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sabato , 27 maggio 2017
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Bersani: con Monti dopo il voto

Dopo la “proposta shock” urlata da Berlusconi, il segretario del Pd risponde esprimendo ancora una volta il suo chiaro intento di collaborare con i centristi dopo il voto. Dopo mesi di esternazioni al ribasso Bersani ha tratto il suo dado, ma l’elettorato di centrosinistra insorge stordito dal trasformismo del partito.

Fonte: Oltremedianews

Monti-bersani


 “Sono prontissimo a collaborare con Monti e i suoi dopo il voto”, con queste scarne e ferme parole Bersani ha palesato le tattiche politiche del suo partito. Dopo molti mesi di mani tese e poi ritratte, quasi come nei giochi dei bambini, Bersanilancia la sua definitiva apertura al premier uscente che, come già in precedenza, risponde senza convinzione e senza dare certezze: ”Siamo pronti a collaborare sulle riforme con un eventuale governo Bersani”. Nonostante la dichiarazione d’amore sviolinata da Bersani quindi, Monti continua a ricoprire, seppur in palese svantaggio nei sondaggi, il ruolo della donzella corteggiata, mostrandosi disponibile o ritroso a seconda dei momenti. In particolare, l’appena rieletto segretario dei Democratici, si è detto aperto ad ogni collaborazione con chiunque osteggi liberismo, populismo e leghismo.
Ma mentre sugli ultimi due punti ci siamo, il tema delle politiche economiche sembrerebbe fare da filtro all’alleanza. Proprio l’utilizzo del condizionale è l’elemento che più destabilizza l’elettorato progressista che si riconosce nel Pd. Come può un partito di sinistra, o presunto tale, pensare di poter collaborare con chi per oltre un anno ha perpetuato politiche austere, liberiste e antiegualitarie? Che ne sarà delle parole di Vendola, che da tempo si definisce “una polizza per l’elettore di sinistra sull’effettiva essenza progressista della coalizione” e che solo pochi giorni fa ha dichiarato insensata e addirittura ineffabile una sua convivenza con il governo Monti? Se vale la proprietà transitiva, allora il Partito Democratico non è foriero di istanze di sinistra, ma in tal caso i vari provvedimenti sociali annunciati nella carta “Italia bene comune” debbono essere reinterpretati alla luce della nuova e inconfutabile situazione.

Effettivamente però, a ben considerare, il punto quarto dell’articolo decimo della carta, chiamato “responsabilità”, recita testualmente: “assicurare il pieno sostegno […] degli impegni internazionali già assunti dal nostro Paese o che dovranno esserlo nel prossimo futuro”. Al lettore attento non sfuggirà di certo che sotto la voce “impegni internazionali già assunti o da assumere a breve”, si cela, tra l’altro, il fiscal compact che comporta l’assunzione del pareggio di bilancio come norma costituzionale e la drastica riduzione della spesa pubblica (meno fondi per scuole, ospedali, amministrazioni, regioni, opere pubbliche, giustizia, carceri, forze dell’ordine e per tutte le imprese parzialmente controllate dallo Stato). Non si vorrà di certo scomodare Norberto Bobbio per capire che questi provvedimenti tradiscono l’aspetto sociale e popolare del Partito Democratico. Dunque la proposta lanciata e ribadita da Bersani non sembra più così assurda e “ineffabile”, con buona pace di Vendola.

Nel frattempo non si fanno attendere le reazioni, tutte negative, degli altri schieramenti politici. Antonio Ingroia, leader di Rivoluzione Civile, si è detto lieto del fatto che Bersani abbia finalmente palesato le sue strategie, permettendo agli elettori di regolarsi consciamente come meglio credono. Dal centrodestra, invece, volano critiche su un’alleanza stipulata “per paura di Berlusconi”, come dice Cicchitto, e per “proteggersi a vicenda dallo scandalo Mps”, come ha insinuato Maroni. La critica più sferzante, ma per nulla inaspettata, è quella venuta da Sel, che ha addirittura ipotizzato un suo distaccamento dal Partito Democratico, rischiando così di far naufragare il progetto “L’Italia giusta”, di cui Sinistra Ecologia e Libertà si è fatta strenua sostenitrice.

Il rischio è che Bersani ora bruci i suoi consensi in un fuoco da lui stesso appiccato. Dichiararsi pronto a governare con Monti, ma solo a elezioni concluse, è un’arma a triplo taglio: in primis tradisce le aspettative dell’elettorato di centrosinistra, che vota un partito nato progressista e subito trasformato in conservatore, in secundis rappresenta già in partenza una brutta rinuncia all’autosufficienza e a parte del proprio programma sociale ed economico e in extremis, permetteteci questa considerazione, tradisce per sempre la nobile cultura di un partito nato da Gramsci e morto, a quanto pare, con Buttiglione.

  Fabrizio Leone

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