Brasile: il calcio che non vogliamoTribuno del Popolo
venerdì , 20 gennaio 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:
Brasile: il calcio che non vogliamo

Brasile: il calcio che non vogliamo

Tra 27 giorni gli occhi di tutto il mondo saranno rivolti verso il Brasile, dove iniziano i mondiali di calcio. Vedremo tutti il Paese amante del calcio, festaiolo e allegro. Pochi, forse, si accorgeranno che c’è anche un altro Brasile. 

Fonte: Oltremedianews

C’è il Brasile della povertà, delle disuguaglianze, dei bambini di strada, delle favelas. C’è il Brasile delle contestazioni, delle rivendicazioni sociali e degli scontri. Venti persone sono state arrestate ieri a San Paolo dopo alcuni scontri tra manifestanti e polizia. E l’onda non si ferma. Il malcontento cresce e si fa sentire in tutto il paese. D’altronde si è ben pensato di sgomberare Maracanà per i mondiali, di pacificare delle altre favelas e nascondere così il problema. In ogni caso è molto probabile che chi viene in Brasile per la Coppa del mondo, difficilmente si metterà a fare domande sulle loro sorti.

Il problema, però, loro se lo pongono. Molti sono rimasti senza casa, poiché i nuovi alloggi che dovevano accoglierli non sono ancora pronti. Il Governo ha speso una cifra spropositata per questo evento, ma si vede che i soldi non bastavano per tutto. Circa 6 miliardi di euro sono stati spesi solo per la ristrutturazione degli stadi. Per le case, invece, c’è tempo. Capitolo a parte meriterebbe la questione degli sgomberi e del comportamento della Polizia di Pacificazione. Abbiamo già parlato qui degli scomparsi di Rio, i “desaparecidos da democracia”.

 Abbiamo parlato anche degli operai morti nei cantieri del mondiale, degli orari massacranti e dei diritti negati. Come se non bastasse, con l’inizio della competizione, migliaia di giovani brasiliani lavoreranno come volontari per la FIFA, per garantire il funzionamento delle attività. Come volontari nel senso che nessuno di loro avrà la fortuna di ricevere una retribuzione. I guadagni della FIFA, invece, saranno enormi come per tutte le aziende coinvolte.

Il Brasile che ci aveva abituato alla passione per il calcio, ai murales, alle manifestazioni stile carnevale, ha voltato le spalle. Forse si è svegliato. Stanco di aspettare, stanco di vedere miliardi spesi per un torneo di un mese, quando loro vivono nella miseria da una vita. Perciò “Nao vai ter copa nao”, almeno non per loro. 

  Elda Goci

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top