Berlinguer, alcune note per una riflessione collettivaTribuno del Popolo
venerdì , 28 luglio 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:

Berlinguer, alcune note per una riflessione collettiva

Riceviamo dall’autore e pubblichiamo quale contributo al confronto sulla figura di Enrico Berlinguer

Fonte: Marx21.it

Molti, forse troppi, in queste settimane intasano riviste, quotidiani, per non parlare della rete, con opinioni, epitaffi, “bilanci” a proposito della figura di Enrico Berlinguer e della sua segreteria. Sono spinto a scrivere alcune brevi riflessioni, che spero possano contribuire ad arricchire uno scambio di vedute nell’indirizzo di un’analisi approfondita e dialettica della nostra storia, per tentare di dare a questa discussione delle tonalità diverse, di avviare una nuova discussione nell’agorà affollata di idolatri e detrattori. La circostanza di un’iniziativa commemorativa sviluppata nella città di Minervino Murge, su iniziativa di un’associazione culturale della sinistra cittadina, mi sprona ulteriormente a muovere in tal senso.

Restando fedele alla premessa iniziale, affronterò molto brevemente e schematicamente questioni, che tuttavia meriterebbero e necessiterebbero di tutt’altra forma espositiva, le quali reputo ineludibili per la loro grandezza teorica e per il loro contatto con l’attualità dei problemi politici. Mi sforzerò di non restare cinto nell’ambito della speculazione intellettuale o di un’analisi puramente estetica di questo leader, provando a raccogliere e rendere organici alcuni pensieri che, ormai maturi, sono pronti a divenire un patrimonio collettivo per una cultura politica collettiva marxista e leninista.

Riprendendo quanto scritto da una grande rivoluzionario russo nell’incipit di un’opera fondamentale che porta il nome di “Stato e rivoluzione”, il primo necessario compito di coloro i quali non vogliano sminuire il valore storico dei grandi rivoluzionari e personaggi della storia è impedire, da un lato, che questi siano damnatio memoriae (la dimenticanza d’imperio), dall’altro, che vengano “addomesticati” e normalizzati. Proprio questo secondo rischio corre oggi la figura di Enrico Berlinguer, sempre più di frequente accostato all’epiteto dell’ “italiano onesto” o del “cittadino perbene”, in luogo di quello che dovrebbe essere il più naturale accostamento, cioè di massimo dirigente comunista italiano.

LA STRATEGIA BERLINGUERIANA

Provo a lanciare qualche schematico input, operando nella direzione su indicata, richiamando alcuni tra gli snodi più importanti della sua segreteria:

- Compromesso storico. Nel solco della lotta gramsciana per l’egemonia, ereditando un partito di massa radicato e corposo da Togliatti e Longo, Berlinguer deve fronteggiare il tema del potere, cioè come riuscire a fare un passo in avanti rispetto a una condizione che vedeva il PCI sul punto di divenire forza di governo o rimanere forza d’opposizione. La proposta alla DC, volta alla reciproca legittimazione, sarà, secondo lo scrivente, lungimirante soprattutto come risposta agli eventi cileni, al golpe di Pinochet sostenuto dalla Cia e dall’imperialismo americano, all’offensiva delle classi dominanti che assume il volto della barbarie e dell’eversione. Berlinguer aveva probabilmente compreso quanto un pericolo simile fosse presente anche nella fragile democrazia italiana (memore, anche in questo caso, della lezione di Togliatti, che, all’indomani della resistenza vittoriosa, disse che difficilmente in tempi brevi si sarebbe riuscito a sradicare dalla testa del popolo italiano i retaggi del ventennio nero). Da questa prospettiva, i successivi eventi, scandali, che hanno coinvolto da protagonisti il mondo della massoneria e dei servizi segreti, che possono essere riassunti nei nomi della “Loggia massonica P2” o “Gladio”, ben esemplificano il persistere di un sovversivismo antidemocratico in seno alle classi dirigenti italiane.

