Chavez, Bolivar, Garibaldi e quel filo rosso del socialismo. Parte ITribuno del Popolo
venerdì , 26 maggio 2017
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Chavez, Bolivar, Garibaldi e quel filo rosso del socialismo. Parte I

Tempo fa era stato Hugo Chavez, nel 2005, a invocare un parallelismo tra Giuseppe Garibaldi e Simon Bolivàr, presentati entrambi come due grandi liberatori. Il mito di Garibaldi, in Italia, non è mai stato così debole, decostruito e condannato a una damnatio memoriae che andrebbe analizzata a fondo. Cominciamo qui un viaggio a puntate sul mito di Garibaldi per scoprire quanto la sua figura potrebbe essere, ancora, attuale.

« ll popolo d’Italia e il popolo venezuelano hanno due grandi fonti d’ispirazione riunite in una sola: Bolívar e Garibaldi, Garibaldi e Bolívar. »
- Hugo Chávez Frías a Milano (2005).

Tutti sanno che Hugo Chàvez ha realizzato una sorta di rivoluzione democratica in Venezuela. Per riuscirci a realizzare questo grande sogno Chàvez ha dovuto lavorare a lungo, creando dal basso un nuovo collante forte capace di dare organizzazione, ideali e aspirazioni alle masse venezuelane. Da qui la scelta di prendere un mito come quello del “libertator” per antonomasia, ovvero quel Simon Bolivàr che è assurto a “padre della patria”, ponendosi anche con la sua enorme statura come riferimento e ispirazione perenne per il suo popolo e per tutta l’America Latina. Non casualmente nella sua visita in Italia Chàvez ha nominato proprio Bolivàr e Garibaldi, anche perchè pochi sanno che proprio Giuseppe Garibaldi, quando era ancora in vita, era già diventato un eroe anche nelle Americhe, al punto che all’epoca la sua figura era stata accostata ai due campioni dell’indipendenza e della libertà dell’America del tempo: Washington e Bolivàr appunto. In molti dimenticano infatti che Garibaldi ebbe contatti effettivamente pregnanti con il Sudamerica, basti pensare che sposò  Ana Maria de Jesus Ribeiro, dalla quale ebbe quattro figli. In Brasile un Garibaldi solo ventenne partecipò alla rivolta repubblicana e secessionista sviluppatasi al Sud all’indomani della morte del Visconte de Cairu (nel 1835) e di José Bonifacio de Andrada e Silva (nel 1838), e conosciuta come la “Revolução Farroupilha“, ovvero la rivoluzione degli straccioni, avvenuta tra il 1835 e il 1845, che ebbe come scopo la lotta contro il centralismo del sistema imperiale portoghese e culminò nella proclamazione della repubblica indipendente di Rio Grande do Sul. 

Nel corso del Novecento lo stesso Garibaldi divenne l’eroe del “socialismo”, ovvero l’incarnazione del difensore dei diritti dei popoli all’uguaglianza e alla giustizia, e forse a molti fa comodo dimenticare che nel 1870 proprio Garibaldi aveva preso parte alla Comune di Parigi lottando accanto ai francesi contro l’invasione prussiana con la parola d’ordine “per salvare a tutti i costi la Repubblica“. Tutto questo si preferisce metterlo in secondo piano, magari screditando il passato di Garibaldi derubricandolo come un “ladro di cavalli massone” che realizzò una unità d’Italia farsa con il consenso degli inglesi. Inutile dire che non fu casuale la scelta dei partigiani comunisti di nominare le loro bande proprio a Giuseppe Garibaldi, e non casuale fu la scelta di intitolare sempre a lui il “Fronte Popolare” che perse di misura le elezioni del 1948. Impossibile dimenticare poi la prima testimonianza lasciata da Garibaldi proprio in merito a Bolivàr nel 1851, quando per la seconda volta era ritornato in Sudamerica dopo il fallimento della Repubblica Romana. In quella occasione Garibaldi era stato condannato a morte ed era fuggito lungo le coste dell’Adriatico arrivando fino a Tangeri da dove si sarebbe imbarcato per New York, da cui avrebbe poi raggiunto Panama e Lima. In quell’occasione l’ “eroe dei due mondi” conobbe Manuelita Sanz, l’amante e compagna di Bolivar, nota in Sudamerica come “La Libertadora”. In quel periodo si trovava in esilio  in Ecuador una volta disciolta la Repubblica della Gran Colombia, che era stata fondata e presieduta da Bolivar. Come ebbe modo di scrivere lo stesso Garibaldi, “era stata l’amica di Bolivar e conosceva le più minute circostanze della vita del grande Liberatore dell’America centrale, la di cui vita intiera, consacrata all’emancipazione del suo paese e le virtù somme che lo adornavano non valsero a sottrarlo al veleno della lingua mordace dell’invidia e del gesuitismo, che ne amareggiarono gli ultimi giorni“. Bolivar morì nel 1830, ma Garibaldi lo conosceva molto bene, e soprattutto condivideva la sua strategia politica e militare adottata nella lotta in Sudamerica per l’emancipazione. Bolivàr era stato uno dei portavoce della strategia della cosiddetta “dittatura temporale”, ispirata dall’esperienza mutuata dalla Roma repubblicana, ovvero l’uso di una dittatura in congiunture eccezionali e per un tempo determinato al fine di concentrare tutte le energie di un popolo in lotta per la libertà sotto un comando unico. “Il diritto d’un popolo dev’esser di eleggersi un capo temporario, per il minor tempo possibile, e non occuparsi di governo sino all’elezione del suo successore. Ciò in tempi urgenti; e per l’Italia, ve lo assicuro, l’urgenza durerà un pezzo, con tanta corruzione“, ebbe a scrivere lui stesso nelle sue Memorie. Del resto proprio Bolivar era stato eletto dittatore il 4 novembre del 1813, e molti dei fan di Garibaldi pur rendendosi conto del pericolo che si cela dietro le dittature ritenevano che fosse proprie grazie a tale carica che Bolivar riuscì a salvare la patria e la libertà. 

