Carcere e minori. Visita all'istituto penale minorile di Casal del MarmoTribuno del Popolo
venerdì , 21 luglio 2017
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Carcere e minori. Visita all’istituto penale minorile di Casal del Marmo

Fonte: OltremediaNews

Essere adolescenti e nello stesso tempo detenuti. Un viaggio nella realtà del carcere minorile tra giovani in fuga da un passato difficile, spesso segnato da condizioni familiari disperate, e l’enigma del futuro stretto tra illegalità e reinserimento. 

E’ proprio vero quello che si dice: “nella vita l’importante è nascere dalla parte giusta”. Questa frase, apparentemente ovvia, acquista un valore ancora più significativo nella realtà di un carcere minorile, dove i giovani detenuti provengono spesso da situazioni familiari disperate, talvolta spinti o costretti a rubare e a condurre un’esistenza ben lontana dalle sicurezze a cui noi siamo abituati.

Per cercare di capire esperienze di vita così difficili ho richiesto un colloquio con una delle educatrici dell’istituto penale minorile di Casal del Marmo. Da questa intervista ho avuto la possibilità di conoscere l’organizzazione del carcere e i vari percorsi di recupero di questi ragazzi, adolescenti che, malgrado tutto, conservano i loro progetti e i loro sogni.

Secondo un dato recente, la struttura ospita intorno alle 80 unità: 57 ragazzi e 24 ragazze divisi in due sezioni maschili e una femminile. Non mancano gli italiani, ma la maggior parte di loro sono stranieri (rom, marocchini, rumeni…), quasi tutti immigrati che non hanno la cittadinanza italiana.

Com’è organizzata normalmente la giornata?

I ragazzi si svegliano la mattina, fanno colazione, sistemano le loro camere; poi ciascuno è destinato alle attività a cui partecipa. Abbiamo la scuola, sia elementare che media, e diversi laboratori che variano a seconda del periodo dell’anno.

In cosa consistono queste attività? Sono per prepararli ad un futuro lavorativo?

I laboratori principali sono quelli di falegnameria, pizzeria e fattoria. Poi vi sono anche delle progettualità più brevi nel tempo che possono avere finalità professionalizzante ma anche culturali o ricreative.

Quali sono i reati commessi più frequentemente?

C’è una gamma piuttosto ampia di reati: dai furti o tentativi di furto a quelli più gravi. Oggi, con la normativa attuale, in caso di recidiva plurima anche per i reati di scarso allarme sociale viene attivata la risposta carceraria. Tuttavia ci sono stati dei tentativi di reinserimento nella società attraverso la collocazione dei ragazzi in comunità o case-famiglia. In alcuni casi vi è stato un esito positivo, in altri il magistrato è dovuto intervenire con provvedimenti più duri.

Ci sono attività che li portano al di fuori del carcere?

In genere le uscite di gruppo sono legate a determinati progetti, come quello teatrale dell’anno scorso, quando i ragazzi si sono recati al teatro Colosseo per rappresentare il loro spettacolo. Tuttavia vi sono anche le esperienze dei permessi-premio grazie ai quali i ragazzi, con l’autorizzazione del magistrato, possono uscire dall’istituto per tornare a casa e coltivare i legami affettivi o per svolgere attività di rilievo culturale.

Ho letto che esiste un giornalino redatto dai ragazzi. 

Sì. E’ un nuovo giornalino, la redazione è nata nel 2010, si chiama “Punto e a capo” ed è scritto dai ragazzi con l’aiuto di un educatore, un agente di polizia penitenziaria e dei volontari che partecipano alla stesura.  Nel giornalino possono descrivere ciò che avviene con la possibilità non solo di analizzare le problematiche varie, ma anche di trascrivere le loro idee e le loro opinioni. E’ uno strumento di dialogo, anche se scritto.

Com’è strutturato l’istituto?

E’ diviso in diverse aree: un’area di sicurezza, a cui afferisce la polizia penitenziaria, una amministrativa, una contabile e una tecnica, alla quale appartengono gli educatori.

In cosa consiste il vostro ruolo?

In qualità di educatori, seguiamo ogni singolo ragazzo. A ciascuno di noi vengono assegnati dei casi e, all’interno di un’equipe composta da uno psicologo, un assistente sociale e, quando è necessario, uno psichiatra, accompagniamo il ragazzo nel percorso detentivo.

Quali sono state le conseguenze della crisi economica?

La crisi si è fatta sentire, come anche nelle altre realtà: nel nostro caso, ad esempio, non vi è una sufficiente disponibilità di insegnanti, di cui avremmo grande necessità. Ma bisogna anche dire che i fondi a disposizione non sono mai stati molto ampi; comunque ci sono diversi enti (il comune, la regione, la Caritas…) che finanziano alcuni progetti e offrono determinate risorse. Però teniamo conto che un’istituzione totalizzante come il carcere non ha solo costi relativi alle attività comportamentali ma ha anche quelli di gestione (igiene, mensa, vigilanza…).

Qual è il messaggio che vorrebbe trasmettere?

Credo che sia molto utile lavorare sull’effettiva conoscenza della realtà carceraria, sia perché sono diffusi stereotipi molto lontani dalla verità, sia perché oggi quasi tutte le informazioni che ci arrivano dai media alimentano nella popolazione solo insicurezza e ansia del controllo. Per questo motivo si ha l’illusione che la detenzione sia il rimedio a tutti i mali. Tuttavia sono convinta che  lavorando su un modello di corresponsabilità sociale si potrebbe ottenere da una parte un’opinione pubblica più correttamente informata, dall’altra evitare che il muro del carcere venga visto esclusivamente come la separazione tra il bene e il male.

 

Arianna Antonelli

 

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