Bergoglio e la sfida all’America latina: alcune riflessioniTribuno del Popolo
venerdì , 22 settembre 2017
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Bergoglio e la sfida all’America latina: alcune riflessioni

Il progetto politico di Bergoglio per il continente latinoamericano è ormai abbastanza chiaro nelle idee generali. Riconquistare il blocco di mondo che, con le sue contraddizioni e i suoi passi in avanti e indietro, rappresenta la punta di diamante di gran parte dei pericoli che la chiesa cattolica teme.

Fonte: Marx 21

E, allora, non è un caso che un giornale italiano come Repubblica dedichi ampio spazio, un’intera pagina all’intervista con l’amico e successore universitario di papa Bergoglio, che ci spiega la sua idea di nuova America latina.

Il suo progetto politico, ovviamente, non ha niente di “rivoluzionario”, né di innovatore. E’ la riproposizione, in termini aggiornati, della vecchia dottrina sociale della chiesa cattolica che ha nell’idea di una società interclassista, o aclassista in altre versioni, il suo punto di osservazione fondamentale.

Non è un caso se Bergoglio ha effettuato la sua prima missione fuori dal Vaticano proprio nel paese dove la coalizione progressista di governi formati dal PT e dal PCdoB, soprattutto quelli di Lula, sono riusciti a far diventare il Brasile uno dei paesi più importanti nella nuova stagione del progressismo latinoamericano e protagonista internazionale di primissimo piano.

E’ stata la corazzata Brasile, con tassi di praticanti cattolici altissimi, a tenere lontani gli Usa dalla regione latinoamericana e bloccando la ripresa della loro politica del “cortile di casa” dando fiato e tempo al Venezuela chavista e non solo di organizzare le proprie politiche di indipendenza e autonomia dagli Usa.

E Bergoglio aspira, guarda caso, a riorganizzare in modo indipendente e autonomo l’America latina, ovviamente dal punto di vista del Vaticano che difficilmente può essere simile a quella dei popoli latinoamericani, partendo proprio dal Brasile.

Una congettura fuori luogo? Non credo, anche se le comunità di base brasiliane sono realtà concrete e con grande aggancio alla realtà sociale del paese fin dai tempi della lotta alle dittature militari: difficile imbrogliarle o strumentalizzarle.

Wojtyla si era preso in carico di fare il lavoro sporco contro la Teologia della Liberazione ingaggiando contro di essa una crociata violenta e, alle volte, feroce come quando lasciò solo monsignor Romero, esponente prestigioso di quella teologia, dando una plastica visione al mondo che per il Vaticano quella era una sorta di eresia che esso respingeva platealmente e lo squadrismo fascista di agrari e latifondisti salvadoregni comprese perfettamente e per questo lo ammazzò tranquillamente durante una messa in una chiesetta di un ospedale di San Salvador.

Il papa santo subito, dunque, destrutturò e cancellò dalla chiesa di Roma quella teologia dalla pratica e dalla teoria rivoluzionaria che rappresentava una sfida interna insostenibile per una istituzione come quella romana che, con l’ascesa del polacco insieme alla sapiente guida del pastore tedesco, poi divenuto papa, la stava trasformando giorno dopo giorno in un blocco conservatore se non proprio reazionario.

Oggi, però, la chiesa romana vecchia di oltre duemila anni, capisce che il lavoro del polacco e del tedesco deve essere portato avanti in altra maniera. Non è più tempo di rese dei conti dottrinarie o di rozze politiche anticomuniste in nome delle quali si permettevano e istigavano anche crimini orrendi. Ormai il corpo della chiesa ci pare abbastanza omogeneo e espressione dei lunghi anni della coppia Wojtyla-Ratzinger: adesso serve un qualcosa di nuovo, nella forma esteriore, in quella forma cioè facilmente comprensibile da masse di fedeli poco inclini alla lettura e al ragionamento autonomo, e di antico nella sostanza fondamentale, al tempo stesso.

Ed ecco spuntare dal cilindro del prestigiatore il poco quotato, in sede di conclave, Bergoglio. Un tipo sveglio e scaltro, capace di far dimenticare in fretta il “gran rifiuto” di Ratzinger dopo che fecero, invece, mostrare, Ratzinger in primis, in continua diretta tv il devastante stato psico-fisico causato dalla malattia del precedente papa polacco senza farlo dimettere da un ruolo che non poteva più ricoprire.

Un tipo, inoltre, che è uscito quasi indenne da uno dei periodi più nefandi del XX° secolo come la dittatura militare. Lui, esponente già di rilievo della curia di Buenos Aires, con frequentazioni con quella dittatura che spazzò via un paio di generazioni di giovani argentini nel silenzio e nella complicità della chiesa argentina, così come dimostrano ampiamente documenti e testimonianze.

Bergoglio sa come riciclarsi e conosce perfettamente i punti deboli degli argentini e dopo del mondo occidentale e italiano in particolare.