Ma non è finita qui, in Sudamerica nel corso del XX secolo si è propagato un altro filone che paragonava Garibaldi nientemeno che a Ernesto Che Guevara, anche lui un guerrigliero indomito che effettivamente presentava alcune coincidenze con la figura del rivoluzionario italiano. Del resto proprio Che Guevara ai tempi delle sue avventure in Bolivia venne accusato proprio come Garibaldi un secolo prima di servire un “patriottismo cosmopolita” e di essere alla testa di mercenari stranieri e banditi. Ritroviamo quindi nelle accuse fatte a Garibaldi le stesse che vennero vomitate contro Che Guevara e altri guerriglieri famosi del XX secolo. Non a caso nel 1845 la “Gaceta Mercantil” di Buenos Aires aveva parlato di Garibaldi come uno “sciacallo delle tigri anglofrancesi”. Peccato che i liberali della Legione italiana di cui faceva parte Garibaldi aveva deciso semplicemente di militare per la causa repubblicana, abbracciando in toto lo spirito del tempo di cosmopolitismo politico che risaliva guardacaso proprio alla rivoluzione francese. Non a caso Garibaldi, una volta liberato l’Uruguay divenne una sorta di eroe di popolo.

Antonio Gramsci, nel “Diciannovesimo Quaderno” aveva inoltre osservato come  la connessione tra le distinte correnti politiche del Risorgimento e le forze sociali esistenti nelle diverse parti del territorio italiano si riducevano ad un fatto che risultò essere cruciale: “I moderati rappresentavano un gruppo sociale relativamente limitato (e in ogni caso secondo una linea di sviluppo organicamente progressivo), mentre il cosiddetto Partito d’Azione non si appoggiava specificamente a nessuna classe storica e le oscillazioni subite dai suoi organi dirigenti in ultima analisi si componevano secondo gli interessi dei moderati. Cioè  storicamente il Partito d’Azione fu guidato dai moderati: l’affermazione attribuita a Vittorio Emanuele II di ‘avere in tasca’ il Partito d’Azione o qualcosa di simile è praticamente esatta e non solo per i contatti personali del re con Garibaldi ma perché di fatto il Partito d’Azione fu diretto ‘indirettamente’ da Cavour e dal re“. Non a caso in Sudamerica si ebbero accanite risse tra garibaldini e mazziniani repubblicani e monarchici, con questi ultimi che finirono per prendere una strada autonoma e fondare nel 1861 la Società Nazionale Italiana. Da qui il passo alla denigrazione di Garibaldi fu breve, e infatti cominciò molto presto dopo che i Savoia impressero il loro marchio all’Unità e si cominciò a parlare di Risorgimento incompiuto. Dopo che Mussolini e il fascismo cercarono di appropriarsi del mito di Garibaldi cercando di declinarlo a proprio uso e consumo, ecco che il simbolo di Garibaldi è stato utilizzato in modo massiccio dal popolo spagnolo nel corso della guerra civile contro Franco in Spagna. Non solo, dal momento che dopo la sconfitta dei repubblicani furono migliaia i militanti di sinistra che dovettero fuggire, il mito di Garibaldi viaggiò ancora una volta verso il Sudamerica. Del resto le Brigate Internazionali sono diventate un mito vero e proprio così come il Batàllon Garibaldi, divenuto famoso nell’opinione pubblica europea e americana assieme all’undicesima divisione del comandante repubblicano Lister, dopo la clamorosa sconfitta delle truppe di Franco e Mussolini a Guadalajara, nel marzo del 1937. Non a caso il mito di Garibaldi venne riproposto proprio dalle Brigate Internazionali  cui prese parte un importante contingente italiano che si rifaceva nientemeno a quell’interventismo garibaldino d’ispirazione mazziniana e internazionalista che abbiamo nominato. Valga su tutti l’intervento di Carlo Rosselli del 13 novembre 1936: “Ascoltate, italiani. È un volontario italiano che vi parla dalla radio di Barcellona. Un secolo fa l’Italia schiava taceva e fremeva sotto il tallone dell’Austria, dei Borbone, dei Savoia, dei preti. Ogni sforzo di liberazione veniva spietatamente represso. Coloro che non erano in prigione, venivano costretti all’esilio. Ma in esilio non rinunciarono alla lotta. Santarosa in