Bignamino popolare. Sulla questione della rivalutazione del capitale di BankitaliaTribuno del Popolo
giovedì , 27 luglio 2017
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Bignamino popolare. Sulla questione della rivalutazione del capitale di Bankitalia

La Legge Bancaria del 1936 definì la Bankitalia un “istituto di diritto pubblico” e le affidò definitivamente la funzione di emissione della moneta nazionale; gli azionisti privati vennero espropriati delle loro quote, che furono riservate a enti finanziari di rilevanza e proprietà pubblica (assicurazioni, istituti previdenziali, banche e casse di risparmio). Il capitale venne fissato in 300 milioni di lire e suddiviso in 300 mila quote da 1000 lire ciascuna.

Fonte: Marx21.it

Da allora, tale capitale (156 mila euro) non era mai stato rivalutato (a differenza di quanto avvenuto per altre banche centrali europee) ed era ormai tra i più bassi nei paesi dell’eurozona (davanti solo alla banca irlandese e dietro persino a quella cipriota, sostiene l’ABI) malgrado che Banca d’Italia risulti tra gli istituti centrali più patrimonializzati del continente.

La legge approvata nei giorni scorsi alla Camera autorizza la Banca d’Italia (che aveva già provveduto alle necessarie modifiche statutarie) ad aumentare il proprio capitale a 7,5 miliardi di euro. Ciò avviene attraverso l’utilizzo di parte delle proprie riserve. Al di là di tecnicismi vari, si può senz’altro affermare che si tratti di “risorse pubbliche” in quanto accumulatesi nel tempo nell’esercizio di funzioni pubbliche.

L’ammontare al quale è stato ora fissato il capitale della Banca d’Italia rappresenta il valore massimo di una forbice (5-7,5 miliardi di euro) indicata a conclusione di uno studio “tecnico” condotto da esperti dell’Istituto coadiuvati da tre “saggi” esterni1.

Va detto che secondo alcuni economisti tale cifra è eccessiva (ci si sarebbe dovuti fermare a circa 3 miliardi) mentre secondo altri (la proposta a suo tempo appoggiata da Brunetta) si poteva arrivare sino a 20 miliardi.

Tali enormi difformità di valutazione dipendono non solo dalla complessità della materia ma dalle scelte (tutt’altro che tecniche) su quali poste patrimoniali e reddituali prendere in considerazione (ricordiamoci, ad esempio, che Banca d’Italia custodisce le riserve valutarie ed auree della nazione). La soluzione adottata, quindi, sembrerebbe essere in qualche modo intermedia e tenere conto (scontare, in termini più tecnici) della profittabilità solo di alcune attività dell’Istituto escludendone altre (più direttamente legate alle funzioni pubbliche, quali ad esempio l’emissione e messa in circolazione della moneta con i derivanti profitti detti di signoraggio).

In sostanza, la veste che si vuol dare all’operazione è la seguente. Si fa una robusta rivalutazione del capitale una tantum (utilizzando una parte delle riserve) ma nel contempo si chiarisce “una volta per tutte” che i “quotisti” (azionisti privati) non possono vantare alcuna pretesa sulla parte rimanente. Torneremo sul punto.

Il valore di una singola quota del capitale di Banca d’Italia passa quindi da 0,56 euro a 25 euro. Ma chi possiede oggi queste quote?

Come noto, pressoché tutti gli istituti finanziari cui furono attribuite nel ’36 sono stati privatizzati a partire dai primi anni novanta. Inoltre, da allora si è sviluppato un gigantesco processo di concentrazione del sistema bancario ed assicurativo (a più fasi) che ha ovviamente determinato un forte accumulo di quote nei gruppi principali. Attualmente quasi due terzi del capitale di Banca d’Italia fanno capo ad Intesa Sanpaolo (circa il 42%) ed Unicredit (circa il 22%). Seguono Generali (6%), Carige (4%), BNL-Paribas (2,8%), Monte Paschi (2,5%) e così via. Il solo azionista pubblico con una quota rilevante è l’INPS (5%).

Quindi, non solo il capitale di Banca d’Italia è in mani private (succede anche altrove, Usa e Giappone in primis, ma non in Francia e Germania, ad esempio), non solo “gli azionisti” sono proprio quelle banche su cui l’Istituto deve esercitare vigilanza e controllo2, ma il grado di concentrazione, e cioè il peso dei principali soci, è diventato nel tempo una vera ingombrante anomalia sulla quale si è deciso di intervenire.

La legge, infatti, stabilisce ora un tetto del 3% al possesso di ogni soggetto/gruppo e, per le quote temporaneamente eccedenti, è prevista la non spettanza del diritto di voto (un meccanismo analogo di sterilizzazione era comunque già in vigore) e l’imputazione dei relativi dividendi alle riserve statutarie della Banca.

A regime, quindi, il capitale della Banca d’Italia risulterà correttamente ben più frazionato di oggi, anche se è la fotografia dell’attuale assetto societario quella ci dà anche la distribuzione dei relativi benefici del provvedimento di rivalutazione deciso nei giorni scorsi. Ma quali sono?

In primo luogo, ovviamente, le banche e assicurazioni private che hanno “ereditato” da quelle pubbliche la proprietà della Banca Centrale incassano una straordinaria rivalutazione delle quote in loro possesso che comporta un significativo rafforzamento del loro patrimonio, cosa ancor più importante in previsione degli esami cui saranno sottoposte dalla BCE in vista dell’avvio dell’Unione Bancaria.

In secondo luogo, su tali eccezionali plusvalenze le banche dovranno pagare le tasse e, tuttavia, ciò avverrà con un’aliquota agevolata che è stata fissata al 12%: in tutto se la caveranno con circa 900 milioni di euro.