- Questione morale. Non si trattò mai di una invettiva moralistica come poi è stato colpevolmente cercato di affermare. “Io le invettive non le lancio contro nessuno, non mi piace scagliare anatemi, gli anatemi sono espressione di fanatismo e c’è troppo fanatismo nel mondo”, queste le parole di Enrico Berlinguer stesso. Non si trattava di un conflitto da aula giudiziaria. Berlinguer aveva compreso, ancora una volta in maniera nitida e netta, e affermato (con l’avversione di una parte dello stesso Pci) che l’occupazione dei ruoli di potere pubblico ed economico da parte dei partiti di governo era funzionale ad un solo fine: quello di tenere lontano il partito comunista dal potere e dal suo esercizio (la vicenda Moro, dopotutto, rientra perfettamente in questo disegno efferato). E’ sempre, dunque, il tema del potere il cuore dell’analisi di Berlinguer, un’analisi eminentemente marxista, pur tuttavia lungimirante rispetto al dilagare dei fenomeni successivi di degrado della vita pubblica. Sarebbe, però, interessante analizzare, attraverso queste lenti di lettura, il successivo periodo segnato dal susseguirsi di indagini e processi meglio noto come “Tangentopoli”, un momento storico che succede alla fine del Partito comunista, cioè alla caduta di quel pericoloso e destabilizzante monolite che aveva reso necessaria l’occupazione dei posti chiave del potere istituzionale ed economico. Venuto meno quello spauracchio (assieme a quello dell’Unione sovietica) buona parte della classe dirigente e imprenditoriale di questo Paese ha potuto “liberarsi” di ogni forma di legame, più o meno legale, con i partiti di governo, cominciando a denunciare penalmente quel sistema e a sottrarsi a un circolo vizioso di cui essa stessa era stata parte fondamentale e consenziente;

- Europa. Contrariamente alla vulgata dominante, la segreteria di Berlinguer fu volta all’accettazione del processo di integrazione europea ma fu anche la segreteria che disse di no allo SME (sistema monetario europeo) e fu durante la direzione berlingueriana che il Pci elesse in parlamento personalità come Luigi Spaventa che in un lucido discorso in aula, motivando il voto contrario del PCI all’ingresso nello SME, enunciò nefasti presagi a proposito della realizzazione di un sistema monetario unico affermando questo il 12 dicembre del 1978: “Quest’area monetaria rischia oggi di configurarsi come un’area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese dello sviluppo dell’occupazione e del reddito. Infatti non sembra mutato l’obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda interna”. Quanta lungimiranza in queste parole, come d’altronde anche in queste altre: “inserendoci in quest’area, nella quale il marco e il governo tedesco hanno un peso di fondo, dovremo subire un apprezzamento della lira e un sostegno artificiale alla nostra moneta. Nonostante ci sia concesso un periodo di oscillazione al 6%, saremo costretti a intaccare l’attivo della bilancia dei pagamenti. Lo Sme determinerà una perdita di competitività dei nostri prodotti e un indebolirsi delle esportazioni. C’è un attendibile pericolo di ristagno economico”. Parole di un dirigente del PCI che alcuni decenni dopo diventerà Presidente della Repubblica, attualmente ancora in carica. Una grande lezione: il rifiuto di ogni tabù che invece oggi regnano incontrasti (euro sì o euro no, tanto per esemplificare). Una lezione che parla di una realtà dialettica, in continuo movimento, da analizzare e capire senza pregiudizi;

UNA QUESTIONE CONTROVERSA: L’URSS

Resto fedele alla premessa iniziale sullo schematismo, ma voglio chiudere provando a ragionare su una questione che probabilmente, se lo scrivente fosse stato contemporaneo di Enrico Berlinguer, avrebbe mostrato più di una perplessità e valutazioni scettiche: il distacco dall’Urss e le conseguenti tesi arrendevoli sulla Nato ed eurocomuniste. Per un’ estrema (anche troppo, probabilmente) sintesi: i rapporti di forza internazionali non sono mai secondari, con gli altri partiti, soprattutto quando questi sono a capo di grandi stati decisivi negli equilibri del mondo. Vi sono stati partiti comunisti in Europa, come quello portoghese di Cunhal o quello greco, tradizionalmente definiti allora “ortodossi” che oggi sviluppano critiche dell’esperienza del socialismo reale dialettiche, dure, ma mai liquidatorie o frettolose.

