Bersani e il Pd alla deriva. Quando le "correnti" fanno paura | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
venerdì , 24 marzo 2017
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Bersani e il Pd alla deriva. Quando le “correnti” fanno paura

Se il Pdl piange, il Pd non ride. Questo è il quadro che è emerso all’assemblea del Partito Democratico, un quadro che ci parla di un partito diviso e in balìa delle correnti, con un Bersani sempre più incapace di tenere la barra dritta.

Al termine dell‘assemblea Democratica Perluigi Bersani è rimasto con l’amaro in bocca. Ci ha provato il segretario a tenere a bada le diverse correnti che dilaniano dall’interno il Pd, ma alla fine ha dovuto piegarsi di fronte alle divisioni interne e alle diverse anime del partito. L’Assemblea doveva e poteva essere un modo per ricomporre divergenze e dissapori in vista delle primarie, e invece è andato tutto storto, al punto che si è quasi sfiorata la rissa e Rosy Bindi è stata violentemente contestata dalla folla per i diritti civili. Insomma un vero e proprio fallimento, il fallimento di un’assemblea che poteva far registrare un bel passo in avanti e invece ha fatto segnare un brusco stop forse anche grazie all’ottusità dei cosiddetti “popolari piddini” di Rosy Bindi, capaci di seppellire un importante documento sulle coppie gay che avrebbe potuto finalmente far fare un salto in avanti di qualità alla proposta politica del Pd. Insomma nel Pd altro che comunisti, a tenere le redini in mano sembrano essere i cattolici, pronti con aggressività a mettere il veto su proposte che riguardano i diritti civili dei cittadini.  Ancora peggio quando si è parlato di primarie con Civati, Gozi e altri che hanno chiesto a gran voce di fissare data e regole per la consultazione, con il limite dei tre mandati per i parlamentari in prima fila. In entrambi i casi Marina Sereni ha  spiegato che si trattava di “ordini del giorno che contrastano con i voti che abbiamo già effettuato, chi sta in Parlamento dovrebbe saperlo”, e allora quando si potrebbe fare? Mai.  “Il Pd è il primo partito del Paese, dobbiamo dire con precisione all’Italia che cosa vogliamo, il Paese non è fatto delle beghe nostre”, ha a quel punto urlato un Bersani spaventato, ma ormai era troppo tardi. Insomma, l’assemblea del Pd si è conclusa con un vero disastro e ha fotografato un partito ostaggio di sè stesso, incapace persino di scegliere con decisione se virare a sinistra verso Vendola e Di Pietro, oppure se rimanere in ostaggio dei centristi di Casini. Insomma un partito diviso in due dove tra “sinistri” e “centristi” c’è sempre meno in comune, un partito che rischia di implodere da un momento all’altro. Un partito travolto dalla paura e dall’inazione che non riesce a prendere le decisioni coraggiose che potrebbero fare uscire dall’empasse.

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