Ma soprattutto è interessante vedere cosa succederà in futuro in tema di dividendi.

In base alle regole precedenti la Banca d’Italia non poteva distribuire utili superiori al 10% del capitale sociale (una cifra ridicola poiché esso ammontava, ricordiamo, a 156.000 euro) più una quota straordinaria (decisa discrezionalmente dal Consiglio Superiore della Banca stessa) legata ai frutti dell’investimento delle riserve e comunque non superiore al 4% delle stesse. E’ del tutto evidente che tale somma aggiuntiva ha costituito la vera remunerazione dei partecipanti al capitale negli ultimi decenni. L’importo distribuito (nel 2012 circa 70 milioni di euro) si è comunque sempre collocato su valori di gran lunga inferiori al limite massimo del 4% (negli ultimi 14 anni è stato pari indicativamente allo 0,5% delle riserve).

Le nuove regole non fanno più alcun riferimento a poste straordinarie rapportate alle riserve (come dicevamo prima, è l’elemento ideologico per il quale queste sarebbero state definitivamente “separate” dalla disponibilità degli azionisti) e abbassano al 6% del capitale sociale la quota di utili distribuibili annualmente sotto forma di dividendi. Solo che ora il capitale è di 7,5 miliardi di euro ed il 6% equivale a circa 450 milioni di euro all’anno.

In soli due/tre anni, quindi, le tasse “straordinarie” incassate dall’erario (e che sono servite nella propaganda “di regime” per rendere sostenibile la cancellazione dell’IMU….) potrebbero essere compensate dal flusso addizionale di utili che dalla Banca d’Italia, invece di finire al Tesoro o in riserve, andrebbero agli azionisti privati.

Naturalmente, ed è un punto chiave, la norma statutaria stabilisce che i dividendi possano arrivare al 6%, non dice che debbano farlo necessariamente.

E, tuttavia, negli stessi calcoli “ufficiali” alla base dell’operazione di rivalutazione, gli esperti ritengono questo l’ordine di grandezza degli utili attesi che giustifica le dimensioni dell’aumento di capitale prima suggerito e poi effettuato.

Ma perché questo riferimento “di mercato” è così importante?

Bisogna ricordarsi, a questo punto, che avendo fissato al 3% la quota massima del capitale di Banca d’Italia che ogni singolo operatore potrà possedere, la maggioranza delle quote, nei prossimi anni, dovrà necessariamente passare di mano.

Si apre quindi un nuovo mercato e la legge stabilisce le categorie di investitori che potranno parteciparvi (Palazzo Koch manterrà comunque una sorta di potere di veto)3: come oggi saranno banche, assicurazione, fondazioni, enti ed istituti di previdenza ed assicurazione cui si aggiungono (occhio!) i fondi pensione istituiti in Italia.

Ma detto chi può farlo, chi sarà effettivamente a tirare fuori il contante in assenza di garanzie su un livello di dividendi ritenuto adeguato (pari appunto al 5-6%)? Saranno i grandi gruppi venditori ad accettare un sacrificio di prezzo, restituendo così parte del malloppo? Difficile da pensare. Verrà esercitata da parte di Governo e Bankit una sorta di moral suasion verso i potenziali acquirenti? Probabile.

Ma la soluzione di ultima istanza è già stata comunque individuata dalla legge che consente alla stessa Banca d’Italia di acquistare (temporaneamente) le proprie azioni nel caso in cui le banche venditrici non dovessero trovare acquirenti sul mercato… Altro denaro pubblico, quindi, che in questo caso servirebbe per monetizzare al prezzo prestabilito il “regalino” ricevuto.

In conclusione: siamo di fronte ad una porcata contro il popolo italiano, ad una furbata contabile o all’ennesimo regalo ai banchieri? Naturalmente un mix di tutto questo.

Quanto meno, è difficile sfuggire all’impressione che, come per la privatizzazione di Poste, si tratta di un’operazione che mira “a fare cassa”, sacrificando qualche residuo gioiello di famiglia (nel caso, parte cospicua delle riserve di Banca d’Italia), senza preoccuparsi dell’impatto futuro su conti pubblici e ricchezza del paese. Anche che ciò avvenga con il concorso ed a vantaggio delle tecnocrazie finanziarie italiane (ed europee) non è certo una novità.

Non era certo difficile immaginare alternative. Non è una questione di stile ma… di classe.

Per chi volesse approfondire il tema a partire dalle posizioni ufficiali del Governo il link che consiglio è: http://documenti.camera.it/leg17/dossier/Testi/D13133.htm#dossierList

NOTE

1 Fa sorridere, amaramente, che uno di questi (chissà poi perché…) sia Lucas Papademos (uomo da sempre vicino a Goldman Sachs, come Draghi e Monti…), ex-primo ministro greco e ex-vicepresidente della BCE, nonché governatore dal ’94 al ‘02 della Banca di Grecia dove non è stato certo marginale il suo ruolo nel tentativo di dissimulare (falsificare) l’esatta entità del debito pubblico ellenico.

2 Su questo punto, per inciso, si fonda il famoso argomento del quanto meno potenziale “conflitto di interessi”, più volte sollevato negli ultimi anni anche da sinistra. Una questione secondo me non centrale e, di solito, mal posta e che comunque tenderà a diventare più marginale con il passaggio alla vigilanza europea previsto dall’Unione Bancaria.

3 Su questo punto si era acceso uno specifico allarme legato al fatto che le quote potessero essere cedute anche all’estero, quanto meno in ambito comunitario. Le modifiche alla legge introdotte in Senato (e poi confermate alla Camera) hanno per il momento sventato questo rischio (limitando i potenziali acquirenti a società aventi sede e amministrazione in Italia) anche se rimane da verificare la compatibilità di tale norma con la disciplina europea.

Claudio Bettarello

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