La stessa lezione di Giorgio Amendola, leader della cosiddetta “destra socialdemocratica” del Pci che al momento della scelta se contrastare l’intervento sovietico in Afghanistan durante gli anni ’80 sceglie sicuro di schierarsi con l’Unione sovietica durante una Direzione nazionale del Partito, deve contribuire a tenere aperta una riflessione critica.

L’esaurimento della spinta propulsiva (una tesi molto simile a quella propugnata dalla socialdemocrazia tedesca di fine ‘800 nei confronti dell’esperienza storica della Comune di Parigi per giustificare l’abbandono di posizioni rivoluzionarie) e l’accettazione della Nato credo abbiano prodotto più conseguenze negative che positive, specialmente nel lungo periodo. Non a caso, l’Europa è stata per molti anni l’unico continente, nella quasi totalità dei suoi Paesi, sprovvisto di una sinistra politica autonoma e capace di incidere nei rapporti reali, ricollegandosi alle grandi dinamiche in atto nel mondo; una situazione in via di cambiamento, oggi, in senso positivo a seguito di un lavoro di ricostruzione importante. Probabilmente, la scelta eurocomunista, e l’affermazione della centralità dell’Europa come terreno di lotta rivoluzionaria non è stata nei fatti premiata dalla storia: in primo luogo per aver creato divisione all’interno dello stesso gruppo dei partiti comunisti europei ed in secondo poiché essa poggiava su basi teoriche e materiali (da non dimenticare l’offensiva reazionaria che si sviluppa di quegli anni, ad esempio proprio nel cuore dell’Europa, con l’ascesa della “lady di ferro”, Margaret Thatcher).E, proprio a riprova dell’essenzialità dell’essenzialità della questione posta, non si può non legare ciò che è accaduto ieri con quello che si manifesta oggi: come poche righe sopra affermato, l’esistenza di grandi dinamiche in atto palesa una situazione di nuova polarizzazione del mondo che vede, da un lato, l’occidente sempre più declinante (ciò che Sergio Romano ha definito “la fine dell’Impero americano”) dall’altro i Paesi emersi dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) a cui da poco si è aggiunta anche l’Argentina, Paesi che sempre più intrecciano le proprie economie, che tra pochi anni costituiranno i due terzi della ricchezza mondiale ed alcuni dei quali tendono verso il socialismo. Una polarizzazione che, presto o tardi, comporterà nuove scelte di collocazione strategica internazionale.

Non è intenzione di queste brevi righe imporre una verità, ma tentare attraverso le lenti della storia (di ieri e di oggi), del rapporto di causa effetto tra gli eventi più significativi dell’ultimo trentennio, di raccogliere valutazioni e analisi in un patrimonio collettivo che possa fornire gli strumenti critici della coscienza, rifuggendo da ogni tentazione di pressapochismo, siano esse volte alla liquidazione che all’idolatria.

Concludo questi appunti ricordando, anzitutto a me stesso, il grande testamento politico di Enrico Berlinguer, pronunciato negli ultimi istanti di coscienza del suo ultimo comizio a Padova:

“lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini, con la fiducia per le battaglie che abbiamo fatto, per le proposte che presentiamo, per quello che siamo stati e siamo, è possibile conquistare nuovi e più vasti consensi alle nostre liste, alla nostra causa, che è la causa della pace, della libertà, del lavoro, del progresso della nostra civiltà».

Francesco Valerio Della Croce

VAI SULLA PAGINA FB DEL TRIBUNO

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top