritenta il sondaggio in forme diverse, ma ottenendo il solo risultato di far conquistare a Marx anche il titolo di «più grande filosofo della storia».3
A partire dall’avvento della crisi economica i richiami al teorico tedesco aumentano vertiginosamente: nel 2008 l’omonimo arcivescovo di Monaco Freising Reinhard Marx, dopo aver pubblicato un libro dal titolo Il Capitale. Una difesa dell’uomo, dichiara che «poggiamo tutti sulle spalle» del filosofo di Treviri «perché aveva ragione», infatti «nella sua analisi della situazione del XIX secolo ci sono punti inconfutabili».4 Nello stesso anno il Times di Londra apre un sondaggio tra i suoi «conservatorissimi lettori» riportato da La Stampa del 22/10/208:  «la domanda «ma allora Marx aveva ragione?» spacca il pubblico del quotidiano e il «no» vince, per ora, di strettissima misura con un 52,5% contro il 47,5%». La Linke tedesca sfrutta quest’onda lunga e lancia una campagna di lettura del Capitale nelle università per opera organizzativa degli studenti militanti, in un progetto di «riscoperta di Marx» (Marx neu entdecken), nella profonda convinzione che «le teorie di Karl Marx offrono oggi come ieri presupposti importanti per comprendere il capitalismo odierno».5 Nel frattempo si assiste in tutte le librerie ad un rapido aumento di vendita delle opere del filosofo. Entro tale contesto non pare anacronistico il titolo dell’ultimo libro di Diego Fusaro (Bentornato Marx!, Bompiani 2009, pp. 327), ancor più tenendo conto della citazione riportata in quarta copertina tratta da un articolo di Bryn Rowlands sul Financial Times secondo il quale «forse la conoscenza delle teorie economiche di Marx avrebbe potuto permettere ai nostri economisti e politici di evitare, o perlomeno di attenuare, l’attuale crisi del capitalismo». Il ventiseienne autore di questo libro esprime tutto il proprio disaccordo nei confronti della sventagliata teoria sul trapasso di Marx. Riformulando una tesi di Derrida, egli sostiene che tale incessante litania funebre nasconderebbe soltanto «l’auspicio che tale decesso si verifichi al più presto, nella convinzione che la persona in questione è ancora viva e scomoda».6

Dacché il filosofo di Treviri è colui che «meglio di ogni altro…ha decriptato i meccanismi» e «le contraddizioni»7 della realtà capitalistica, tutt’oggi, anche coloro che ne annunciano la morte, «ricorrono, più o meno consapevolmente, al suo strumentario concettuale per spiegare i principali avvenimenti che avvengono sullo scacchiere della politica internazionale».8 Fusaro rimane lucido nell’analisi, non si lascia prendere la penna dai facili dogmatismi cui potrebbe indurre la simpatia per il proprio autore: egli sa bene che «chi si ostinasse a interpretare le vicende storiche odierne con le sole lenti interpretative marxiane capirebbe sicuramente ben poco, non riuscendo a rendere conto di eventi che, per forza di cose, non potevano esser previsti da Marx», ma resta nondimeno convinto che «chi si rifiutasse di indossare anchequelle lenti non riuscirebbe a capire alcunché dell’oggi e dei suoi sconvolgimenti».9

Con queste premesse Fusaro si addentra all’interno del sistema concettuale marxiano. In esso egli rileva una distinzione tra emancipazione politica ed emancipazione reale, in cui la prima non include necessariamente la seconda: «secondo Marx…da un lato lo Stato proclama nei cieli astratti della politica l’uguaglianza dei cittadini, liberi ed uguali dinanzi alla legge, e, dall’altro, lascia che sulla terra della società civile sussista la massima disuguaglianza tra di loro, intesi come atomi esistenti in maniera isolata e reciprocamente antagonistica». In sostanza, «la libertà formale-giuridica del cielo della politica convive con la moderna schiavitù sociale-economica della terra»10, ovvero «all’universalità illusoria dello Stato fa da contraltare il particolarismo concreto della società civile».11 La cosiddetta libertà moderna si rivela pertanto una libertà di tipo parziale e ideologica: «”ideologia”» è infatti per Marx «esattamente questo tentativo di far passare per eterno e universale ciò che in realtà è storicamente determinato e dettato da interessi particolari»12. La «vera emancipazione» dev’essere secondo il filosofo di Treviri «un’emancipazione sociale, che coinvolga la sfera dell’esistenza dell’uomo sulla terra della società e non soltanto nei cieli della politica».13 Questa duplicità produce un velo mistificatorio che costituisce l’asse portante su cui si regge l’intero sistema capitalistico: la forza dell’asservimento moderno risiede proprio nella predisposizione dell’impianto di schermatura con cui si plasma l’«apparente libertà formale».14 Come che sia, l’intero «sforzo teoretico di Marx è racchiuso nel suo tentativo di spingersi sempre sotto l’epidermide della realtà, per scoprire i meccanismi segreti che operano nel profondo»15 e rivelare la natura effettiva di quell’asservimento che l’età moderna presenta sotto forma di «lavoro forzato indiretto». 16

