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martedì , 17 ottobre 2017
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Bersani. Siamo i primi ma non abbiamo vinto

Le parole del segretario del Pd non danno adito a ripieghi difensivi o ad apologie dell’ultim’ora: la politica, così coma la conosciamo da sessant’anni, non è più in grado di gestire il Paese. Dopo il mea culpa, Bersani si dichiara disposto a discutere con tutti purché lo si faccia nell’interesse del Paese. Diffidente verso un accordo con il Movimento 5 Stelle.

Fonte: Oltremedianews

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La conferenza di Bersani a Roma delle 17 dopo i risultati delle urne è un misto di amarezza, dubbi e un po’ di ingenuità. Il segretario Pd, come pure molti altri colleghi, ha riconosciuto l’inettitudine dell’attuale classe politica di rispondere positivamente alle necessità del Paese; è questa la principale fonte del calo vertiginoso dei voti al Pd rispetto ai sondaggi secondo l’analisi di Bersani. “Noi progressisti avevamo già capito da tempo che c’era bisogno di un cambiamento radicale e abbiamo provato ad adeguarci alle istanze innovatrici che si percepivano tra la popolazione. Abbiamo svecchiato i nostri schieramenti e innovato i nostri programmi, ma ammetto che il problema ha sopravanzato le nostre ricette”, con queste rammaricate parole Bersani ha dunque fatto mea culpa, ma dice di non voler assolutamente abbandonare la nave o lasciare il Paese in una situazione di ingovernabilità. “Le urne dicono che la nostra è la coalizione vincente, seppur di poco, e intendiamo lavorare nell’interesse dell’Italia per evitare di arenarci e finire in balìa del caso. Noi sentiamo verso tutto il Paese il compito di essere latori di rinnovamento e responsabilità, persino più di quanto non sia stato promesso in campagna elettorale”. Chiaramente la condizione necessaria affinché il Pd possa dar seguito alle sue ragioni è che il capo dello Stato affidi a Bersani il compito di formare una maggioranza e a tal proposito il segretario dei democratici sostiene di essere “consapevole della delicatezza del momento e conscio del fatto che Napolitano dovrà ponderare bene la situazione prima di affidarci l’incarico. Il nostro intento è però sempre quello di essere utili a tutto il Paese”.Nell’analisi della vittoria dimezzata, Bersani ascrive una buona fetta di colpa alla crisi attuale. “La crisi è stata sicuramente fonte di grande penalizzazione per tutta la politica, che si è mostrata incapace di opporvi resistenza. Oltretutto le promesse malsane di alcuni candidati, – il riferimento è tutto per Berlusconi – che hanno cavalcato la scontentezza generaleavanzando proposte irrealizzabili, gli hanno conferito un’attrattiva maggiore della nostra. Probabilmente un po’ più dichiarezza e impegno da parte nostra in campagna elettorale avrebbe pagato di più, ma io non me la sono sentita di foraggiare il malcontento con il populismo”. Nel prosieguo del discorso Bersani porta all’attenzione la sua proposta politica, “che è ciò di cui si sente bisogno” ha detto il probabile futuro premier. “Noi porteremo all’attenzione di tutto il Parlamento le proposte di rinnovamento  e cambiamento in materia di istituzioni, lavoro, costi della politicamoralità,difesa dei più deboli e impegno in Europa. Vogliamo dialogare con tutti, ma escludo categoricamente che possano essere stipulate alleanze di convenienza a tavolino con chicchessia. Il nostro intento è quello di governare e non di gestire. Il Paese ha bisogno di serietà e pragmatismo, punto; niente indugi e niente piagnistei, è ora di essere chiari e incisivi, e noi sentiamo tutta la responsabilità di questo compito conoscendo bene i rischi che pendono sull’Italia”.

Questioni retoriche da parte, è indubbio che Bersani non si possa dire soddisfatto e soprattutto che non si senta all’altezza di garantire una maggioranza stabile. Il suo discorso di oggi, infatti, è stato condito da un’innumerevole serie di appelli alla responsabilità di ciascun partito in Parlamento, come a voler giustificare un’eventuale caduta prematura del suo probabile governo a causa dell’irresponsabilità degli altri. A proposito di questo, Bersani si è mostrato scettico su un’alleanza con il Movimento 5 Stelle basata solo sulla convergenza d’opinione sulle tematiche e non sulla stima e fiducia reciproca. “Così non si governa” dice Bersani che poi aggiunge “oltretutto su tematiche come la permanenza dell’Italia in Europa non siamo assolutamente disposti a dare credito a proposte secessioniste. Possiamo essere d’accordo sul rivedere le politiche economiche dell’ austerità, ma l’Italia non ha futuro senza l’Europa.

Inoltre la legge elettorale del porcellum, spesso indicata come origine del problema politico in Italia dallo stesso Bersani, è ormai al suo settimo anno di vita e nessuno è mai riuscito a cambiarla o probabilmente nessuno ha mai voluto farlo davvero. Il segretario del Pd non sembra troppo convincente nemmeno quando parla di “innovazione dello schieramento e delle proposte dei progressisti”, infatti dopo le primarie di partito la questione della rottamazione promossa da Renzi è stata del tutto archiviata e dinosauri come Rosy Bindi si sono ben guardati dal cedere il proprio posto.

Quel che è certo è che se fossimo vissuti nella Russia zarista gli strateghi di corte di del Pd sarebbero stati dati in pasto ai coccodrilli. Un partito che fino a pochi mesi fa aveva più di 10 punti percentuali di vantaggio sul Pdl e su Monti, l’uno ritenuto inaffidabile per il suo leader e l’altro criticato per il suo lavoro da tecnico, è riuscito a farsi rimontare e quasi sorpassare dai suoi avversari. Inoltre, anziché proporsi, sul modello di Hollande in Francia, come forza socialdemocratica, progressista e alternativa allo strapotere di Bce, Fmi e alle politiche politiche liberiste, il Pd ha preferito emigrare a destra, strizzando l’occhio a Monti piuttosto che alle idee della sinistra sociale. Ma ora che i seggi in Parlamento del Professore non sembrano bastare per governare, il Pd si trova sperduto e disarmato tra gli scalpitanti grillini e il camaleontico, istrionico e ringalluzzito Berlusconi. A  Napolitano e Bersani la scelta a chi affidarsi.

  Fabrizio Leone

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