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venerdì , 24 marzo 2017
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Brasile. Anche Pelè finì nel mirino del regime militare

Il grandissimo Pelè è stato seguito dalla polizia brasiliana nel corso di tutta la sua carriera dopo che, nel 1970, osò ricevere da un membro di un sindacato di sinistra la copia di un manifesto a favore dell’amnistia ai prigionieri politici. E ora Romario, ex campione verdeoro attivo nella sinistra, chiede la testa del presidente della federcalcio carioca Marin.

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Negli anni Settanta il Brasile fu sconvolto da una feroce dittatura militare di estrema destra che imprigionava, uccideva  e intimidiva sistematicamente gli oppositori politici, specialmente se di sinistra. Ora i fantasmi del passato sono tornati nel paese carioca, che da tempo ha invece scelto una svolta di sinistra e progressista con Lula e Rousseff. Proprio ieri il governo ha annunciato di aver messo online oltre un milione di file segreti della dittatura militare brasiliana, un gesto che ha sancito una svolta in quanto ha squarciato il velo su un oscuro e fosco passato. Tra le altre cose si è scoperto che la dittatura militare fece seguire e controllare anche O’Rey Pelè, considerato uno dei più forti, se non il più forte, giocatore di calcio del mondo. A rivelarlo una serie di documenti dello stato di San Paolo resi pubblici, da cui emerge come funzionari dell’epoca abbiano spiato regolarmente la carriera sportiva del grande calciatore brasiliano e anche alcuni incidenti in cui fu coinvolto, tra cui un presunto attentato subito nella sua casa nella cittadina costiera di Santos. Pelè era già stato controllato dalla dittatura militare, che per inciso durò oltre vent’anni, dal 1964 al 1985, perché durante una cerimonia in suo onore nell’ottobre del 1970, per celebrare il trionfo mondiale in Messico, ricevette da un funzionario pubblico iscritto ad un sindacato di sinistra una copia di un manifesto a favore dell’amnistia ai prigionieri politici del regime.

Ora anche un altro campione della Selecao, Romario, attualmente deputato di sinistra al Congresso carioca, ha voluto dire la sua sulla vicenda e ha chiesto ufficialmente le dimissioni  del Presidente della Federazione brasiliana di calcio per i suoi presunti legami con la dittatura militare. Romario ha raccolto oltre 55.000 firme contro Marin, e ha consegnato le firme accompagnato da Ivo Herzog, il figlio di un giornalista locale assassinato dai sicari del regime nel 1975. Marin è stato direttamente accusato di aver preso parte all’omicidio, come sottolineato dallo stesso Herzog: “Nella nostra petizione abbiamo fatto un confronto dicendo che pensare di avere Marin alla guida della Coppa del Mondo è come immaginare che in Germania avessero assegnato lo stesso compito a una persona appartenuta al partito nazista. Si può immaginare una cosa del genere? Io non lo posso immaginare, ma è successo qui in Brasile. Questa è la realtà“. Marin, visibilmente in imbarazzo anche perchè attualmente è anche il  presidente del Comitato Organizzatore dei Mondiali, ha negato ogni addebito e ha accusato i media brasiliani di cercare di creare il caos: “Qualcuno in buona fede potrà constatare che le accuse di questi pseudo-giornalisti sono assolutamente false. È una campagna basata su bugie“, contesta in un comunicato sul sito della Federazione brasiliana. Sarà ma intanto Romario procede con la sua battaglia e la petizione per deporre Marin è stata consegnata, guardacaso, nello stesso giorno in cui il Brasile commemora il 49° anniversario del colpo di stato militare del 1964.

 ”Come presidente della Federazione, Marin sarà al fianco del presidente brasiliano Dilma Rousseff nell’accogliere i capi di stato che arriveranno in Brasile per la Confederations Cup e per la Coppa del mondo l’anno prossimo. Probabilmente condivideranno la stessa tribuna VIP, e penso che questa vicinanza sia imbarazzante per il nostro presidente“, aveva dichiarato Romario in un suo recente intervento al Congresso, chiedendo anche una Commissione verità per cercare informazioni su Marin, dopo la pubblicazione di un suo controverso discorso come membro del Congresso dello Stato di San Paolo pronunciato poco prima della morte del giornalista Vladimir Herzog.

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