La precisione disincantata con cui il filosofo tedesco esamina le strutture della realtà moderna viene tuttavia soppiantata, in non pochi luoghi, da un pathos del superamento che sortisce elaborazioni di tesi «futuro-centriche», imbevute di astrattismo e «speranza messianica»17, intente a dipingere una storia «con il “lieto fine” assicurato».18 Qui Fusaro imputa legittimamente a Marx di ricadere in «quell’astrattezza che [questi] rinfacciava con tanta irritazione ai “Giovani hegeliani”»19, ma egli stesso non pare, a sua volta, riuscire a svincolarsi dalla stretta di quella medesima imputazione. Quantunque il lavoro sia degno di lode, non pare qui superfluo problematizzare due questioni tra le tante sollevate dal volume. A pagina 49 del suo libro possiamo leggere che «per il giovane Marx il reale – con buona pace di Hegel -, così com’è, è tutto fuorché razionale: le contraddizioni che lo lacerano – soprattutto quelle sociali e politiche – sono lampanti e una filosofia che sia realmente tale non può non prenderne atto». Tale affermazione lascerebbe supporre che a giudizio di Hegel il reale sarebbe razionale in quanto non lacerato da contraddizioni. Ma l’intero sistema filosofico hegeliano è un sistema tutto incentrato sulla dialettica delle contraddizioni. Parrebbe che razionalevenga dall’autore confuso con armonico, e reale con quello Hier und Jetzt di cui si dimostra la riduttività nel primo capitolo della Fenomenologia dello Spirito. A giudizio di Fusaro, Marx accoglierebbe di Hegel la dialettica ma non il principio di razionalità del reale. Tuttavia in Hegel è proprio essa che sottende tale razionalità. La separazione dei due concetti coincide con la separazione dogmatica bersagliata da Hegel per cui si presuppone «che da una parte vi sia l’Assoluto e dall’altra partela conoscenza per sé e separata dall’Assoluto».20 In questo caso la dialettica retrocederebbe ad una conformazione pre-hegeliana riducendosi a metodo gnoseologico estromesso dal processo della realtà oggettiva. Essa non è per Hegel una teoria con cui spiegare tale processo – giacché ogni teoria non è estrinseca ma intrinseca a questo – bensì ètale processo. Ed è in virtù della sua dialetticità che tale processo è anche razionale. Suona strano che Marx avesse accolto la dialettica hegeliana senza accettare il concetto di razionalità del reale ad essa correlato. Non è un caso che chi conosceva bene il filosofo di Treviri (non solo filosoficamente ma altresì personalmente) come Friedrich Engels, sottoscrivesse esplicitamente l’aforisma hegeliano difendendone la complessità concettuale dalla deformazione di interpretazioni semplicistiche fornite da «governi gretti e….gretti liberali».21 Così come non è un caso che un convinto marxista qual era Gramsci, nella più mesta solitudine della prigione fascista, scrivesse che «ogni cosa che esiste è “razionale”» ossia «ha avuto la sua ragion d’esistere» proseguendo che «di ogni modo di vita occorre studiare la storia, cioè l’originaria “razionalità” e poi, riconosciuta questa, porsi la domanda se in ogni singolo caso questa razionalità esiste ancora, in quanto esistono ancora le condizioni su cui la razionalità si basava».22 Nel complesso né ad Engels né a Gramsci né a Lukács pareva che il pensiero di Marx confliggesse con il concetto hegeliano di razionalità del reale. È certo possibile che nessuno dei tre avesse capito Marx, ma è forse più logico ritenere che questa contraddizione sia stata costruita a posteriori.

