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venerdì , 24 marzo 2017
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Carcere e lavoro, a Milano apre uno store dedicato alle aziende nate nelle case circondariali.

Prodotti e servizi offerti dai carcerati, a Milano apre uno store dedicato alle attività produttive svolte nelle case circondarali. Il progetto nasce col patrocinio del Comune di Milano e mira a riqualificare il percorso riabilitativo di chi è sottoposto a pena detentiva. 

Fonte: Oltremedianews

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Lavoro e istituzione carceraria, spesso i due ambiti sono percepiti come alternativi: o lavori o stai in carcere; e se la pena si trasforma in un interminabile confronto-scontro con le quattro mura di una cella sovraffollata e con i suoi occupanti, qualcuno direbbe: “che buttassero la chiave!”.

A smentire il luogo comune del carcere come luogo di alienazione fisica e mentale ci ha pensato il comune di Milano che ha dato vita ad un nuovo store dedicato ai servizi e ai prodotti di aziende nate all’interno delle case circondariali milanesi. Apre dunque a Milano il primo polo italiano dell’economia carceraria. Lo store dell’Acceleratore d’impresa, situato in via dei Mille 1, è grande ben 200mq con 5 vetrine su strada ed è stato messo a disposizione dalla stessa amministrazione milanese. Il progetto nasce dalla cooperazione tra l’assessorato alle Politiche del lavoro, il Provveditorato alle carceri e 15 realtà imprenditoriali e consentirà ai detenuti dei carceri di Pollate, Opera, San Vittore e Beccaria di far conoscere alla cittadinanza il risultato dei loro lavori.

Grande la soddisfazione del comune di Milano: “L’inaugurazione di questo nuovo spazio è il giusto punto di arrivo di un percorso volto a valorizzare il lavoro, le professionalità e le imprese nate all’interno delle carceri milanesi. Lavoro, prodotti e servizi che trovano oggi una vetrina per aprirsi alla città e rafforzarsi sul mercato”, spiega l’assessore alle Politiche per il lavoro, Cristina Tajani, commentando l’apertura dello store. “L’impegno dell’amministrazione comunale per valorizzare le attività produttive svolte in carcere – sottolinea ancora l’assessore Tajani – non si conclude certo oggi. Grazie a un finanziamento di 20mila euro sarà realizzato, infatti, un pozzo per l’acqua nel carcere di Bollate, destinato ad alimentare le molteplici attività svolte: dalle serre al maneggio, sino alle lavanderie”.

Il progetto va inquadrato nell’ottica di un piano di riqualificazione dell’istituzione carceraria che dovrebbe essere al centro dei programmi di governo di ogni formazione politica e che invece è spesso denigrato. Parlare di carcere e di condizione dei detenuti significa infatti, soprattutto in campagna elettorale, toccare un tasto molto scomodo perché l’approccio dei più al problema è spesso tutt’altro che scientifico quanto piuttosto di tipo emotivo.
Diversa l’opinione dell’Unione Europea che più volte ha condannato l’Italia per la situazione di degrado e di sovraffollamento che purtroppo da anni si riscontra nelle carceri italiane. Nonostante ciò è sempre più difficile aprire le porte delle case circondariali all’esterno ed informare i cittadini su ciò che succede al loro interno. Spiegare ad esempio che la pena detentiva, così come dovrebbe essere intesa in un sistema democratico, non può consistere solo nel chiudere in un pozzo ciò che non piace; sarebbe come nascondere la polvere di casa sotto un tappeto.
Diversamente all’origine dell’istituzione carceraria c’è la convinzione della funzione riabilitativa della pena che, ovviamente, nei casi più gravi va combinata con l’esigenza di ridurre al massimo la pericolosità di comportamenti antisociali. Il carcere, dunque, sarebbe la risultante di queste due esigenze, entrambe necessarie affinché la pena sia inquadrata nell’ambito degli orizzonti tracciati dall’ordinamento costituzionale di questo Paese.
Dimenticare uno dei due aspetti della pena detentiva significa negare l’essenza stessa della pena e la sua funzione sociale: è ciò che accade quotidianamente quando si inseriscono 6 persone in una cella da 4, quando la detenzione si trasforma in un continuo alternarsi fra lo stazionamento in cella e l’ora d’aria, quando non si offrono possibilità di riqualificazione al reo. In questo contesto anche solo dare una prospettiva di lavoro, significa offrire un percorso riabilitativo a chi altrimenti vivrebbe il carcere come un luogo di contatto con la peggiore malavita.

  Michele Trotta

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