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mercoledì , 18 gennaio 2017
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Bocciati! Il rapporto dell’ISTAT diramato ieri parla chiaro: l’Italia è in piena recessione.

Fanno discutere i dati resi noti ieri dall’ISTAT circa lo stato di salute dell’economia italiana. La recessione nel 2012 è stata del 2,3%, la disoccupazione del 10%, mentre i consumi sono calati del 3%. Il rapporto boccia l’economia del nostro Paese e pone interrogativi sull’efficacia delle misure montiane. 

http://www.oltremedianews.com/5/post/2012/11/bocciati-il-rapporto-dellistat-diramato-ieri-parla-chiaro-litalia-in-piena-recessione.html

 

Non solo le pagelle giornaliere delle agenzie di rating, ora anche l’ISTAT boccia l’economia italiana. Se si volesse fare un bilancio di questi 12mesi di governo Monti basta guardare i dati diramati ieri dall’istituto di statistica italiano. Il prestigioso ente è stato infatti lapidario nel fissare al 2,3% la contrazione del Prodotto Interno Lordo italiano per l’anno 2012 e nel prevedere una ulteriore riduzione del Pil di mezzo punto percentuale con riferimento al 2013.

Passando al dato della disoccupazione la relazione descrive una realtà terrificante. Si attesterà al 10,6% nel 2012 ma aumenterà sino al 11,4% il prossimo anno. Ma è il dato assoluto ad impressionare: i disoccupati in Italia sono circa 3milioni e nell’ultimo anno sono aumentati di 300mila unità. Ciò senza contare il fatto che per disoccupati si vogliono intendere coloro che non hanno un’occupazione ma ne sono in cerca; è quindi esclusa dal conteggio quella componente di “inoccupati” ossia di quelli che non hanno un lavoro e non lo cercano neanche, considerando la quale il totale dei soggetti che in Italia sono senza lavoro sarebbe certamente destinato ad aumentare.

Con l’economia nazionale sembra stia andando a rotoli anche l’economia delle famiglie. In genere il flusso di reddito viene impiegato dalle famiglie sotto le voci consumo e risparmio; se calano il primo dato in teoria dovrebbe aumentare il secondo. Ed invece secondo i dati diramati ieri dall’ISTAT, a fronte di una riduzione dei risparmi delle famiglie la contrazione dei consumi sarebbe addirittura del 3,2%. Un dato pessimo, se pensiamo che, assieme ai consumi, anche le altre voci della domanda aggregata sono in sofferenza.

Già, la domanda aggregata. Se si vanno a guardare le componenti del prodotto interno lordo non c’è una voce che cresce. Oltre ai consumi si contraggono anche gli investimenti (-7% nel 2012), quindi la produzione industriale diminuisce, mentre crescono le tasse; a ciò si aggiungono le politiche di austerità che riducono la spesa pubblica (uno dei fattori principali della domanda aggregata che sostiene il Pil). L’unica voce positiva risulta essere quella della bilancia commerciale che crescerebbe di un misero 1%. Insomma, in queste condizioni parlare di uscita dalla crisi è pura follia.

Eppure ieri il ministro Passera si era detto ottimista sullo stato di salute dell’economia italiana, muovendosi nel solco di una linea tracciata nelle ultime settimane dal governo Monti e tutta impostata su un ottimismo di facciata di berlusconiana memoria. Niente di più falso, l’economia italiana è in crisi nera: basta pensare che con quello che si va concludendo sono ben otto i trimestri di recessione. Un dato non registrato né nel biennio 2008-2009, né tantomeno all’epoca della grande speculazione condotta ai danni della Lira nel 1992-1993.

Del resto il contesto italiano si annerisce se si guarda alla media europea dove si avrà una recessione di solo 0,5%. Lo spaccato rispetto al resto del contesto europeo è rivelato da un’interessante studio dell’Employee Labour Trust Index sui tempi necessari per trovare un nuovo lavoro in Europa. Il risultato è che il vecchio continente sarebbe sempre più diviso in due: si va dai 7,76 mesi ritenuti necessari in Germania per trovare un nuovo posto, in caso di perdita di lavoro – seguita da Regno Unito e Polonia con poco più di 8 – agli oltre 16 mesi necessari in Spagna e ai quasi 15 in Italia, per una media di 11 mesi e un indice europeo di facilità di reimpiego di soli 32,85 punti.
Al di là del contesto europeo incombono preoccupazioni circa la frenata delle economie emergenti (dal 6% al 4% di crescita), ma soprattutto le incertezze relative al voto americano. Se vinceranno i Repubblicani sarà difficile pensare al perpetuarsi di una politica espansiva come quella messa in campo da Obama. Se ciò si verificasse le speranze per l’attuazione di un New Deal andrebbero definitivamente perdute con inevitabili contraccolpi sull’economia mondiale.

Resta il fatto che, crisi o non crisi, le politiche messe in campo dal Governo Monti non hanno raggiunto l’effetto sperato. Nessun intervento a sostegno delle famiglie, ed anzi, continui aumenti della tassazione indiretta, riforma dell’articolo 18 e, infine, tagli alla spesa pubblica. Questi gli interventi adottati dall’esecutivo nell’ultimo anno, tutti hanno contribuito, come conferma il rapporto ISTAT, a peggiorare i dati macroeconomici. Facile immaginare che anche l’obiettivo principale che il governo tecnico si era prefissato sarà fallito: non si può attaccare il debito pubblico se non cresce l’economia. Il deficit aumenterà e si prevede che invece di diminuire lo stock si incrementerà assestandosi al 126% rispetto al Pil. Unico dato su cui il premier può sorridere è lo spread. Quando il professore della Bocconi si era insediato il differenziale con i Bund tedeschi era vicino alla soglia di non ritorno dei 600 punti. Oggi siamo ad un più accettabile 357, valore che ha fatto calare i tassi d’interesse sui Btp e ha reso momentaneamente più sostenibile l’alto debito pubblico italiano.

Detto ciò l’insidia resta dietro l’angolo. Il monito è arrivato del segretario generale dell’Ocse Gurria: “Il calo di oltre 200 punti dello spread è abbastanza importante, ma l’Italia deve mantenere un’allerta mercati, con il bazooka dell’aiuto Ue e Bce carico e da attivare se serve” Così il segretario generale Ocse Gurria in un’intervista all’ ANSA. “Una riduzione del cuneo fiscale – ha poi concluso – sarebbe positiva così come è da promuovere la lotta alla corruzione. Da parte sua, l’Europa deve accelerare gli sforzi contro la crisi: se la Spagna dovesse chiedere aiuto, riflette, sarebbe una decisione accettata e molto importante”.

Insomma, se Mario Monti sembra aver conservato il proprio appeal nei confronti del mondo della finanza, sono sempre di più gli italiani che si trovano a dover fare i conti con le misure economiche regressive promosse dal suo governo. I dati parlano chiaro, o ci sarà nei prossimi mesi un’inversione di tendenza scandita dalla crescita economica, oppure il debito diverrà davvero insostenibile. Chissà cosa penserà un economista come il premier dinanzi ad un contesto caratterizzato da valori macroeconomici come quelli evidenziati nel rapporto ISTAT. Forse non lo sapremo mai ma il dubbio sull’efficacia della cura “tecnica” diventa sempre più forte.

Michele Trotta

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