Accanto a tale imputazione di natura teoretica, Fusaro scredita politicamente Hegel in riferimento alla questione dello Stato. Qui si serve del facile ausilio del proprio autore, ma, in ultima istanza, risulta poco convincente il rigetto delle posizioni hegeliane nel solco della tradizione liberale, laddove tra i due modi di pensare è pressoché sempre esistita un’insofferenza reciproca.23 Altrettanto poco convincente risulta il fatto che la critica di messianismo mossa da Fusaro a Marx schivi proprio questa teoria dell’estinzione dello Stato, sul cui astrattismo un ruolo fondamentale deve aver giocato l’influenza nefasta scaturita dalla diatriba con Bakunin. Oggi, a distanza di un secolo e mezzo da Marx, disponiamo dell’esperienza storica per valutare come ciò che egli riteneva esser soltanto un mezzo di oppressione di un gruppo sociale su un altro, si sia rivelato, in non poche circostanze, uno strumento di garanzia e protezione del proprio popolo.24 A partire dagli anni ’20, il conflitto tra gli Stati-Nazione ha  scavalcato in ordine d’importanza quello tra capitale e lavoro, tanto che in svariate situazioni si è deciso di metter quest’ultimo in secondo piano per compattare le energie attorno all’emergenza del primo. Altrove il primo è diventato la forma assunta dalla maturazione del secondo. L’esiguo peso conferito da Marx alla questione dello Stato (in coerenza con la sua teoria dell’estinzione), ha altresì comportato alcune leggerezze in sede teorica. Fusaro riporta nel suo libro come, secondo il filosofo di Treviri, la forma giuridico-politica di una determinata epoca si costituisca in relazione ai rapporti di produzione e «in coerenza col grado di sviluppo delle forze produttive, al fine di favorire l’espandersi di quelle forze».25 Se ciò può esser vero, non va tuttavia dimenticata la funzione svolta dalla conflittualità delle relazioni internazionali nel determinare l’irrigidimento o l’allentamento di quelle forme giuridiche e politiche. Quanto più aspra si fa la conflittualità al proprio esterno tanto più le forme giuridiche e politiche tendono ad irrigidirsi, per non permettere che la tolleranza verso le opposizioni interne si trasformi in un’arma nelle mani del rivale esterno, in un intrecciarsi continuo di conflitti nazionali ed internazionali. È questa situazione che, nel 1793, impedì a Robespierre di realizzare il proprio progetto, ritardando l’entrata in vigore della prima Costituzione della storia che prevedeva l’introduzione del suffragio universale (maschile). L’allentamento delle forme giuridiche era previsto non appena fosse stata sventata la minaccia della Prima Coalizione antifrancese. Il Termidoro determinò naturalmente il naufragio di questo progetto democratico, rinviandolo a tempi futuri nell’ambito di condizioni e disegni radicalmente mutati.

Queste e molte altre annose questioni andrebbero considerate e analizzate dialetticamente, se non si vuol rischiar di ridurre la “ripartenza da Marx” auspicata da Fusaro, a un viaggio di purificazione morale fra i pensieri intatti del “maestro” che rifugga in maniera soggettivistica e liquidatoria la complessità oggettiva delle vicende storiche.

NOTE

1 Armando Plebe: Dimenticare Marx?, Rusconi, p. 6, 127.

2 Solo Hume può fermare Marx, Corriere della Sera del 29/06/2005.

3 Eric Hobsbawm: Karl Marx Superstar, l’Unità del 14/07/2005.

4 La Repubblica del 29/10/2008

5 Die Theorien von Karl Marx bieten nach wie vor wichtige Grundlagen, um den heutigen Kapitalismus zu verstehen. (traduzione mia) In Marx neu entdecken!, dielinke Berlin 2009, p.3

6 Fusaro, p. 10.

7 Fusaro, p. 18.

8 Ivi, p. 15.

9 Ivi, p. 16.

10 Ivi, p. 68.

11 Ivi, p. 70

12 Ivi, p. 71

13 Ivi, p. 76.

14 Ivi, p. 151.

15 Ivi, p. 152.

16 Ivi, 172.

17 Ivi, p. 99

18 Ivi, p. 165.

19 Ivi, p. 81.

20 Vorzüglich aber dies, daß das Absolute auf einer Seite stehe, und das Erkennen auf der andern Seite für sich und getrent von dem Absoluten. Hegel; Fenomenologia dello Spirito (a cura di Vincenzo Cicero), Bompiani 2000, p. 148 (traduzione mia).

21 F, Engels: Ludovico Feuerbach e il punto di approdo della filosofia classica tedesca. Editori Riuniti, 1967, p. 5.

22 Antonio Gramsci: Quaderni del carcere. A cura di Valentino Gerratana, Einaudi 2001, pp. 1726-1727.

23 Cfr. Su ciò Domenico Losurdo: Hegel. Questione nazionale e restaurazione. Università degli Studi di Urbino e Id. La catastrofe della Germania e l’immagine di Hegel. Guerini e associati.

24 Si pensi soltanto alle sofferenze che il popolo palestinese avrebbe potuto risparmiarsi qualora si fosse visto riconosciuto un proprio Stato.

 

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