Grecia, Garibaldi in America, Mazzini in Inghilterra, Pisacane in Francia, insieme a tanti altri, non potendo più lottare nel paese lottarono per la libertà degli altri popoli, dimostrando al mondo che gli italiani erano degni di vivere liberi. Da quei sacrifici, da quegli esempi uscì consacrata la causa italiana. (…) E come nel Risorgimento, nell’epoca più buia, quando quasi nessuno osava sperare, dall’estero vennero l’esempio e l’incitamento, così oggi noi siamo convinti che da questo sforzo modesto ma virile dei volontari italiani troverà alimento domani una possente volontà di riscatto. È con questa speranza segreta che siamo accorsi in Ispagna. Oggi qui, domani in Italia. Fratelli, compagni italiani, ascoltate. È un volontario italiano che vi parla dalla radio di Barcellona“. Non vi basta? nel 1938 la rivista “L’Unità operaia”, ovvero il bimestrale dei comunisti italiani negli Stati Uniti, pubblicò un articolo esemplificativo in occasione della cerimonia che si era svolta il 4 luglio di fronte alla statua di Garibaldi di fronte a ben cinquemila antifascisti: “Nel 4 luglio non una parola fu detta o scritta sui giornali fascisti in occasione dell’anniversario della nascita di Giuseppe Garibaldi. Essi hanno compreso ormai che le masse rivoluzionarie sono disposte a battersi per strappare a loro tutto quello che è di buono e di sano nella nostra Italia. Essi hanno compreso che la massa non è più disposta a lasciare che si insultino le gesta di Garibaldi e tutte le gloriose tradizioni di lotta del Risorgimento Italiano, di cui l’eroica Brigata Garibaldi, composta dei migliori dell’epoca moderna, che in suolo di Spagna rivendicano con il proprio sangue le tradizioni garibaldine, ne sono la testimonianza più chiara e sublime“. 

Anche nel 1943 il mito di Garibaldi tornò impetuoso in America Latina soprattutto tra le comunità italiane. In quell’anno infatti in occasione della guerra civile in Italia i comunisti italiani crearono le Brigate Garibaldi assieme al Partito Socialista Italiano e a Unità Proletaria. Il mito di Garibaldi venne quindi mutuato e utilizzato per fare da collante ispiratore. L’apice della valorizzazione dell’eroe dei due mondi si toccò sempre nel 1943 quando Giuseppe Berti, un esule comunista negli Stati Uniti, scrisse direttamente al presidente Roosvelt sull’ “Unità del Popolo” dell’8 luglio 1943: “Noi, italiani e americani di origine e discendenza italiana della grande città di New York, rispondendo uniti all’appello rivoltoci dalle nostre società unioniste, civiche e mutualistiche, per commemorare solennemente questo 4 luglio (1943), nel Washington Square Park, il giorno dell’Indipendenza americana, che è anche l’anniversario dell’eroe della democrazia e della libertà, il patriota italiano Giuseppe Garibaldi, dopo aver rinnovato il nostro sacro impegno di tutto fare e tutto dare, sino all’ultima goccia di sangue, per la vittoria dell’America e dei suoi Alleati in questa giusta guerra, che segnerà anche la liberazione del popolo italiano dai suoi oppressori fascisti e nazisti, esprimiamo ancora una volta a Voi, presidente, la nostra più entusiastica approvazione del nobile appello da Voi rivolto al popolo d’Italia, perché cacci i tedeschi dal suolo della patria e rovesci il governo dei traditori fascisti, riprendendo così il suo posto rispettato nella famiglia delle nazioni con un governo popolare di sua scelta, promettiamo il nostro appoggio più attivo alla Vostra politica di guerra“. 

Dopo il 1948, quando le sinistre cercarono di utilizzare il mito di Garibaldi per opporsi alla Democrazia Cristiana, il mito di Garibaldi venne abbandonato progressivamente da un Pci che ormai era tutto preso dalla Guerra Fredda e dalla contrapposizione con il blocco atlantico.

photo credit: <a href=”http://www.flickr.com/photos/airforceone/3028078254/”>Air Force One</a> via <a href=”http://photopin.com”>photopin</a> <a href=”http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.0/”>cc</a>

G.B.

Continua…

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