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mercoledì , 13 dicembre 2017
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Che cosa sta accadendo in Egitto e Tunisia

Quello che sta accadendo in queste settimane in Egitto come in Tunisia non deve sorprendere, era facilmente pronosticabile infatti per chi ha respinto da subito un approccio acritico nei confronti delle cosiddette “primavere arabe” questa quasi obbligata evoluzione.

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Era chiaro che quelle giovani e quei giovani che riempivano le piazze di molte capitali arabe portavano sicuramente una ventata di novità, ma era altrettanto evidente che dietro quella salutare brezza si annidavano progetti ben diversi dalle stesse aspirazioni che venivano manifestate. Le richieste di democrazia, ma soprattutto di diritti e di condizioni concrete di vita (il pane e il lavoro) è stata la spinta, la scintilla, che ha acceso le rivolte. I manifestanti chiedevano, questo si rivoluzionario, un sistema economico diverso, radicalmente diverso da quello che per decenni ha strangolato le economie dei loro paesi. Chiedevano in pratica di potersi mettere alle spalle quel neocolonialismo strisciante che consentiva – grazie a regimi fantoccio – all’Occidente di continuare a depredare le ricchezze nazionali.

Ma questo aspetto è stato colto solo parzialmente, al contrario i media nostrani ci hanno propinato una Storia” diversa, un copione già conosciuto infarcito dell’espressione “diritti umani” usata a mò di ketchup, la salsa giusta per coprire le reali ragioni di quanto stava succedendo.

E così nel giro di poco tempo ha iniziato a delinearsi la moderna strategia coloniale, cambio di immagine e regimi non più imperniati su leader corrotti e screditati, bensì su una nuova classe politica – cresciuta all’ombra dei potentati economici anglosassoni – da una parte legata ad una visione religiosa totalizzante dall’altra perfettamente compatibile (perché parte di esso) con la logica del mercato liberal-capitalista: i Fratelli Mussulmani. Nessuna sorpresa quindi che quelle richieste che avevano mosso le prime proteste fossero immediatamente messe da parte, anzi decisamente osteggiate dai nuovi rais al potere. Ma, detto questo, sarebbe un grave errore pensare al movimento dei Fratelli Mussulmani come un blocco unico e compatto, esiste invece una dialettica complessa al loro interno, infatti in questi anni si sono sviluppate varie correnti, perlopiù legate al protettore di turno, sia questo la Turchia, o il Qatar o ancora direttamente l’Inghilterra. Inoltre non sempre la base, che vive le stesse difficoltà di quanti chiedevano cambiamenti economici radicali, comprende e condivide le scelte moderate dei vertici.

La deriva religiosa, nel senso di una società imperniata sulla religione, stato teocratico, né più né meno di quello che accade in tanti paesi dall’Arabia saudita al Vaticano, è una conseguenza di questo scellerato patto, il compromesso storico fra Islam e liberismo, siglato simbolicamente al cairo con il discorso di Obama nel giugno 2009. Su questo tema si inserisce un’altra partita, quella giocata fra Fratelli Mussulmani e movimento salafita. Una partita tutta islamica e tutta sunnita, per l’egemonia religiosa sulla regione del “grande medi oriente”; i primi legati a quell’Islam politico denominato ad uso e consumo del liberismo “moderato” (Qatar, Turchia…), gli altri al regno Saudita, sicuramente meno presentabile dei primi ma non per questo meno legato agli interessi occidentali.

Ma torniamo a cosa succede oggi. In Tunisia da settimane sono riprese le proteste, e sono riprese proprio in quelle regioni centrali che avevano contestato Ben Alì chiedendo lavoro e prospettive di sviluppo. Dopo due anni di quelle richieste sul piatto della quotidianità non si vede nessuna traccia e i giovani tornano a sfidare “il potere” nel nome di un domani diverso. Anche in Egitto le forze progressiste, da sempre divise e frazionate, sembrano aver ritrovato l’unità per contrastare sia le leggi islamiche volute dal presidente Morsi, sia – e forse è proprio l’aspetto che da più fastidio e che non a caso è sempre omesso – per richiedere politiche economiche in grado da segnare una reale discontinuità rispetto al vecchio regime di Mubarak. Sono queste realmente sfide rivoluzionarie, in quanto mettono in discussione un sistema di sviluppo che in molti vorrebbero immutabile.

In altri tempi tutto questo si chiamerebbe lotta di classe, ma si sa anche le parole fanno paura e tutto viene coperto e nascosto.

Questa è la reale posta in palio. Una posta altissima che ci deve vedere protagonisti anche a noi che viviamo da questa parte del Mediterraneo. Le richieste dei giovani di El Guraib, dei giovani delle periferie del Cairo, non sono diverse dalla disperazione dei nostri giovani, dei lavoratori greci come di quelli spagnoli. Per questo i silenzi e le manipolazioni non devono trovare complicità a sinistra. Non almeno nella nostra sinistra. Il nostro sostegno alle “primavere” arabe – ammesso che si vogliano chiamare così – non può essere quindi acritico. E’ giusto pertanto ostinarsi a denunciare e a dire da che parte siamo, a spiegare che quello che sta accadendo in Siria è ben diverso da quanto successo in Libia, Tunisia ed Egitto, a condannare la nostra politica estera, miope e guerrafondaia. Non possiamo essere dalla parte dei giovani tunisini e del Cairo senza denunciare le politiche di una Europa, Francia in testa, che tenta disperatamente di non perdere terreno nella contesa con gli Usa per quanto riguarda il controllo e il furto delle ricchezze altrui: il neocolonialismo del XXI secolo, appunto.

di Maurizio Musolino per Marx21.it

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