In un momento di profonda crisi economica e politica, dovuta a quelle politiche liberiste, di cui i militari golpisti si fecero promotori già molti anni fa, e ad una corruzione e una lontananza fra potere politico e cittadini lui sceglie intelligentemente la semplicità.

La semplicità di rinunciare a privilegi ridondanti e scegliere di prendere le distanze da un potere ormai poco utile e schiacciato dalla corruzione.

Bergoglio così in Argentina diventa il cardinale che va in metropolitana e rinuncia a certi privilegi ormai davvero detestati dalla popolazione in un momento in cui la crisi del sistema liberista, inaugurato dai militari golpisti e proseguito dai governi “democratici” affossa un’intera nazione. Ma, in questi ultimi anni, non rinuncia a dire che le donne dovrebbero stare a casa e non in Parlamento o al governo con il chiaro attacco all’attuale presidente argentina di chiara matrice politica progressista.

Certamente un punto di merito a Bergoglio sulla sua scelta di semplicità va riconosciuto ma io direi di finirla qui.

Perché cosa c’entra con un’idea politica progressista la mera semplicità? San Francesco aveva attuato una scelta di vita che rompeva frontalmente e radicalmente con quella dei nobili e dei ricchi del tempo e costituiva un pericolo di rivoluzione all’interno della chiesa. Mentre, invece, anche un reazionario può essere semplice e allontanare in certe fasi della vita l’utilizzo di privilegi anacronistici e poco simpatici alla folla dei cittadini. Anche un reazionario di potere, può chiamarsi Francesco e può pagarsi il conto dell’albergo, in diretta tv, appena diventato papa senza per questo diventare uno che sta realmente dalla parte dei poveri, dalla parte cioè degli interessi materiali dei poveri contro chi li ha costretti a esserlo.

Un conto è la semplicità e un conto è essere dalla parte degli ultimi sul serio fino alle estreme conseguenze. Bergoglio è semplicemente una persona che non si approfitta di privilegi ridondanti e oggi poco comprensibili al suo “gregge” di anime.

Questi lunghi anni in Occidente sono stati ad appannaggio di un’egemonia politica e culturale di una destra ancor più pericolosa di quella storicamente conosciuta, perché essa ha compreso la necessità di trasformare il senso comune delle persone portando alla scomparsa quasi totale di un’idea conflittuale della società e di una voglia di guardare non più alla sostanza ma solo all’esteriorità, alla superficialità delle cose e dei fatti che accadono.

Bergoglio, da buon gesuita, ha perfettamente compreso questo da anni e da un lato ha fatto e sta facendo di questa semplicità estetica il suo cavallo di battaglia e dall’altro sta portando avanti una propria battaglia, non so se chiamarla di già crociata, contro il suo continente punta di diamante di un’idea altra e diversa dello sviluppo umano.

Bergoglio lancia, come in parte fecero il polacco e il tedesco, strali contro la versione più feroce del capitalismo (della quale però non fece parola durante la dittatura militare e neppure dopo la sua caduta) per riprendere il filo lontano della dottrina sociale della chiesa che espunge qualsiasi forma di idea di conflitto. Tutti sulla stessa barca insomma, e ognuno al proprio posto naturalmente. E, non a caso si cerca di far passare questa idea vecchia e anacronistica, sotto il nome di una nuova Teologia dei Popoli in contrapposizione, forse non nelle parole ma nei fatti, a quella della Liberazione che andava al nocciolo dei problemi individuandone cause e responsabilità.

E’, dunque, in atto una poderosa nuova avanzata ideologica della chiesa cattolica rivolta sia contro le sette evangeliche, che durante gli anni d’oro della Teologia della Liberazione venivano lautamente sostenute dagli Usa con l’evidente complicità del Vaticano contro di essa e la sua influenza nelle masse popolari povere del subcontinente americano.

Oggi che la Teologia della Liberazione è debellata ci si accorge del pericolo pentacostale e allora si corre ai ripari per sconfiggere il mostro che si è creato ma, dall’altra parte, la crociata guarda anche, a mio avviso, alla nuova stagione progressista e rivoluzionaria latinoamericana e non a caso si parla di già del primo papa bolivariano della storia, ponendo in essere semplificazioni degne di analfabeti della storia ma visto che provengono da colti osservatori dei fatti latinoamericani è evidente la forzatura e la poca onestà intellettuale..

Insomma, la chiesa di Roma e il codazzo dei suoi sostenitori nei media e nelle società hanno iniziato una nuova battaglia contro il progresso e contro chi vuole il superamento di un sistema economico e sociale che ha ammazzato miliardi di esseri umani nel corso della storia degli ultimi due secoli. Sarà una lotta durissima perché Bergoglio usa e userà sempre di più le sottili armi di una semplicità che richiama a milioni di esseri umani il fatto che un potente della terra sia quasi come loro, quasi uno di loro.. ma sta proprio in quel quasi la differenza sostanziale e insopprimibile fra lui e loro.

Andrea Genovali

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