Brasile. La storica vittoria di Dilma irrita l'OccidenteTribuno del Popolo
domenica , 26 marzo 2017
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Brasile. La storica vittoria di Dilma irrita l’Occidente

Con una vittoria storica e importantissima in Brasile Dilma Rousseff, candidata per il Partito dei lavoratori di Lula, ha ottenuto il 51,64% dei voti sconfiggendo Aècio Neves, il leader socialdemocratico del Psdb. E’ la vittoria di Dilma che ora potrà inaugurare una nuova stagione di conquiste sociali e redistribuzione nel Paese più importante del Sudamerica. E non sorprende che il modello “Lula e Dilma” spaventi l’Occidente, che teme evidentemente che qualcuno possa imitarlo in Europa.

La sinistra di Lula e Dilma è una sinistra che vince, una sinistra al passo con i tempi capace di raccogliere le sfide del tempo e di vincerle, imponendosi nel paese più importante di tutto il Sudamerica. Stiamo parlando del Brasile, e quanto fosse scomoda la figura della Rousseff per l’Occidente è facilmente dimostrabile anche solo osservando lo spazio che i media avevano dato alle manifestazioni di protesta in concomitanza con i Mondiali del 2014. In quell’occasione tutti i media martellavano con le immagini delle proteste facendo passare il concetto che il popolo era in rivolta contro un governo corrotto che tagliava nel sociale per costruire gli stadi. Ovviamente erano tutte bugie di propaganda e i brasiliani per primi lo sapevano bene dal momento che nemmeno quattro mesi dopo hanno votato per Dilma, portandola alla storica riconferma contro il suo avversario, il socialdemocratico Aècio Neves, cui non sono bastati nemmeno i voti di Marina Silva, l’ambientalista vicina alla Casa Bianca. E invece ha trionfato il Pt, il Partito dei Lavoratori, un trionfo che merita di essere approfondito e che soprattutto meriterebbe l’attenzione di Matteo Renzi, uno che pensa che i partiti dei lavoratori siano retaggio del XIX secolo. Dilma ha invece dimostrato che vincere con le bandiere rosse dei lavoratori si può, non solo, ha dimostrato anche che si può cambiare un Paese, e e in lei ci hanno creduto ben 54,5 milioni di brasiliani (51,64% dei voti) contro i  51 milioni di Aècio Neves (48,36%). Tutti i giornali hanno titolato raccontando la vittoria di Dilma come una vittoria per il rotto della cuffia e parlando del Brasile di un “Paese diviso” non senza nascondere una punta di fastidio. Eppure andando a vedere anche Obama aveva vinto con il 50,3% contro il 48,1 di Romney, eppure in quel caso nessuno aveva parlato di scarto ridotto e di vittoria per il rotto della cuffia. Però i giornalisti italiani ed occidentali come al solito non se lo ricordano e anzi cercano di minimizzare la vittoria di Dilma. Il motivo è molto semplice, i poteri forti che gestiscono e ispirano l’Europa e l’Occidente in generale guardano con paura e timore al “modello Brasile” dal momento che è un modello di sinistra e vincente. In Occidente la sinistra non ha più nulla da dire e  ha paura anche solo a pronunciare certe parole, con la gente che ormai si è autoconvinta che sia impossibile cercare di fare gli interessi dei lavoratori. Dilma e Lula ce l’hanno fatta, e il timore è evidentemente che qualcuno inizi a guardare al loro modello, cominciando a proporre una nuova offerta politica oggi completamente assente nell’Occidente del neoliberismo. E ben si capisce vedendo quanto schiumano i giornalisti italiani, da “La Stampa” a “Repubblica” che dopo la vittoria della Rousseff hanno già evocato misteriose tendenze ribassiste nei mercati o situazioni economiche di crisi. Di colpo i giornalisti ci sciorinano tutto quello che in Brasile non va, dal deficit commerciale fino al rallentamento della produzione industriale, eppure non dicono quanti milioni di brasiliani grazie alle politiche di Dilma sono usciti dalla povertà, a loro questo dato ovviamente non interessa. Anche per questo l’Occidente tifava in modo smodato per Aècio Neves, sperando che con lui il Brasile avrebbe siglato accordi di libero scambio con Bruxelles, e ovviamente con Washington. E invece no, Aècio Neves ha perso per la “gioia” di Europa e Stati Uniti, ed esulta invece il Sudamerica con Maduro e Raul Castro in prima fila, ma esulta anche l’Argentina della Kirchner, anche questo un pugno nello stomaco dell’imperialismo a stelle a strisce che voleva scardinare il soft power brasiliano per “riprendersi” l’America Latina. A questo punto non resta che “fare come in Brasile” e costruire un Partito dei Lavoratori anche in Italia.

Dc

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